martedì, Settembre 21

Papa Francesco tra l’entusiasmo dell’Iraq e la sordina dell’Occidente Intervista a Franco Cardini che ci spiega l'atteggiamento ostile o scettico e riduttivo di tutta quella parte delle forze italiane ed europee in generale di centrodestra, abitualmente schierate a favore dell’atlantismo, per una visita importantissima per i cristiani irakeni, ma ancor più per tutto l’Islam, tanto sunnita quanto sciita

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Un fine settimana cruciale attende Papa Francesco, da oggi e fino a lunedì in viaggio in Iraq. Cruciale per Francesco, certo, ma cruciale per il Medio Oriente, per l’intero sistema di relazioni tra Islam e Cristianesimo. Al cardiopalma per chi -come me, lo dichiaro subito- guarda a questo Papa come all’unico leader globale visionario capace di darci la bussola per l’attraversamento del deserto.

Mi attendevo che il sistema mediatico mainstream si mobilitasse attorno a questo evento religioso, certo, ma soprattutto politico, nel tentativo di raccontare, analizzare, interpretare, spiegare tutti i risvolti e la portata di questo viaggio. Ero pronta anche alle polemiche, per non parlare del ‘colore’ sempre troppo abbondante nell’era del giornalismo da ‘clic’.
Nulla di tutto ciò. Così la pensata a notte fonda: chiedere all’amico Marcello Lazzerini di mediarmi un soccorso urgente di materia grigia, quella di Franco Cardini, storico, saggista, grande conoscitore dell’Islam come del Cristianesimo, e, soprattutto, uomo intellettualmente onesto e sincero. Francamente non me la sentivo di chiedere a Cardini un intervento all’ultimo minuto, tra fiorentini, ho pensato, è diverso…
Marcello si è messo in azione e Frano Cardini è stato immediatamente disponibile, e nella sua miglior forma.
Condivido questo ‘soccorso’ con i Lettori interessati a raccogliere elementi per capire i giorni che ci attendono.

In Iraq, come in altre aree del Medio Oriente, l’Isis sta riprendendo forza, secondo gli analisti perché la sua proposta ideologica è forte è capace di rispondere alle esigenze di una popolazione allo sbando. Francesco va in Iraq a proporre il suo modello ideologico, altrettanto forte e perfettamente opposto a quello Isis. Così Francesco entra nella fossa dei leoni.

In realtà, i pareri degli analisti competenti (lasciamo da parte i pareri improntati a volontà propagandistica o quelli condizionati dal politically correct con tutto il conformismo del caso) sono articolati e su molti punti discordi fra loro.
In generale, si può comunque osservare che il fronte musulmano sunnita genericamente qualificato come ‘fondamentalista’ (termine generico e improprio) è in generale unitario nel voler combattere sia i sistemi di governo ‘progressisti’ (cioè quelli che uniscono istanze di tipo nazionalista ed altre di tipo sociale, se non proprio socialista), sia -e soprattutto- l’ala sciita dell’Islam stesso. Non bisogna dimenticare al riguardo che nel mondo musulmano è presente una ‘fitna’ (cioè una vera e propria guerra interna) tra regimi o gruppi musulmani sunniti estremisti (in un modo o nell’altro facenti capo a scuole teologiche salafite o al movimento estremista wahhabita, che però ha il suo massimo sostenitore nella corona saudita e in alcuni emirati della penisola arabica) e i musulmani appartenenti alla confessione religiosa sciita, che comprende la grande maggioranza degli iraniani, il 60% dei siriani, molti libanesi, una parte degli yemeniti e alcuni gruppi africani. Nella compagine iraniana (oltre 1. 200.000.000 di abitanti), il 90% circa è sunnita, ma i sunniti fondamentalisti -la cui ‘punta di diamante’ sono i vari gruppi sopravvissuti alla crisi dell’ISIS e in vario modo ricostruiti- sono tornati agguerriti: il loro scopo principale è attaccare l’Iran, la Siria assadista e gli sciiti yemeniti ‘huthi’, contro i quali si accaniscono anche, congiunte fra loro, le forze statunitensi, egiziane e saudite.
Assistiamo, in altri termini, a una situazione alquanto diversa da quella che da noi è sostenuta -con povertà, genericità o falsità di argomenti- da buona parte dei media: i gruppi religioso-politici fondamentalisti musulmani, con la loro violenta propaganda antioccidentalista e anticristiana (de termini che secondo loro si equivalgono), vengono a livello internazionale a trovarsi su una linea obiettivamente ‘vicina’ all’Occidente in quanto sostenuti -e ciò fino almeno dal 2014, vale a dire dai tempi del ‘califfato’ del ‘califfo’ Ibrahim al-Baghdadi. In realtà, il grosso della pressione dell’ISIS fra 2014 e 2020 è stato sostenuto dalle forze armate irakene e siriane assadiste, con l’appoggio di hezbollah libanesi, delle milizie kurde e di alcuni reparti militari iraniani: laddove per motivi diversi fra loro Arabia saudita (principale protettrice dei ‘wahhabiti’ e quindi dell’ISIS, nonché sicura alleata degli USA), Egitto e Turchia partecipavano alla coalizione anti-ISIS in maniera molto tiepida e defilata, magari appropriandosi propagandisticamente dei successi altrui. L’Israele di Netanyahu si manteneva defilata rispetto al conflitto, non dispiacendole per nulla che i musulmani di scontrassero fra loro. Intanto però Israele stessa, Arabia Saudita ed Egitto, appoggiati dagli Stati Uniti, continuavano e continuano a compiere azioni militari (soprattutto bombardamenti) contro lo Yemen degli ‘huthi’), mentre Israele e Stati Uniti continuano a minacciare la Siria rimasta fedele ad Assad; quanto alla Turchia, essa si trova in conflitto con Siria e con Iran a causa di alcune aree di frontiera turco-siriano-kurdistane.
L’Iraq è un Paese la popolazione del quale è al 60% sciita e al 40% sunnita. Dopo il periodo della dittatura di Saddam, ch’era anche una dittatura contro sciiti e kurdi, il Paese -essendo in gran parte composto di sciiti, a cui sono piuttosto vicini e con i quali sono sostanzialmente alleati i cristiani delle due confessioni, la ‘caldea’ (cattolica) e la ‘assira’ (nestoriana e indipendente)- propenderebbe anzitutto per vivere in pace e consentire nel nord l’indipendenza kurda: ma ciò è esattamente quel che non vogliono i musulmani sunniti estremisti simpatizzanti di quel che resta dell’ISIS, i quali sono appoggiati economicamente e militarmente dall’Arabia Saudita e, indirettamente, dagli Stati Uniti. La linea politica statunitense-saudita incontra la simpatia d’Israele, il cui obiettivo è mettere in qualunque modo in difficoltà l’Iran.
Il Papa in Iraq sarà accolto benissimo dall’opinione pubblica sciita, dai kurdi, e da buona parte degli stessi musulmani sunniti, che vorrebbero la pace e l’indipendenza. Ma gli Stati Uniti adesso governati dal democratico Biden -a differenza da Trump, che avrebbe voluto vedere gli USA uscire dal ginepraio irakeno in cui sono immersi (anche se per colpa dei loro governi) fino dal 2003- temono che, lasciata agire liberamente, al società civile irakena propenderebbe per un’alleanza o comunque per buoni rapporti con l’Iran: e ritiene suo dovere e suo interesse non consentirlo. Gli avversari effettivi della visita del papa in Iraq sono pertanto gli Stati Uniti, in quanto la visita di Francesco incoraggerà il processo irakeno di affrancamento, e l’Arabia saudita, tradizionale patrona dell’ISIS e dei gruppi fondamentalisti. Eventuali incidenti potrebbero servir a rallentare il processo di totale liberazione dell’Iraq da quella forze che dal 2003 lo tengono soggiogato o lo condizionano: forze che purtroppo sono formalmente appoggiate anche dal governo italiano e sostenute da un sia pur limitato contributo delle nostre forze armate. Questa situazione spiega il disagio e la reticenza con la quale i media italiani più allineati sia rispetto agli USA, sia alle forze della NATO, sia ai consistenti interessi italo-sauditi trattano la situazione irakena.

È il ‘viaggio del pontificato’ di Francesco?

Papa Francesco è in Iraq per dimostrare al popolo irakeno che i cattolici di tutto il mondo desiderano la pace e la convivenza tra i popoli. In Iraq esistono forze, appoggiate dall’esterno, che lavorano per impedire o interrompere questo processo di pace: tali forze sono quelle sunnite intransigenti collegate ai residui dell’ISIS e implicitamente appoggiate dall’Arabia Saudita e da alcuni emirati della penisola arabica, il cui scopo principale è colpire l’Iran in ogni modo, quindi anche attraverso la lotta contro gli sciiti irakeni, come contro gli sciiti yemeniti ‘huthi’. La cartina di tornasole di tutto ciò sarà l’atteggiamento ostile o scettico e riduttivo di tutta quella parte delle forze italiane ed europee in generale di centrodestra, abitualmente schierate a favore dell’atlantismo, le quali criticheranno il papa insinuando che egli ‘non pensi abbastanza ai cristiani’ (che invece sono minacciati dall’ISIS, non da altre forze) e che la sua presenza abbia un colore e un tono prevalentemente ‘antioccidentale’. Questa situazione in apparenza contraddittoria e comunque molto ambigua sarà forse causa di forti malintesi e di pesanti speculazioni nel caso d’incidenti o imprevisti durante la visita del Santo padre. L’opinione pubblica del nostro Paese dovrebbe esserne avvertita e preparata a comprendere bene al situazione. Le premesse mediatiche di ciò, purtroppo, non sussistono. Eventuali incidenti saranno spiegati come frutto del ‘fanatismo islamico antioccidentale’, mentre saranno viceversa vòlti a impedire un processo di pace che ufficialmente favorirebbe l’immagine diplomatica e politica dell’Iran e indebolirebbe i suoi avversari. Ciò, la Casa Bianca del cattolico Biden (che sta riscoprendo la tradizionale linea dei democratici statunitensi, l’’interventismo umanitario’) e i governi di Riyad, di Gerusalemme e forse di Ankara sono decisi a impedirlo. E’ probabile che i servizi USA favoriscano incidenti attribuendoli poi a non meglio identificati ‘fanatici musulmani’ in lotta contro ‘l’Occidente’ ed ostacolando così un processo di pacificazione irakeno che sarebbe auspicato da irakeni stessi, da siriani, da iraniani e da kurdi (ma non da statunitensi, sauditi e israeliani). Facciano attenzione, gli osservatori più attenti, a distinguere per esempio le vere voci dei cristiani locali dalle interpretazioni capziose che verranno loro fornite dai media occidentali (e anche da qualche vaticanista abitualmente impegnato nella denigrazione di Papa Bergoglio: ve ne sono alquanti). Non so se questo sarà il ‘viaggio del pontificato di Papa Francesco’ per eccellenza: certo, l’opinione pubblica occidentale -che in materia è fortemente e non casualmente disinformata- resterà meravigliata, forse addirittura sconvolta dalle scene d’entusiasmo alle quali assisterà in un Paese musulmano: molti si chiederanno che cosa ci abbiano raccontato fino ad ora, da noi, certi politici e certi giornalisti. Ma proprio per questo non mi stupirei se molti commenti tendessero al minimalismo, alla ‘sordina’. Né posso purtroppo escludere che potrebbe anche verificarsi qualche evento drammatico, e in questo caso le conseguenze sarebbero difficili da prevedersi.

Sbaglio se dico che sarà un viaggio cruciale per l’Islam più ancora che per la comunità cattolica irachena?

I cristiani ‘caldei d’Iraq sono molto fedeli alla Santa Sede e le sono gratissimi da sempre, ma soprattutto dal 2003, allorché papa Giovanni Poolo II fece di tutto -inascoltato- affinché l’aggressione perpetrata dal Presidente statunitense George W. Bush jr. e dal premier britannico Tony Blair (ricordiamole, queste cose) non avesse luogo. Il pontefice venne isolato in tutto l’Occidente. Si sono visti i risultati.
Oggi, la visita di papa Francesco si presenta importantissima per i cristiani irakeni, ma ancor più per tutto l’Islam, tanto sunnita quanto sciita. Si è già veduto dai commenti della vigilia: entusiasti a Teheran e a Damasco, freddi oppure implicitamente ostili a Gerusalemme, ad Ankara e in alcune aree dei media occidentali (“il papa ricevuto dai capi musulmani, ma i cristiani continuano ad essere perseguitati”). Va ripetuto che l’Islam, il quale non dispone di istituzioni normative unitarie paragonabili alle Chiesa cristiane, è profondamente diviso al suo interno per le ragioni che abbiamo fin qui spiegato. Si può comunque affermare che la maggior parte dei musulmani sunniti e praticamente tutti i musulmani sciiti desiderano la pace e la concordia del mondo e hanno accolto con grande gioia, mesi fa, il messaggio congiunto di pace e di concordia siglato da papa Francesco e dal Grande Imam dell’università coranica di al-Azhar. Ma a complicare le cose c’è il fatto che le forze minoritarie musulmane che, al contrario, diffidano del modo di vivere e di pensare occidentale e che intendono con ogni mezzo evitare il dialogo sia religioso sia etico-culturale non sono affatto isolate, ma godono della simpatia, della protezione e della complicità di alcuni governi musulmani -specie arabo-peninsulari- che sono disposti sì a mantenere stretti rapporti politici, diplomatici, economici, finanziari e tecnologici con gli occidentali in genere e gli statunitensi in particolare. Queste forze intendono mantenere drammatica la presenza della ‘fitna’ nel mondo musulmano e desiderano ambiguamente coinvolgervi anche gli occidentali: magari programmando nuovi attentati che rafforzino da noi le correnti antislamiche e le indirizzino globalmente contro l’Islam, mentre invece gli emiri di confessione wahhabita, che mantengono l’interiorità della donna e praticano decapitazione, taglio delle mani e schiavitù, sono sul piano finanziario e diplomatico i più stretti ‘amici’ dell’Occidente, o sedicenti tali: lo ha dimostrato da noi anche al visita del senatore Matteo Renzi in Arabia Saudita.

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