venerdì, Dicembre 3

‘Papa Francesco sta cercando di riavvicinare il messaggio di Gesù Cristo a quello del Profeta’

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Si è concluso da pochi giorni l’incontro al Cairo tra Papa Francesco con l’Università Islamica di Al-Azhar. Il messaggio del Pontefice è stato chiaro: ‘No alla violenza in nome di Dio’. Quello che è meno chiaro invece è se l’importanza di questo slogan sia stata recepita non solo dalle Comunità Islamiche o Cristiane, ma da tutte le fasce sociali, sia in Oriente che in Occidente, compreso i leader politici, specialmente quelli che rappresentano la nuova tendenza populista in Europa.

Papa Francesco ha infatti definito il populismo come una problematica ‘sconfortante’, appellandosi chiaramente alla necessità di costruire la pace. Il Pontefice ha inoltre sottolineato come l’educazione e la conoscenza siano gli unici antidoti capaci di contrastare il processo di radicalizzazione e l’estremismo, due tematiche che da tempo preoccupano le agende di sicurezza della maggior parte dei Paesi europei.

La propensione al dialogo interreligioso è una caratteristica che rende Papa Francesco una figura amata dai credenti di ogni fede e aiuta inoltre a dimenticare il gelo venutosi a creare tra la Chiesa e l’Islam durante il mandato di Papa Benedetto XVI. Per analizzare l’importanza di tale incontro nel suo complesso abbiamo parlato con l’Imam Sayfeddine Maaroufi di Lecce.

Che cosa ha rappresentato secondo lei e quale responso ha avuto sulla Comunità Islamica l’incontro di Papa Francesco con I in Egitto?

E’ stato sicuramente un incontro storico importantissimo, anche se Papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad el-Tayyeb si erano già incontrati nel viaggio precedente, quando Shayk Al-Tayyeb aveva visitato la Santa Sede a Roma. Ricevere il Papa nell’Università è comunque un evento simbolico, in quanto Al-Azhar rappresenta non solo il simbolo dell’Islam sunnita, ma rimane come ultimo baluardo in difesa dell’Islam tradizionale moderato, quello che purtroppo il mondo non vede più, perché nascosto dietro la violenza dei terroristi. Il fatto che sia il Papa a partecipare a un incontro simile attira di certo l’attenzione del mondo intero e potrebbe anche dare l’esempio per aprire la propria mente, in modo da accettare e discutere ulteriormente del dialogo tra i diversi popoli e le diverse religioni. L’esempio dato dal Papa potrebbe inoltre rafforzare la condanna univoca da parte sia del mondo islamico, che del mondo cristiano, contro ogni estremismo e contro ogni manipolazione della fede. La distorsione e l’estremismo rovinano esclusivamente l’immagine delle religioni e inducono alla paura delle stesse, in questo caso soprattutto dell’Islam.

Il Papa ha parlato dell’educazione definendola come tematica centrale per prevenire ogni forma di radicalismo. Lei cosa ne pensa? Qual è a tal proposito il ruolo dell’Università di Al-Azhar?

L’educazione e la conoscenza sono due valori necessari nella lotta agli estremismi. Il terrorismo, inteso come azioni terroristiche, è solo la punta di un iceberg. Questa corrente estrema si basa sulla manipolazione delle menti di individui ignoranti riguardo la loro fede. Un’ ideologia che porta all’odio verso il prossimo e a uccidere contraddice le parole dei Testi Sacri, che siano del Corano o della Sunna. Tutte le forme di estremismo, a prescindere della religione a cui ci si riferisce, sono sicuramente frutto dell’ignoranza. Ed è per questo che l’educazione è il fattore principale in grado di contrastarlo. L’Università di Al-Azhar gioca quindi un ruolo fondamentale nella prevenzione all’estremismo. E’ infatti una struttura storica, con alle spalle più di mille anni di nobile attività nell’educare e nel trasmettere i principi dell’Islam moderato. Purtroppo la parola moderato viene mal interpretata da alcuni musulmani che associano al desiderio di seguire un Islam edulcorato, light, leggero, all’intenzione di compiacere l’Occidente.

L’Islam, come indicato dallo Stesso Corano, si riferisce ad una Ummah, o Comunità ‘del mezzo’. Il versetto 143 della Sura numero 2 invita infatti i fedeli a seguire la via della moderazione e ad allontanarsi dagli estremismi, recitando esattamente così: ‘E così facemmo di voi una comunità mediana, affinché siate testimoni di fronte ai popoli’. Ce lo dimostra infatti l’Islam trasmesso dall’Università di Al-Azhar, o l’Università Al-Zaytuna in Tunisia, o l’Università Al-Qarawiyyn in Marocco, ovvero un Islam aperto al dialogo e al confronto. L’educazione è quindi la prima vaccinazione contro ogni estremismo e l’alimentazione adatta per poter mantenere un Islam aperto. Purtroppo in tanti Paesi islamici, tra cui la Turchia o la Tunisia, per diversi motivi, alcuni dei quali esterni all’Islam, si è scelto di allontanare l’Islam e l’immagine del sapiente religioso dalla vita politica e dalla vita quotidiana del credente, per seguire una corrente laica che cercasse di eliminare la loro presenza e il loro insegnamento. Questo ha comportato una desertificazione ed analfabetizzazone religiosa in tante generazioni del mondo islamico, dall’Oriente all’Occidente.

L’Islam non faceva più parte della vita delle persone e questo ha inevitabilmente generato ignoranza religiosa, seguita poi dal desiderio dei credenti di riavvicinarsi e di recuperare la propria fede. Purtroppo a questa richiesta di ritorno all’Islam è stato proposto un Islam radicale e fanatico, usato anche nel mondo politico, come dai Fratelli Musulmani, o dall’Islam Wahabbita. Quest’ultimo, già dagli anni 90, grazie ai petrodollari, ha avuto la possibilità di creare una rete di diffusione in grado di promuovere un’interpretazione e un credo abbastanza diverso dall’Islam moderato. Questa lettura si è piano piano diffusa, seppur rimanendo minoritaria. In alcune località infatti questa particolare lettura dell’Islam non è arrivata, mi riferisco ai Paesi delle Università sopra citate, alle madrasat della Mauritania e alla regione dell’Africa Sub sahariana, dove questo Islam radicale non ha avuto tantissima influenza.

Perché non ha avuto la stessa influenza?

Perché i sapienti erano ancora una figura presente nella vita ordinaria del fedele. In Marocco e nei Paesi dell’Africa Subsahariana le grandi confraternite sufi, insieme ad altre figure, hanno potuto anche difendere l’Islam moderato. Per esempio la chiusura della Grande Moschea Al-Zaytuna, che in Tunisia aveva lo stesso ruolo di Al-Azhar in Egitto, ha generato una grande ignoranza e una predisposizione ad accettare un’Islam distorto. Basta pensare che la maggior parte dei foreign fighters partiti per la Siria e l’Iraq sono di origini tunisine o albanesi. Provengono infatti da Paesi in cui il comunismo, o l’eccessivo laicismo dello Stato, hanno comportato una grande ignoranza ed analfabetizzazione religiosa, che ha permesso loro di assorbire rapidamente questo ‘facile’ Islam. Si basa infatti su un’interpretazione letteraria, direi quasi superficiale, dei testi, che non cerca di coglierne il senso metaforico. I giovani vengono avvicinati a questo Islam e allontanati dalle Maadhab, ovvero dalle scuole giuridiche. Vengono infatti invitati a prendere in mano il Corano e la Sunna, senza alcun bisogno di consultare i libri di sapienti, le loro esegesi, le loro interpretazioni o le loro lezioni. Questo Islam si basa esclusivamente sul Corano e la Sunna, ma non fornisce al fedele nessun strumento scientifico che gli permette di capire il testo. E’ come se una persona qualsiasi aprisse un libro di neurochirurgia e volesse poi cominciare a esercitare la professione del medico. Con l’incontro del Cairo però, attraverso la promozione dello studio e dell’educazione, possiamo vedere presa di coscienza di grandi strutture, come Al-Azhar, rispetto alla loro responsabilità nel dover recuperare questa gioventù, per prevenire la diffusione di un Islam distorto. Quello che ha detto Papa Francesco rappresenta quindi questo ruolo che Al-Azhar ha deciso di interpretare.

‘No alla violenza in nome di Dio’. Questo messaggio di Papa Francesco come può essere recepito e come invece può far fronte all’islamofobia e all’estremismo?

Questo slogan mi è piaciuto tantissimo e vorrei che si ripetesse e si scrivesse dappertutto. Secondo il mio parere, i media non hanno messo abbastanza in rilievo questo messaggio. I giornali si sono purtroppo concentrati esclusivamente sulla tematica Giulio Regeni e il rispettivo intervento del Pontefice. No alla violenza in nome di Dio è uno slogan che deve invece contrastare completamente l’immagine dei terroristi, in quanto le loro rivendicazioni rappresentano una blasfemia. Dio ha dato la vita e l’ha resa sacra, nel Corano ha infatti detto che chi uccide un’anima è come se uccidesse l’umanità intera. Anche Sheyk Al-Tayyeb durante il suo discorso ha ribadito che non si può essere violenti in nome di Dio, e ha ringraziato Papa Francesco per aver testimoniato che le violenze causate dai terroristi non possono rappresentare l’Islam.

Sarebbe da ignoranti accusare un’intera religione per le azioni di alcuni individui, i quali, benché siano numerosi, rimarranno comunque una minoranza a confronto della maggior parte dei credenti di quella fede. No alla violenza in nome di Dio è quindi il messaggio da ribadire. Dall’attuale esperienza in Occidente mi sembra purtroppo di capire che non ci si accontenta mai. Ricordo che con i primi attentati in Europa, si chiese ai musulmani di scendere in piazza per tranquillizzare le persone e condannare gli attacchi. In seguito, dopo i successivi attentati, oltre alla condanna e alla manifestazione, ai musulmani venne chiesto di andare in Chiesa. Ogni volta si pretende sempre di più, e questo ci fa capire che purtroppo uno slogan non basta, ma c’è bisogno di un lavoro e di uno sforzo quotidiano. Mi sembra come se stessimo nuotando contro la corrente di un apparato mediatico molto importante, il quale sta purtroppo diffondendo la paura. Io credo che non è stato dato l’eco necessario all’incontro.

Purtroppo ci si limita alla notizia, senza poi dare il giusto valore a quanto si è detto e quanto si è raggiunto. Penso che quello che è stato detto non basterà, se non avremo una maggiore copertura mediatica che si concentri sugli eventi positivi. Oltre ai media, giocano un ruolo importante anche determinati gruppi politici estremi, i quali, come i terroristi, esercitano anche loro una violenza seppur mediatica e mentale. Questi gruppi sono gli eccellenti partner dei terroristi. L’obiettivo di un terrorista nel compiere un attentato non è solo quello di uccidere purtroppo delle anime che Dio ha reso sacre, ma è anche la diffusione della paura tra le persone, facendo loro cambiare stile di vita e abitudini. L’operato di un politico di estrema destra ha lo stesso risultato, ad eccezione chiaramente di uccidere. Per esempio, in una città rimasta vittima di un attentato i cittadini rimangono inevitabilmente traumatizzati. Il messaggio che i politici decidono di trasmettere arriva a milioni di persone e sono proprio loro a fare di tutta l’erba un fascio e ad analizzare dei versetti del Corano estrapolandoli dal loro contesto, senza alcuna esperienza. Così facendo, da un lato mantengono un clima di grande paura, di divisione sociale e di stigmatizzazione dei musulmani, dall’altro aiutano l’ideologia estremista a diffondersi più facilmente, completando così l’opera dei terroristi. Quindi uno slogan così è importante, ma che venga promosso da tutte le fasce della società e che sia anche un primo passo verso un lavoro continuo e costante di collaborazione ed educazione.

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