martedì, Gennaio 25

Papa Francesco, no al carcere ‘muro’ Quando il Covid-19 rende più disumana la pena

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Ci voleva Papa Francesco: decide, in prossimità delle feste natalizie, di incontrare gli “invisibili”, e coglie l’occasione per affrontare temi cruciali. Dalla violenza alle donne al sovraffollamento delle carceri: È tanto, tanto grande il numero di donne picchiate, abusate in casa, anche dal marito. Il problema è che per me è quasi satanico, perché è approfittare della debolezza di qualcuno che non può difendersi, può soltanto fermare i colpi. È umiliante, molto umiliante“.

  C’è una donna vittima di violenza protagonista con altri “invisibili, nel collegio di Santa Marta, dove ha luogo l’incontro: È umiliante quando un papà o una mamma dà uno schiaffo in faccia a un bambino, mai dare uno schiaffo in faccia. Perché la dignità è la faccia. Questa è la parola che io vorrei riprendere“, aggiunge quell’uomo venuto da “quasi la fine del mondo”.

  Francesco poi affronta un altro suo tema caro: quello del sovraffollamento delle carceri: E’ un muro, non è umano! Qualsiasi condanna per un delitto commesso deve avere una speranza, una finestra. Un carcere senza finestra non va, è un muro. Una cella senza finestra non va. Finestra non necessariamente fisica, finestra esistenziale, finestra spirituale. Poter dire: Io so che uscirò, io so che potrei fare quello o quell’altro. Per questo la Chiesa è contro la pena di morte, perché nella morte non c’è finestra, lì non c’è speranza, si chiude una vita“.

  Sono parole, è una presa di posizione vigorosa, che dovrebbe scuotere tutte le persone che ricoprono incarichi di responsabilità, nelle istituzioni: aprire loro gli occhi, spronarli, spingerli a intervenire, provvedere. Chissà che anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, i quello che sarà il suo ultimo messaggio di fine anno al Paese, non ritenga necessario e opportuno richiamare l’attenzione di tutti e di ciascuno, su queste problematiche.

  Voltaire, e con lui Dostoevskij, sostengono che se si vuole misurare il grado di civiltà di un Paese si deve guardare in che condizioni si trovano le carceri. Se questo è il metro, la situazione, per quello che riguarda l‘Italia è davvero sconfortante.

  Antigone, associazione che si occupa di questi problemi da sempre, suggerisce un punto di partenza: tra il 7 e il 10 marzo 2020 nelle carceri italiane si verifica una delle più violente ondate di protesta. Alla fine secondo le stime dell’organizzazione, almeno seimila detenuti risultano coinvolti in 49 diversi istituti: 14 di loro muoiono; tra gli agenti della polizia penitenziaria una quarantina i feriti. Ingenti i danni: distrutte intere sezioni di strutture carcerarie.

Proteste che scoppiano a ridosso del primo lockdown, in seguito a una serie di misure relative all’ondata pandemica e le politiche di contrasto messe in campo. Il “pretesto” è costituito da misure restrittive come la sospensione dei colloqui con i familiari e le regole di distanziamento sociale: che oggettivamente aggravano la già forte situazione di isolamento sociale.

  E’ comunque evidente che quelle misure sono solo il “detonatore” che fa deflagrare una situazione pre-esistente: luoghi inadatti per la detenzione, che letteralmente esplodono: il Covid acuisce problemi strutturali preesistenti. Prima dello scoppio della pandemia, nelle strutture penitenziarie sono recluse più di 62mila persone: l’Italia è al quarto posto nell’Unione Europea, dopo Polonia 75mila), Francia (71mila) e Germania (63mila). La situazione è resa più grave perché non si sono realizzate strutture moderne in grado di sostituire le attuali, che non è esagerato definire inadeguate se non proprio fatiscenti. In Italia il numero di detenuti continua a eccedere la capacità degli istituti, e rende il sovraffollamento una vera e propria emergenza. Da questo punto di vista vanta il risultato peggiore: circa 120 detenuti ogni 100 posti disponibili, superato negativamente solo da Cipro (134,6 su 100). La regione con le carceri più sovraffollate è il Friuli Venezia Giulia (139,5%). Seguono Puglia (127,4%), e Lombardia (126,4%). La Lombardia è anche la regione in cui, in numeri assoluti, è recluso il numero più elevato di persone (7.763), ed è anche la regione con più detenuti rispetto alla capienza regolamentare delle sue strutture (1.624 detenuti in più rispetto ai posti disponibili).

  In questa situazione accade che in molte carceri i detenuti hanno a disposizione meno di quei già miseri 4 metri quadrati di spazio pro capite, soglia minima indicata dal comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti.

  Ancora: secondo i dati raccolti dal centro studi e documentazione Ristretti orizzonti, che conduce un’azione di monitoraggio dei decessi all’interno delle carceri, sono almeno 21 detenuti che hanno perso la vita a causa del virus da novembre del 2020 a oggi. Quattro solo nelle carceri di Milano. A fronte di ciò ogni struttura penitenziaria disponeva, nel 2019, in media di appena un medico di base ogni 315 reclusi, e nel 70% dei casi si trattava di lavoratori precari.

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