lunedì, Ottobre 18

Papa Francesco in Uganda: i peccati della Chiesa

0

Papa Francesco sbarca oggi pomeriggio in Uganda, seconda tappa del suo primo viaggio apostolico in Africa.

Qui, più ancora che in Kenia e nella Repubblica Centrafricana -che resta la tappa più calda del suo viaggio-, Francesco si troverà faccia a faccia con i peccati della Chiesa in Africa, e nello specifico nella Regione dei Grandi Laghi: dalla corruzione morale che ferisce i vertici ecclesiastici, al supporto alle ideologie razziali che ancora dominano in alcuni Paesi dell’area.

Il supporto all’ideologia di supremazia razziale dell’Hutu Power, quella che portò al genocidio ruandese del 1994, è il peccato più imbarazzante sul quale ci si attende un qualche pronunciamento di Francesco. Un supporto interpretato come un crimine dal Presidente protestante Yoweri Museveni, che oggi accoglierà a Entebbe il pontefice, e come un pericolo al suo gruppo etnico -i Banyangole– i tutsi ugandesi.
Questo supporto è iniziato nel 1957 con la redazione, da parte della congregazione dei Padri Bianchi, del Manifesto Bahutu.
Dopo l’indipendenza nei Paesi dell’est Africa si assistette ad una spartizione etnica tra le due correnti del Cristianesimo, cattolica e protestante, la prima, maggiormente diffusa tra le popolazioni bantu,  la seconda, tra quelle nilotiche. Il fenomeno fu originato da prese di posizione del Vaticano nelle delicate dinamiche etniche regionali nell’ultimo decennio del colonialismo che arrivarono ad ispirare, nel 1957, il tristemente famoso Manifesto Bahutu, che divenne il Mein Kampf del regime  razial-nazista di Juvenal Habyarimana in Rwanda, che terminò con la Shoah Africana nel 1994.
Il Manifesto è una vera e propria  amalgama di revisionismo storico e di rivendicazioni pseudo rivoluzionarie che esaltano la figura del poverocontadino hutu sottomesso dal brutale sfruttamento economico della élite dominante, i tutsi. Il manifesto teorizza e incoraggia una rivoluzione contadina hutu per imporre la ‘volontà della maggioranza. Ironia della sorte, durante il colonialismo belga gli stessi Padri Bianchi esaltavano l’intelligenza dei tutsi e deploravano ottusità ed ignoranza degli hutu. Caratteristiche non vere ma create artificialmente dalla Chiesa Cattolica. L’odio razziale tra hutu e tutsi ebbe radici coloniali e scaturisce da un atteggiamento psicopatico dei missionari dell’epoca che crearono la divisione razziale  subito adottata dalla famiglia regale belga per poter meglio controllare le popolazione del Urundi (attuali Burundi e Rwanda).

Dal Manifesto Bahutu la Chiesa Cattolica è passata al sostegno del regime di Juvenal Habyrimana (personaggio molto rispettato all’epoca presso le alte gerarchie del Vaticano), alla partecipazione attiva al Genocidio in Rwanda del 1994 (circa il 42% delle vittime furono massacrate in chiese e conventi con la partecipazione attiva dei preti cattolici), l’operazione di salvataggio dei principali attori del genocidio ruandese rifugiatesi dopo la sconfitta in Congo e Tanzania, il supporto ai leader del gruppo terroristico ruandese Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (FDLR) nato dalla fusione delle forze genocidarie che attuarono l’Olocausto Africano. Leader ricercati a livello internazionale per crimini di genocidio, di cui l’ultima visita presso importanti congregazioni cattoliche italiane di Roma è avvenuta durante il 2014 dove si tentò di proporle come partito politico, chiedendo al governo ruandese di formare un governo di unità nazionale con il nemico che in tre soli mesi aveva massacrato un milione di ruandesi.

A questo si deve aggiungere la manipolazione degli accordi di Arusha nel 2000 che posero fine alla guerra civile in Burundi. Manipolazione tesa a favorire i partiti estremisti Hutu Power, l’appoggio all’ex guerrigliero Hutu Power divenuto Presidente Pierre Nkurunziza, responsabile di un nuovo genocidio del quale stanno emergendo le prove in Burundi.
Sia in Rwanda che in Burundi la Chiesa Cattolica ha coscientemente giocato sulla ambiguità delle gestione del Paese a favore della maggioranza (hutu) e sulla volontà elettorale della maggioranza per nascondere il suo supporto ai regimi, il suo silenzio sulle discriminazioni, e, infine, la partecipazione attiva nel genocidio contro la minoranza tutsi, sempre e caparbiamente descritta dai missionari cattolici belgi e italiani come dei veri e propri mostri.

Questa lunga serie di complicità sono originate da una falsa percezione che il Vaticano ha assunto nei decenni sotto l’influenza dei missionari belgi e italiani presenti ed operanti nella Regione dei Grandi Laghi. Il lavoro costante di un buon numero di questi missionari a favore della divisione e dell’odio etnico e la disinformazione meticolosamente studiata che facevano pervenire a Roma, convinse le alte gerarchie del Vaticano che la minoranza tutsi rappresentava un diretto pericolo per la sopravvivenza della Chiesa Cattolica, garantita, invece, dagli ‘umili e poveri’ hutu. Questo schieramento etnico adottato dal Vaticano ha creato una complicità diretta o indiretta nei crimini commessi dalla ideologia di supremazia razziale che sono spesso e volentieri scappati di mano al Vaticano causando anche dei veri e propri martiri all’interno della Chiesa. Servitori di Dio che si sono opposti a questo ideologia di morte. Ultime cronologicamente le tre suore italiane, Olga, Lucia e Bernadetta, massacrate per ordine del regime burundese nel settembre 2014, in quanto detenevano le prove della preparazione della Kora Kora, il genocidio burundese in atto.

Negli ultimi anni la Chiesa Cattolica ha provato invertire la rotta e arginare le complicità di parte del clero nellaguerra etnica in Africa Orientale, promuovendo una cultura di pace e di fratellanza interrazziale. Vari missionari nell’est del Congo, sopratutto a Goma, Bukavu e Uvira, hanno ricevuto ‘consigli’ di mitigare le loro prese di posizione sulle questioni razziali. Alcuni di essi sono stati richiamati in Europa e sono stati sostituiti da missionari che parlano il linguaggio della fratellanza. Grande l’esempio del Centro Giovanile di Kamenge, dove coraggiosi preti sono riusciti a raggruppare giovani hutu e tutsi e far superare loro  l’odio etnico. La Chiesa Cattolica si è sentita in dovere di chiedere perdono per il suo coinvolgimento nel genocidio in Rwanda.

Un perdono, però, incentrato sull’ambiguità, eretta a sistema anche su altri temi compromettenti: dall’omofobia alla pedofilia infiltrate nel clero cattolico. Il Vaticano ha chiesto perdono specificando, però, che i preti cattolici ruandesi parteciparono al genocidio a livello personale e non seguendo istruzioni dalle gerarchie. Cosa che potrebbe essere anche probabile. E però il Vaticano continua rifiutare le richieste di estradizione avanzate dal Governo ruandese e protegge in Italia i preti ruandesi che compirono atroci atti di sterminio.

Pedofilia e omofobia sono gli altri grandi peccati della Chiesa della regione con la quale il Papa è chiamato fare i conti, già scoppiati in tutta evidenza a fine 2013 quando era stata data come quasi certa una visita di Francesco poi rinviata a oggi.

Papa Francesco ha le potenzialità per innescare una rivoluzione all’interno della Chiesa Cattolica africana dei Grandi Laghi ancorata a logiche perverse di supremazia etnica strettamente legate alle origini dei conflitti regionali che ancora insanguinano questa terra e ne bloccano lo sviluppo economico e sociale.  Nella regione si è creata una oligarchia reazionaria all’interno della Chiesa sempre meno accettata dai fedeli, nonostante rimanga forte l’amore per il Vaticano e il Papa. Questa oligarchia, installatasi nei massimi vertici della Chiesa Cattolica dei Grandi Laghi, è funzionale a interessi di specifici cartelli che nulla hanno a che condividere con la fede che sostengono di rappresentare. Le principali tendenze sono quelle di sostituirsi a Stati deboli, come nel caso del Congo, e quella di lavorare per interessi finanziari fini a se stessi, come nel caso dell’Uganda.

L’Uganda offre al Papa la possibilità di un intervento su quanto sta accadendo nell’intera regione, a partire dal Burundi.

 

 

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->