sabato, Maggio 15

Papa Francesco in Egitto: ‘Costruttori di pace, non di armi’

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Papa Francesco è arrivato al Cairo per il suo 18esimo viaggio pastorale. Al suo arrivo in Egitto è stato accolto dal premier egiziano Sherif Ismail, Ad attenderlo in aeroporto c’erano anche Ibrahim Isaac Sedrak, patriarca di Alessandria dei copti d’Egitto e presidente dell’Assemblea della Gerarchia Cattolica dell’Egitto, monsignor Bruno Musarò, nunzio apostolico, monsignor Emmanuel Bishay, vescovo di Luxor e il reverendo Jan Thomas Limchua, segretario della nunziatura apostolica. Il pontefice è stato accompagnato al palazzo presidenziale dove ha incontrato il presidente Abdel Fattah al Sisi.  In seguito ha partecipato alla Conferenza episcopale per la Pace, promossa dall’Università Al-Azhar, dove ha tenuto un discorso.

«È necessario arrestare la proliferazione di armi che, se vengono prodotte e commerciate, prima o poi verranno pure utilizzate», ha affermato Papa Bergoglio. «Solo rendendo trasparenti le torbide manovre che alimentano il cancro della guerra se ne possono prevenire le cause reali». «A questo impegno urgente e gravoso – ha scandito il Papa – sono tenuti i responsabili delle nazioni, delle istituzioni e dell’informazione, come noi responsabili di civiltà, convocati da Dio, dalla storia e dall’avvenire ad avviare, ciascuno nel proprio campo, processi di pace, non sottraendosi dal gettare solide basi di alleanza tra i popoli e gli Stati».
Francesco ha anche ribadito che «per prevenire i conflitti ed edificare la pace è fondamentale adoperarsi per rimuovere le situazioni di povertà e di sfruttamento, dove gli estremismi più facilmente attecchiscono, e bloccare i flussi di denaro e di armi verso chi fomenta la violenza».

Secondo Francesco, «educare all’apertura rispettosa e al dialogo sincero con l’altro, riconoscendone i diritti e le libertà fondamentali, specialmente quella religiosa, costituisce la via migliore per edificare insieme il futuro, per essere costruttori di civiltà. Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro», ha aggiunto il Papa, volato al Cairo proprio per dimostrare che non è la contrapposizione, ma la collaborazione delle fedi la via da percorrere.

Passando all’Afghanistan, gli Stati Uniti invieranno altri 1.500 soldati a Kabul. Lo ha detto ai media statunitensi l’ufficio dell’Army’s Public Affairs. Nel comunicato si afferma che circa 1.500 militari della Prima Brigata del contingente operativo in zone di battaglia, 82/ma Divisione aviotrasportata, di base a Fort Bragg, in North Carolina, saranno dislocati nel Paese quest’estate, nell’ambito dell’operazione Freedom’s Sentinel.

Intanto la Cina insiste sul dialogo per la soluzione della crisi nordcoreana, ma dall’amministrazione statunitense arriva la presa di posizione del segretario di Stato, Rex Tillerson, per il quale «la pazienza strategica è finita». Tillerson, alla riunione del Consiglio di Sicurezza Onu sulla Corea del Nord, ha ribadito la linea di Washington chiedendo nuove sanzioni a chiunque supporti il programma missilistico e nucleare di Pyongyang. Che rischio di un conflitto sia molto serio lo ha affermato anche il presidente Usa Donald Trump in un’intervista alla Reuters, aggiungendo però che preferirebbe risolvere la questione con la diplomazia, cosa però al momento difficile. Trump ha sottolineato inoltre che c’è una svolta nella collaborazione con la Cina, pronta a fare pressioni su Pyongyang, dopo la recente visita del presidente cinese Xi Jinping in Florida, ma Pechino «non ha la chiave per risolvere la questione nordcoreana», ha dichiarato un portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang.

La linea cinese, espressa già il mese scorso dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi, comprende la sospensione sia dei programmi missilistici e nucleari di Pyongyang che degli esercizi militari congiunti tra Stati Uniti e Corea del Sud per raffreddare l’atmosfera nella penisola coreana.

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