sabato, Luglio 24

Papa Francesco e il problema etnico della Chiesa cattolica africana In Nigeria l’ultimo caso di quello che il Vaticano considera il ‘peccato del tribalismo’, con le dimissioni, dopo 6 anni di calvario, di Monsignor Peter Ebere Okpaleke

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La Chiesa cattolica in Africa è impregnata di appartenenza etnica e business. Le diocesi spesso si configurano secondo l’appartenenza etnica locale che assicura un livello di coesione e condivisione di intenti spesso improntato su affari e speculazioni che trasformano l’assistenza sociale in un vero e proprio business concentrato in particolar modo su educazione e sanità.
In molti Paesi africani il clero delle varie diocesi tende a preferire vescovi della propria etnia considerati garanti non della fede cattolica ma degli interessi tribali.

Un quadro che trova conferma in quanto affermato dal teologo ivoriano Donald Zagore, missionario della Società delle Missioni Africane, proprio ieri a ‘Fides’, agenzia delle Pontificie Opere Missionarie, intervenendo sul caso che sta preoccupando il Vaticano, quello delle dimissioni di Monsignor Peter Ebere Okpaleke.  «Ci rendiamo conto, giorno dopo giorno, che il sangue della cultura, dell’etnia, della tribù, rimane più forte e più importante dell’acqua sacra del battesimo», ha detto Zagore. «Il paradigma dellaChiesa famiglia di Dioin Africa, sembra spesso un discorso privo di significato, che assume a tratti l’aspetto di una farsa. Ci stiamo spostando sempre di più dallaChiesa famiglia di Dioalla Chiesa tribale. Va detto con forza che questo atteggiamento è tutto tranne che cristiano».
Zagore lo definisce il ‘peccato del tribalismo’, e «quando nella Chiesa cattolica, la cui essenza stessa significa comunione, fraternità, unità, i membri si dividono per questioni etniche e tribali, dobbiamo seriamente porci la domanda profetica: abbiamo davvero compreso il significato del nostro tempo e della nostra fede?».

Papa Francesco, conscio del problema -prima la tribù poi Dio- che sta snaturando il messaggio evangelico e sta allontanando migliaia di fedeli, ha tentato di arginarlo promuovendo una composizione multietnica nelle diocesi africane che tenda a superare l’appartenenza tribale, ostacolo per la fede e forma reazionaria di potere temporale all’interno della Chiesa. Il tentativo di Papa Francesco di sopprimere l’etnicità nella Chiesa in Africa ha subito una battuta d’arresto con il caso del Vescovo nigeriano Monsignor Peter Ebere Okpaleke, nominato nel 2012 da Papa Benedetto XVI Vescovo della diocesi di Ahiara, ubicata nella regione di Mbaise, Stato di Imo, Nigeria.

La diocesi è controllata dal gruppo etnico Mbaise che, fin dalla nomina di Monsignor Okpaleke, ha scatenato un boicottaggio totale e una chiara e aperta opposizione al vescovo in quanto Okpaleke appartiene ad un altro gruppo etnico.
Nel luglio 2013 il Vaticano aveva tentato di rafforzare il vescovo Okpaleke nominando Amministratore Apostolico della diocesi d’Ahiara Monsignor John Onaiyeka, cardinale di Abuja. La nomina era tesa a introdurre il principio multietnico nella diocesi ribelle. Nonostante gli sforzi compiuti dalla Santa Sede, il clero Mbaise ha fisicamente impedito a Monsignor Okpaleke di svolgere le funzioni di vescovo presso la diocesi, causando un vuoto amministrativo e apostolico che dura da quasi cinque anni.

Nel giugno 2017 una delegazione del clero Mbaise, accompagnata da leader della tribù, incontrò Papa Francesco in un meeting a porte chiuse con l’obiettivo di destituire Monsignor Okpaleke e nominare al suo posto un Vescovo appartenente al gruppo etnico dominante nella regione. La delegazione definì la nomina di Okpalekeinaccettabile’, arrivando ad accusarlo di promuovere un conflitto etnico all’interno della diocesi. Nella delicata situazione intervennero all’epoca il Segretario di Stato, Cardinale Pietro Parolin, e il Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, il cardinale Fernando Filoni.
Le reazioni di Papa Francesco non furono quelle attese dalle delegazione. Il Santo Padre definì «inaccettabile la situazione creatasi nella diocesi di Ahiara», promettendo di prendere misure appropriate per risolvere la ribellione etnica all’interno del clero nigeriano. Papa Francesco diede al clero dell’etnia Mbaise un ultimatum di 30 giorni: obbedienza al vescovo di Okpaleke, permettendogli finalmente di svolgere le sue funzioni presso la diocesi, mettendo così fine al boicottaggio iniziano nel 2012.
Il clero Mbaise ritornò in Nigeria estremamente risentito dalla decisione del Pontefice e determinato alla disobbedienza ad oltranza. Oramai si era innescata una reazione ferrea: difesa del controllo etnico sulla diocesi di Ahiara anche a costo di disubbidire al Papa.
Nel agosto 2017, ad ultimatum scaduto, la situazione rimase inalterata. Il clero promosse una sotterranea propaganda presso i fedeli, raffigurando Monsignor Okpaleke come un nemico della etnia Mbaise, nonostante il Vescovo non avesse mai dato segni di ostilità nei confronti della tribù della zona. Secondo alcuni osservatori locali, l’opposizione a Okpaleke era motivata dal tentativo di salvaguardare opachi interessi nella gestione della diocesi che vedevano coinvolti sia esponenti del clero che leader dell’etnia Mbaise.

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