lunedì, Giugno 14

Papa Francesco e il mondo delle periferie Con la Professoressa Maria Lupi per comprendere l'eredità raccolta dalla Chiesa di Francesco

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Una visita a sorpresa quella di Papa Francesco al “Villaggio per la terra”, la recente manifestazione al Galoppatoio di Villa Borghese a Roma, organizzata da Earth Day Italia e dal Movimento dei Focolari di Roma: per molti, oggi, la Chiesa di Francesco è una delle chiavi per comprendere e cambiare il paradigma sull’ambiente; quando ormai tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, quando il potente annienta il debole, su scala mondiale si può facilmente assistere all’esclusione e all’emarginazione di popolazioni e grandi masse. Il lavoro, quando c’è, è precario; si riducono le vie di uscita, non esistono prospettive: l’essere umano, ridotto a bene di consumo, si può usare per poi essere gettato. Tutto è in bilico; tutto è provvisorio: questa è la cultura dello scarto contro cui Papa Francesco combatte quotidianamente da tre anni a questa parte; questa è l’eredità raccolta da Bergoglio, lasciata alla Chiesa e ai suoi pontefici dal Concilio Vaticano II, per cui «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore». Di questo lascito prezioso parliamo con la Professoressa Maria Lupi, docente di Storia del cristianesimo e delle chiese all’Università Roma Tre.

Quanto è vicina la Chiesa di Francesco, quella degli ultimi, ai principi del Vaticano II?

Il Papa fa sempre riferimento al Vaticano II, anche per quanto riguarda  questo argomento. Bisogna ammettere, però, che al di là dell’allocuzione di Giovanni XXIII, un mese prima del Concilio, durante la quale definì la Chiesa come ‘Chiesa dei poveri’, non ci sono grosse tracce di questo concetto: aveva attraversato la discussione e alcuni documenti, ma nulla di più. Ecco che ora Papa Francesco incarna proprio le prime righe della Costituzione conciliare ‘Gaudium et Spes’, un documento che diventa simbolo, manifesto del suo pontificato. Lo spirito della ‘Gaudium et Spes’ si diffonde così  nelle periferie del mondo, le rischiara: Papa Francesco sta portando questa luce ovunque, dall’inizio del suo pontificato al suo viaggio a Lesbo. Riconoscere nei poveri il volto di Cristo è qualcosa che bisogna prima di tutto incarnare, realizzare, compiere quotidianamente. Il seme è stato gettato più di mezzo secolo fa, oggi, con Bergoglio cogliamo frutti maturi.

Il più debole non viene escluso; le differenze non generano conflitto, ma crescita: questa è la famiglia per Francesco, così per il Pontefice dovrebbe essere il mondo. Quanto è vicina la famiglia di Francesco alla ‘Chiesa domestica’ del Concilio Ecumenico?

La Chiesa domestica del Vaticano II è soprattutto un concetto teologico: se ne parla in relazione alla missione salvifica della Chiesa nel mondo, proprio a partire dalla famiglia. Nella Chiesa di Francesco tutto ciò rimane, senza alcun dubbio, ma Bergoglio si rende conto che la famiglia ha bisogno di aiuto, è in crisi: se la famiglia di oggi vive un conflitto, questo conflitto attraversa il mondo intero; il futuro è a rischio. Bergoglio sa che la famiglia è imperfetta e bisogna farsi carico di tutto questo, comprenderlo, avvicinarsi a queste realtà, senza mai isolarle.

Stiamo assistendo ad un vero e proprio esodo: culture differenti sono chiamate ad un’integrazione sempre più veloce e urgente; il dialogo interreligioso è stato uno dei simboli del Vaticano II e lo è anche del  pontificato di Francesco.

In questo senso continua il dialogo ecumenico e interreligioso: si deve a Giovanni XXIII l’istituzione del Segretariato per l’unione dei cristiani. Per quanto riguarda questo tema, già mezzo secolo fa si possono registrare avvenimenti molto importanti, di cui ancora oggi si discute; altro discorso, invece, è l’accelerazione su questa strada, cui stiamo assistendo con Francesco.  Esistono scambi, relazioni, dialoghi tra la Chiesa e le altre religioni che non arrivano ai media, ma lentamente, di mattone in mattone, costruiscono ponti di pace. Il bisogno insopprimibile di far convivere popoli diversi per un bene comune è il faro del pontificato di Bergoglio: ecco il viaggio di Papa Francesco a Lesbo; ecco il bisogno di suscitare un dialogo tra i rappresentanti delle diverse religioni. Pensiamo all’incontro con il Patriarca Kirill. I tempi non sono più quelli del Concilio Vaticano II: il fondamentalismo, l’odio, la violenza, gli attentati hanno contratto in maniera tangibile il tempo in cui viviamo.

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