giovedì, Maggio 13

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Pannella è una farfalla. Ché Marco delle farfalle ha la felicità di vivere in pieno tutto il tempo che è dato, estendendone come le farfalle il valore, e non a caso quasi colorate farfalle sono le sue sempre più fantasmagoriche cravatte, in genere floreali con predilezione per le infinite sfumature di giallo. Alcune vivono solo un giorno nella forma adulta di farfalla (i lepidotteri intendiamo, ma forse, magicamente, anche le cravatte), altre da pochi giorni a un paio di settimane, altre ancora per alcuni mesi. Ma ci sono anche farfalle come la Heliconius charitonius, la cui immagine va ad illustrare questo ritratto, che possono vivere attivamente fino a diversi mesi, un periodo stratosfericamente lungo rispetto alla norma. E lo fanno grazie alla capacità di utilizzare anche il polline come fonte alimentare. Oppure, come per altre loro specie, andando in ‘diapausa’ cioè estendendo la longevità col trascorrere i mesi invernali al riparo, senza praticamente nutrirsi. All’opposto anche, e forse soprattutto, nelle sue ricorrenti astensioni dal cibo Pannella si è continuamente alimentato di contiguità, dialogo, intraprese, affetto, amore e amori, e grazie a questo ha già avuto una vita oggettivamente lunga, ma ‘lunghissima’ considerando come si è estesa al di là dei pur tanti giorni effettivamente vissuti.

Pannella è sempre stato «uno Zanna Bianca che ti piscia sulla slitta» come cantava di lui Gianfranco Manfredi, che poi nel suo ‘Ma non è una malattia’ raccontava «delle notti che ho passato ad aspettare cose che forse dovevano arrivare». E pure questa attuale di Pannella ‘non è una malattia’ anche se fisiologicamente in parte lo è, però proprio a partire da quelle notti di cui tanto spesso parla avendole per primo rese soggetti e protagoniste politiche, invece di aspettare le cose che dovevano arrivare ha provato a farle arrivare davvero. Spesso riuscendoci, e quando non ci è riuscito piantando semi che hanno poi dato e daranno frutto. E certamente è «un galantuomo con due pistole caricate a salve e un canestro pieno di parole» come da quasi antico canto di Francesco De Gregori che sembra sprigionare ancor più oggi il proprio bouquet. E se già allora «qualcuno ha pensato che forse è morto lì però non era vero» lui continua a ripresentarsi e «con un canestro di parole nuove calpestare nuove aiuole». In fondo quello che gli chiedeva (quasi intimava) Pier Paolo Pasolini nel suo postumo intervento al Congresso del Partito Radicale, forse l’ultima cosa scritta dal poeta di Casarsa prima di avviarsi verso l’addio, cioè «continuare semplicemente a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi: e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi col diverso; a scandalizzare; a bestemmiare». In questo modo il rissoso, irascibile, carissimo (e ‘insopportabile’, in ogni senso) Marco PannellaBraccio di Ferro continua a ‘bestemmiare’, con il suo corpo reso tante volte «spina di pesce» causa digiuni, anche in una non sempre proficua coazione a ripetere di questi e dell’uso dei referendum. Comunque strumenti di lotta «contro un mondo, sempre più chiuso e sordo, che non è mai riuscito, per pavidità, a metterlo in prosa, a farlo ministro o commendatore, presidente o cavaliere» come acutamente ne dice Francesco Merlo.

Il suo odierno momentaneo ‘ritirarsi’ è anche un ritrarsi, un’assenza christologica, nel senso dell’artista bulgaro Christo Vladimirov Yavachev, suo quasi coetaneo, che rimostra le cose nascondendole e facendole così rivedere nella loro essenza ed importanza. Quanto alla pannelliana ’autocristologia’ senza acca che lo ha da sempre un po’ preso, si va progressivamente ampliando ma ancora nei limiti del sopportabile. Un po’ meno quella di alcune delle sue controproducenti ‘pie donne’. Con nonviolenza e satyāgraha, la gandhiana ‘insistenza per la verità’, lui ha messo in gioco e spesso in pericolo il proprio corpo, affermando con i fatti la convinzione che «la durata è la forma delle cose». Del Pannella rivoluzionario e rivoluzionante colpisce da sempre la vincente concretezza di prassi ed obiettivi, l’archimedeica ricerca di una leva con cui sollevare il mondo, così che adesso colpisce antiteticamente la ricerca un po’ fluida del «diritto alla conoscenza». In ogni caso continua ad affidarsi a quella «spes contra spem» ripresa dalla ‘Lettera ai Romani’ di Paolo di Tarso «Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli», che è stata anche motto del ‘Sindaco santo’ di Firenze (Giorgio La Pira, non Matteo Renzi). Addirittura nella sua geniale megalomania da Gran Mogol delle Giovani Marmotte sempre pronto ad insegnare a chiunque cosa sarebbe giusto che facesse, Pannella voleva forse fosse questo il tema scelto per il suo Anno Santo, al posto della Misericordia, da Papa Francesco. Che molto apprezza ma che comunque ha esortato in un colloquio a leggere finalmente Georges Bernanos. Si ignora la risposta…

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