martedì, Aprile 20

Pannella, eretico riformatore

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Per una volta lasciamola da parte la politica politicante, i bau-bau della minoranza del Partito Democratico, il ‘me ne frego’ di Matteo Renzi, il liquefarsi in lotte di successione del centro-destra, il velleitario bla-bla di Silvio Berlusconi. Per una volta ci si occupa di un personaggio che la politica l’ha nel suo DNA, che come pochi ha inciso nella storia recente di questo Paese; un personaggio amato e detestato, e che comunque non lascia mai indifferente, e sempre ti costringe a dire: ‘Però…!‘, anche quando ti sembra che dica cose scombiccherata che più non si può. Il personaggio, si sarà capito, è Marco Pannella. Aveva visto giusto Giulio Andreotti. Cosa pensa di Pannella, gli avevo chiesto a bruciapelo; e lui rispose con un epigramma: «Marco anche quando graffia, non lascia rancore».

Il vecchio Simba della politica non solo italiana sta male. Molto male; come può star male chi lotta contro due cancri, uno ai polmoni, l’altro al fegato; come può star male uno che ha fatto  -letteralmente- del suo corpo uno strumento di lotta politica e di ‘comunicazione’, con lunghi, debilitanti scioperi della sete e della fame; uno capace di fumare sigari e sigarette senza filtro a decine ogni giorno per tutta la vita, sostenendo che erano per lui una specie di terapia salvavita; uno capace di fare il giro del mondo in ventiquattr’ore per il bene di una sua causa; ed è fatale che a 86 anni (è nato il 2 maggio del 1930), quel corpo si voglia prendere qualche vendetta.

Sta intanato nella sua vecchia mansarda romana vicino a piazza Fontana di Trevi, ed è un pellegrinaggio laico, ogni giorno: amici e compagni che vengono da tutta Italia, per un saluto, un selfie, una stretta di mano, un abbraccio; e lui sempre sorridente, quegli occhi azzurri in un viso sempre più affilato, la voce che diventa un sussurro, ti accoglie e saluta; e ti toglie dall’imbarazzo cominciando lui a parlare seguendo logiche e vicende che lì per lì fatichi a seguire; fatti lontani, remoti, che stenti a collegare, e poi, però, ecco il guizzo di sempre, quell’indomabile forza che lo anima da sempre che si libra nell’aria, e ti accorgi che riesce ancora a trovare energie e risorse per essere quella speranza che evoca quando cita Paolo di Tarso, «Spes contra spem», essere speranza contro l’aver speranza.

Anche chi scrive, come tanti, una mattinata si è presentato a casa sua, e ha trascorso un paio d’ore in quella cucina-ufficio che in altri tempi era insieme luogo per leggendarie, pantagrueliche cene; e cornice di lunghe, interminabili discussioni da cui poi scaturivano le iniziative politiche destinate a essere e fare storia. Lo ascolti, lo guardi mentre si accende e fuma l’ennesimo sigaro, beve un sorso dell’amata Coca Cola. Ti chiedi: da quando lo conosci, quest’uomo? Da una vita, era il 1972, e il simbolo del Partito Radicale era ancora la ‘Marianna’ francese, quel viso di giovane donna con il berretto frigio che ti faceva subito pensare al celebre quadro di Eugène Delacroix, «La libertà che guida il popolo»

Di cosa si può parlare con Pannella, anche se stanco e malato? Di politica, ovvio. Il PD? Vi dice che è da una vita che insegue i comunisti e le successive declinazioni che li hanno sostituiti: “Per assorbirli, megalomane come sono, nella rivoluzione liberale”. Riandrà ai tempi della lotta per il divorzio: “Lì, riuscimmo ad assorbirli. Prima erano contrari, poi all’ultimo momento accettarono di sostenerlo e vennero con noi. Il loro popolo era d’accordo con quella iniziativa politica, ma i dirigenti avevano paura di perdere, e avevano paura che andasse a culo il rapporto con la DC. Le battaglie per il divorzio e l’aborto hanno unito l’Italia: è la democrazia che unisce. Ne discutevano tutti, giovani, vecchi, uomini, donne, al Nord come al Sud”.

Berlusconi? Vi dirà che nel 1994 si era illuso di poter giocare un ruolo liberal-democratico, e che questa illusione è durata fino al 1996. “Oggi è uno di loro, della partitocrazia. E’ come un’auto in folle su una strada in discesa. Precipita sempre più velocemente senza riuscire ad aggrapparsi a nulla. Non ha mai governato nulla, nel senso liberale della parola”.

L’Italia? E’ un regime antidemocratico, dice, dove nessuno guarda più al diritto: “Tutti dicono: salviamo la democrazia, ma non fanno nulla per fermare il degrado; e io avverto: quando non c’è democrazia. E’ un miracolo se la società non si trasforma da civile in incivile, seguendo la strada della violenza”. Secondo Marco, la Costituzione è stata distrutta fin dagli anni Cinquanta, in piena prima Repubblica, perché “non c’è differenza antropologica tra destra e sinistra, anche se questo non significa che siano uguali. Sessant’anni di partitocrazia antifascista, venuti dopo venti di partitocrazia fascista, è la metamorfosi del male”.

E lui, Pannella? Lui dopo una vita che è un’epopea (e per raccontarla, spiegarla, altro che le 250 pagine di un libretto che gli ho dedicato; ci vorrebbe l’impegno e la dedizione che Renzo De Felice ha dedicato a Benito Mussolini), insegue sempre lo stesso sogno, la stessa visione di sempre: “Penso che sia realmente possibile una alternativa liberale come accade ogni due o tre secoli nella storia. Sarò cocciuto, ma non riesco a rinunciarci…”.

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