martedì, Gennaio 18

Pandemia: rispondere al negazionismo e alla confusione sociale C’è una grave crisi di spiegazione pubblica. La pandemia deve portare a una comunicazione pubblica, coordinata ma orizzontale, orientata a un largo processo di spiegazione

0

Nel corso di un talkshow di prima serata (‘In onda‘, su La 7), da tempo sintonizzato sulla relazione tra crisi sanitaria e luci&ombre del sistema comunicativo, ieri sera -in mezzo a abituali domande e a ragionevoli quanto a volte ripetitive risposte- vi è stato un insolito siparietto.
Per dire finalmente a chiare lettere che c’è una grave crisi di spiegazione pubblica che sta diventando un atto di omissione rispetto ai più di 4 milioni di non vaccinati che irridono ai media e ad altre fonti considerate asservite ai big-pharma, secondo quella posizione che a livello globale è impersonata da figure con purtroppo nomi illustri, come Robert Kennedy jr. Ieri sera una prima argomentazione secca basata sui numeri della possibile evoluzione geometrica del peso delle terapie intensive in Italia l’ha fatta in quella trasmissione un economista, Tito Boeri. E ciò ha indotto una delle figure più autorevoli del diritto pubblico italiano, il professor Sabino Cassese, giudice costituzionale emerito, a fare il (non improvvisato) siparietto.  Fatto in una forma in verità drammatica, anche se lo studio ieri in ascolto ha reagito ridendo.
Cassese non ha lanciato una dotta reprimenda sul mancato ruolo della comunicazione istituzionale e nemmeno ha svolto una razionale illustrazione delle fonti che potrebbero rigenerare un ritrovato ruolo. Ma ha preso, con voce in crescendo, la via della ridicolizzazione. Da una parte dicendo di aver contato sul sito della Presidenza del Consiglio il numero delle norme accatastate (ben 36) per trattare una cosa che, per essere capita, ha un bisogno urgentissimo di ricapitolazione ufficiale sintetica e comprensibile.
Ma ha anche letto a mitragliatrice una di queste norme, che prima di arrivare a uno straccio di contenuto si perde in una marea di rimandi di legge che suonano -soprattutto in mezzo ad una pandemia- come un gettito urticante in faccia al cittadino che si arrischia a ficcare il naso nei posti in cui dovrebbero essere servite le spiegazioni a sua misura.

POLITICA E MEDIA. DIRITTO DI PAROLA. NON L’UNICA PAROLA
Appunto, tutti a sorridere, come per dire lo sapevamo che lo Stato è quella roba da lì da sempre” (Concita De Gregorio), o per dire che nessuno ha sconfitto lo “stuolo dei consiglieri delle magistrature o avvocature amministrative che seppelliscono nella coltre di inspiegabili parole ogni argomento di pubblica utilità” (Federico Rampini). In sostanza per dire che né la politica vuole fare questo genere di riforma, né l’apparato istituzionale di Stato consente di riattivare una funzione che negli anni ’90 diventò cantiere, poi prassi, poi un sistema di norme; ma grazie alla seconda Repubblica è stata sradicata, per far tornare l’apparato pubblico nelle antiche culture delsegreto&silenzioe per lasciar dilagare nello scontro esplicativo -sempre più rissoso e confuso- la politica e i media.
Sia ben chiaro: la politica e i media hanno ovviamente un garantito e centrale diritto di parola in democrazia.
Ma entrambi hanno i loro spazi delimitati dalla domanda che la stessa società esprime realmente nei loro confronti. I partiti hanno da poco raggranellato qualche punto di fiducia in più scavallando l’infame 10% al di sotto del quale hanno viaggiato nelle classifiche sulla reputazione di ciò che il cittadino considera ‘pubblico’. Mentre i media fanno i conti con una marginalizzazione grave della carta stampata e con un controllo della audience da parte delle tv a condizione che i format stiano lontani dalla pedagogia, puntino alla scontro continuo, si sviluppino sull’allarmismo e mantengano il ‘ritmo’ delle dichiarazioni competitivo con i tweet.
Poi c’è la rete. Territorio in cui in campo pandemico dilagano i negazionisti. In cui è difficile esserci per le istituzioni. Ma rispetto a cui serve una strategia orizzontale non verticistica.

UN RECENTE PERCORSO
Da tempo e comunque in tutte le modalità di analisi e di scrittura in cui ci si è esercitati in tempo di pandemia, chi scrive ripropone la questione di una ‘riforma necessaria della comunicazione pubblica‘.
Dapprima in ambito in europeo, dove la rete più responsabile degli operatori sta svolgendo incontri pressanti soprattutto nell’ultimo scorcio di impennata del virus.
Poi in Italia, reagendo alla provocazione (infelice ma da questo punto di vista forse salutare) del senatore Mario Monti di ipotizzare forme di controllo istituzionale sul trattamento mediatico della crisi sanitaria, argomento purtroppo posto su un terreno più che scivoloso che si è provato a girare invece nella riorganizzazione possibile di apparati che agiscono quando va bene in sordina, quando va male senza strategia e senza obiettivi socialmente netti. Lo abbiamo fatto anche su queste pagine.
Poi riprendendo un lavoro di sinergia con ambiti di studi sociali (come il Censis) che furono negli anni di battaglia per quella funzione e per le sue leggi un vero cantiere di analisi ‘dalla parte del cittadino’, il tentativo è stato quello di scrivere un testo in cui si sono raccolti tutti gli argomenti affiorati nel corso della crisi per proporre una riforma importante nella pandemia e dopo: governare la spiegazione‘.
Da ultimo, incontrando in webseminar dal CNEL di Roma circa duecento operatori professionali del settore e stringendo in modo più pressante gli argomenti, attorno a cui le adesioni restano di tipo morale o intellettuale, ma non è facile che procedano con il necessario moto interno di un sistema che appare stagnante.
Anche se il titolo dato da De Rita alla sua battagliera prefazione è stato ‘Se non ora quando?‘, si capiscono le ragioni per cui ‘altro bolle in pentola‘ in questa fase tra scadenze istituzionali e politiche in Italia e in Europa, per immaginare la riattivazione, ora, di questo delicato dossier. Tanto più che i partiti (legislatori) dovrebbero dimostrare il coraggio e la rigenerazione che è il banco di prova più generale della transizione emergenziale che è in corso. Anche se, proprio ora, le pressioni si fanno dirette e riguardano non solo la pandemia, ma anche la chiarezza partecipativa circa la manovra economica e la reattività sociale.
E riguardano anche l’accompagnamento dei comportamenti pubblici in senso solidale.

SPINTA SOCIALE E PROFESSIONALE
Quindi la spinta deve venire dagli ambiti sociali (organizzati) e professionali.
Ma questo fronte resta in un certa sua parte (imprenditori, sindacati, varie associazioni di categoria) scettico di fronte all’idea della riformabilità‘. Confida più volentieri in ipotesi magiche, come quella della grande trasformazione tecnologica che si trascini dietro alla fine molte più risposte in concreto sulla materia di quanto possa apparire sic stantibus rebus. L’argomento mi convince fino a un certo punto. Per spiegarmi ho detto più volte che ora è necessario che l’indirizzo sociale prevalga -dal punto di vista della chiarezza strategica- anche sull’indirizzo ‘social’. In questo momento storico è più importante abbattere la soglia elevatissima di analfabetismo funzionale che migliorare l’esito della compilazione dei moduli (anche se le due cose collimano). E ne resto convinto. A condizione che si capisca bene che non è più tempo di URP, portali autoreferenziali, uffici dedicati in spazi secondari. La partita deve riguardare la grande linea di socialità esistente nel lavoro pubblico in tutta la sua articolazione (scuole, ospedali, servizi pubblici, assistenza, ambiente, eccetera). Deve riguardare un patto di sussidiarietà verticale e orizzontale che tenga in rete i territori. Deve riguardare un pensiero che -come ha ricordato Giuseppe De Rita al CNEL- non sarà più quello della ‘cabina di regia’ verticale degli anni ’90. Ma una visione che il lessico anti-pandemico suggerisce di chiamare ‘strategia comunicativa molecolare‘. Cioè articolando compiti e ruoli -nel processo di comunicazione scientifica e di spiegazione sociale (la Rai ovviamente è parte essenziale di questa visione, ma per converso lo possono essere tutti i media che ne colgano le potenzialità narrativa e vogliano e possano concorrervi) in cui i corpi intermedi delle istituzioni e della società devono avere un ruolo complementare come lo è stato, né più né meno, in tutte le ‘ricostruzioni’ dopo le calamità.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

Stefano Rolando, 1948, laureato a Milano in Scienze Politiche, è docente, manager, comunicatore. Dopo esperienze di management in aziende (Rai e Olivetti) e istituzioni (Presidenza Consiglio dei Ministri e Consiglio Regionale della Lombardia), è stato dal 2001 al 2018 professore di ruolo (Economia e gestione delle imprese) alla facoltà di Scienze della comunicazione dell'Università IULM di Milano, dove continua gli insegnamenti in materia di comunicazione pubblica e politica e l'attività di ricerca applicata Dal 2005 al 2010 è stato segretario generale della Fondazione di ricerca dell'ateneo. È stato anche segretario generale della Conferenza dei presidenti delle assemblee regionali italiane e rappresentante italiano nel comitato scientifico Unesco-Bresce. Dal 2008 è presidente (Melfi-Roma) della Fondazione “Francesco Saverio Nitti” (www.fondazionefsnitti.it). Dal 2021 è anche presidente (Milano) della Fondazione “Paolo Grassi – La voce della cultura” (www.fondazionepaolograssimilano.org/). Attività e pubblicazioni www.stefanorolando.it

End Comment -->