mercoledì, Ottobre 20

Panama Papers: una bolla? finanziata da chi?

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I cosiddetti Panama Papers sono in realtà 11,5 milioni di documenti finanziari che abbracciano un arco temporale di quasi quarant’anni appartenenti alla Mossack-Fonseca, società con sede a Panama e con filiali in molti Paesi che offre un porto sicuro ai guadagni che, nella maggior parte dei casi, imprenditori, politici e affaristi di ogni genere intendono nascondere al fisco del proprio Stato di appartenenza.

Talvolta, però, i fondi che tali categorie di depositanti trasferiscono sui conti off-shore sono frutto di operazioni all’estero su cui il Paese di origine non ha giurisdizione, il che le rende del tutto legittime e regolari. Su questo aspetto della vicenda per nulla irrilevante le agenzie giornalistiche hanno completamente sorvolato, inducendo così il lettore privo di dimestichezza con questioni consimili a ritenere che depositare denaro su un conto off-shore sia di per sé un reato.
Il problema, invece, si presenta se si osserva la questione da un punto di vista carattere etico-politico, dal momento che un politico o un imprenditore già piuttosto benestante che ricorre a questo genere di sotterfugi offre un’inequivocabile dimostrazione di carente senso dello Stato.

Ciononostante, il materiale raccolto dal Consortium of Investigative Journalism (‘Cij‘, l’ente che raggruppa gli autori dell’indagine) è stata organizzato e presentato al pubblico in maniera che potrebbe apparire subdolamente tendenziosa, come testimoniato dalla presentazione dello scoop.
Il sito del ‘Cij‘, su cui campeggia l’immagine di una città siriana distrutta dai bombardamenti, informa  i lettori che dalla montagna di documenti esaminati dal gruppo di lavoro sono emerse tracce delle attività illecite di oltre 30 aziende che compaiono nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. Di queste, come afferma il giornalista Fulvio Scaglione, «l’unica compagnia identificata con nome e ragioni sociali, però, è la Pangates, società specializzata in petrolio e carburanti con sede negli Emirati Arabi Uniti. La Pangates avrebbe fornito carburante speciale per i caccia dell’aviazione del Governo siriano. Carburante che, dice il sito, è servito ad Assad per uccidere migliaia di civili. Ovviamente Isis, al-Nusra e altri soggetti qui non sono menzionati, nemmeno in ipotesi. Poi però salta fuori che la Pangates è parte dell’Abdulkarim Group, che è un’azienda siriana. Un’azienda siriana che procura carburante all’aviazione del proprio Paese. Potrà non farci piacere ma non è così strano. L’attenzione, semmai, dovrebbe essere puntata sulle autorità degli Emirati Arabi Uniti, Paese fedele alleato degli Usa ma a quanto pare renitente a seguirne le indicazioni».

Oltre a ciò, colpisce l’enfasi che il ‘Cij‘, e di conseguenza tutti i principali organi di informazione occidentali, hanno posto sul nome di Vladimir Putin, sebbene il nome del Presidente russo non compaia in nessuno dei documenti esaminati. Eppure, i media statunitensi ed europei hanno costruito e ripetuto a tamburo battente la tesi secondo cui il capo del Cremlino sarebbe stato il vero beneficiario di una rete di prestanome e società off-shore legate a personaggi a lui vicini, come l’amico violoncellista Sergeij Roldugin. La carenza di prove a supporto di questa tesi ha, però, costretto gli architetti di questa storia a operare un sostanziale ridimensionamento, sostenendo che il trasferimento all’estero di miliardi di dollari da parte dei facoltosi amici di Putin non sarebbe potuto andare in porto senza l’assenso diretto o indiretto del presidente. Anche questa ipotesi ha tuttavia cominciato a sgonfiarsi molto rapidamente nel momento in cui sono saltati fuori i nomi di personaggi indissolubilmente legati agli Stati Uniti e all’Europa, come il Presidente ucraino Petro Porošenko, re Salman dell’Arabia Saudita e il Primo Ministro britannico David Cameron, costretto in questi giorni –non senza un certo imbarazzo– a cercare di spiegare la propria posizione davanti al Parlamento e ai cittadini irritati da questa vicenda.

L’inconsistenza delle piste battute dai media statunitensi ed europei ha indotto ‘Wikileaks’ ad avanzare dubbi sull’intera vicenda, con una serie di tweet molto diretti e ben argomentati. La prima domanda che pone ‘Wikileaks’ è perché solo una manciata degli 11,5 milioni di documenti raccolti e studiati dal Cij sia stata pubblicata. «Se censuri più del 99% dei documenti è chiaro che il tuo giornalismo non supera l’1%». «I soldi di Washington influiscono sulla copertura giornalistica», ha scritto inoltre l’ente fondato da Julian Assange, alludendo alla sorprendente assenza di qualsiasi magnate o società multinazionale statunitense nei Panama Papers; cosa su cui il Presidente Barack Obama ha fatto leva per indicare nell’evasione fiscale «uno dei grandi problemi globali da combattere», proprio mentre alcuni Stati federati degli Usa si accingono a diventare dei veri e propri ‘paradisi fiscali’.

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l’organizzazione di Assange va dritto al nocciolo della questione, con un altro tweetil Governo Usa ha finanziato l’attacco a Putin attraverso l’Usaid». In effetti, che dietro un’inchiesta giornalistica tanto delicata ci siano i soldi di un Governo, per giunta estremamente interessato come quello statunitense, fa sorgere forti dubbi circa l’obiettività degli autori dello scoop, che secondo ‘Wikileaks’ sarebbero «bravi, ma non un modello di integrità» prestandosi a un simile gioco.

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