giovedì, Settembre 23

Panama Papers: 'ladroni' africani field_506ffbaa4a8d4

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I Panama Papers, 11,5 milioni di documenti finanziari appartenenti alla Mossack-Fonseca, società con sede a Panama e con succursali in molti Paesi che offriva un paradiso fiscale sicuro, fino a qualche mese fa, coinvolgono anche politici e imprenditori africani. Al momento sono stati scoperti 18 grandi ‘ladroni’, alcuni collegati o direttamente coinvolti nelle più feroci dittature del continente, quale quella del Burundi. Altri nomi illustri potrebbero affiorare. Tuttavia la percentuale dei clienti africani della società panamense rimane irrisoria per due motivi: l’evasione fiscale e la fuga dei capitali in Africa viene principalmente attuata dalla multinazionali occidentali. Dai 30 ai 60 miliardi di dollari secondo le cifre pubblicate dalla UNECA, la Commissione Economica delle Nazioni Unite per l’Africa. I dittatori o i corrotti Capi di Stato africani non necessitano di paradisi fiscali per assicurare le loro ricchezze sottratte dallo sviluppo del Paese, possono legalmente depositarle presso prestigiose banche europee senza particolari problemi. Le banche francesi, inglesi e svizzere annoverano molti VIP africani tra i loro clienti. A nessuno di loro è stato chiesta la provenienza delle colossali somme depositate. Raramente questi conti vengono congelati, come successo ai conti della Famiglia Gheddafi. Anche l’ex Presidente burundese Pierre Nkurunziza possiede vari conti bancari in Europa. Nessuno di questi è stato oggetto di sanzioni o congelamento, nonostante da un anno abbia fatto sprofondare il Burundi in una guerra civile attuando uno strisciante genocidio per mantenersi al potere.

Nei documenti emersi è evidente che le attività illecite ruotano attorno alla risorse naturali: minerarie e petrolifere con la complicità di multinazionali e banche occidentali. Le varie compagnie di comodo create da dittatori e politici africani – alcune hanno sede in Europa – sono funzionali allo sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’Occidente.  Non si salvano neppure vari istituti bancari europei (italiani compresi) che custodiscono i conti bancari ad personam di dittatori e genocidari africani. Queste connivenze hanno indotto i giornalisti autori della indagine a non divulgare nei dettagli le fortune dei ladroni africani per non scatenare inchieste giudiziarie in Europa e Stati Uniti contro ‘rispettabili’ multinazionali e banche. E’ questa scelta, assieme a quelle di concentrare l’attenzione sulla Siria e sul Presidente russo, Vladimir Putin, che rafforza i dubbi sull’utilizzo strumentale e politico della indagine. Dubbi sollevati anche da Wikileaks con una seria di tweet molto diretti e ben argomentati. Wikileaks nota che il 99% dei dossier scoperti sono stati censurati per non offendere i poteri forti.

L’ondata di indignazione internazionale che si è abbattuta sulla Fonseca e sul Governo di Panama appare assai ipocrita considerato che vari Stati europei sono di fatto paradisi fiscali ampiamente tollerati (Principato di Monaco, Liechtenstein, Lussemburgo, San Marino, Svizzera), altri Stati europei ‘puliti’ non disdegnano di creare nel proprio territorio situazione finanziarie ‘protette’, e alcuni Stati federati degli Stati Uniti stanno diventando dei veri e propri paradisi fiscali.

I Panama Papers evidenziano una realtà conosciuta da cinquantanni, ma tollerata in quanto funzionale all’economia occidentale. Dittatori e Capi di Stato africani rubano le ricchezze dei propri Paesi, incoraggiati dalle potenze occidentali che, tramite la corruzione, penetrano i mercati regionali africani per assicurarsi l’economia coloniale che dura da 250 anni: esportazione delle ricchezze africane per sostenere lo sviluppo industriale e finanziario europeo e americano. I soli Paesi che vengono condannati sono quelli che cercano di staccarsi dagli invadenti alleati occidentali per fare affari con le potenze emergenti euroasiatiche (Russia e Cina). Di seguito vi illustriamo i primi 9 dei 18 ‘ladroni’ africani, suddivisi per Paesi di origine.

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