mercoledì, Dicembre 8

PAN e PRD, la dura vita dei secondi

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Madero Pan PDR Messico

Mentre le bozze delle leggi secondarie per le riforme strutturali languono nelle aule parlamentari, all’interno di due dei tre principali partiti messicani inizia a riscaldarsi il dibattito interno in vista delle elezioni del Congresso del prossimo anno. All’interno di PAN (Partido Acción Nacional) e PRD (Partido de la Revolución Democrática) stanno infatti avendo luogo scontri rilevanti legati alla presidenza delle rispettive formazioni. Il partito degli ex Presidenti Vicente Fox e Felipe Calderón, in realtà, si sta riassestando dopo aver decretato il ritorno alla propria guida di Gustavo Madero, mentre la compagine progressista si avvia verso l’elezione interna di settembre ancora incerta sulle modalità del voto.

Già, perché è emersa a più riprese l’intenzione del partito del ‘sole azteco’ di coinvolgere nell’organizzazione delle proprie ‘primarie’ l’Istituto Nazionale Elettorale (INE) – peraltro da poco riformato con l’approvazione delle leggi secondarie della riforma politica. In attesa della risposta, legata anche all’accordo tra PRD e INE sui costi della partecipazione del secondo, è chiaramente il dibattito fra i candidati ad attirare le maggiori attenzioni. Il nome più prestigioso per la successione dell’attuale leader Jesús Zambrano Grijalva è quello del fondatore del partito Cuauhtémoc Cárdenas. Già primo presidente del PRD dal 1989 al 1993, Cárdenas ha acquisito ulteriore seguito nell’ultimo anno guidando la protesta contro la riforma energetica del Presidente Enrique Peña Nieto, che scardinerebbe la nazionalizzazione petrolifera approvata nel 1938 dal padre del primo, il Presidente Lázaro Cárdenas. Tuttavia, la situazione interna al partito è tutt’altro che univoca, al punto che lo stesso Cárdenas ha recentemente deplorato i «venti di frattura» che turbano il PRD a venticinque anni dalla sua fondazione.

Venti di frattura, d’altronde, si ritrovano anche nell’avversario PAN. La rielezione di Gustavo Madero, che succederà al breve interregno di Cecilia Romero Castillo, non ha certo placato le turbolenze interne al principale sconfitto delle elezioni presidenziali del 2012, che ha visto peraltro crollare i propri iscritti dell’80% nell’anno successivo. Sebbene in quegli anni a dirigere il PAN fosse sempre Madero, questi si è visto riconfermato alle elezioni interne di maggio ai danni del contendente Ernesto Cordero. Nonostante l’appello all’unità del partito, le recenti nomine per la Commissione Permanente di quest’ultimo hanno già scatenato i rancori della corrente corderista. La presenza di soli due appartenenti alla fazione sconfitta su quaranta nominati ha causato profonda insoddisfazione, ponendo dubbi su una rapida ripresa del partito in vista delle elezioni per il Congresso federale del 2015 ed altre imminenti tornate chiave a livello statale.

Ne emerge, quindi, un quadro in cui il maggior favorito rimane il Partido Revolucionario Institucional del Presidente, avvantaggiato più dalle debolezze di PAN e PRD che dalle proprie politiche. Per comprendere meglio le dinamiche della situazione, ci siamo rivolti al Dott. Luis Rubio, opinionista per ‘Reforma’, ‘The Wall Street Journal’ e ‘Los Angeles Times’.

 

Comincerei con il cambiamento già avvenuto, quello relativo alla ‘nuova’ presidenza del PAN. Dopo la sconfitta elettorale ed il tracollo della militanza nel biennio 2012-2013, quale sarà il significato del ritorno di Gustavo Madero alla guida del partito?

In primo luogo, è importante capire che, per emendamenti agli statuti del partito di un paio di anni fa, questa presidenza del PAN durerà solamente 15 mesi. La sua rilevanza, da cui la lite, consiste nel fatto che avrà un’influenza sproporzionata nella designazione delle candidature al Congresso nel 2015 ed a governatorati molto importanti per il PAN. Queste nomine peseranno senza dubbio su chi si giocherà la presidenza nel 2018. La vittoria di Madero si deve molto all’astio verso Calderón (siamo in molti a credere che l’appoggio che Margarita Zavala [moglie dello stesso Calderón, ndr]ha concesso a Cordero abbia deciso l’elezione), così come all’appoggio economico che Madero ha ricevuto dal Governo attraverso il Patto per il Messico. Questa presidenza di Madero non sarà particolarmente splendida perché non ha una visione volta a ricostruire il partito e, quand’anche si riveli molto attivista per la dinamica elettorale, dubito comunque che incida molto.

La costituzione della Commissione Permanente del partito sembra mantenere comunque gli attriti tra maduristi e corderisti. Il PAN potrebbe risultare ulteriormente danneggiato da queste divisioni? In che modo?

La grande sfida del PAN è convertirsi in un partito di potere e non in un partito di valori. I suoi 12 anni alla presidenza del Paese sono stati un disastro perché non avevano le capacità per operare in termini politici. Nessuna delle forze in lotta enfatizza questi aspetti, né ciò è stato trattato dai dibattiti nella contesa interna. Le divisioni nel PAN rispondono a differenze tanto ideologiche così come  di personalità. Dal versante ideologico, un gruppo sostiene l’idea per cui l’importante è difendere i valori del partito, benché ciò implichi rimanere permanentemente all’opposizione. Pochi invocano un atteggiamento pragmatico di potere. Per quanto riguarda le personalità, il tema di oggi è Calderón, che è una persona che genera avversione: si è con lui o contro di lui. Non è stato un costruttore di istituzioni, nonostante sia stato il Presidente del partito.

Dal lato opposto, lei crede possibile che Cuauhtémoc Cárdenas possa diventare il nuovo Presidente del PRD? Quali fattori potrebbero concorrere a quest’eventualità?

Non mi sembra molto probabile. Il grande successo di Cárdenas, quando fondò il PRD, fu la sua capacità di limitare il conflitto tra le due forze che compongono il PRD: i partiti storicamente di sinistra (comunisti, trotzkisti, ecc.) e la sinistra del PRI staccatasi con la scissione del 1987. Oggi, i primi si sono rivelati una forza sempre più socialdemocratica, moderni ed attrattivi a livello elettorale, i secondi sono diventati sempre più statalisti, inflessibili e reazionari. Molti fra i secondi sono passati a Morena con López Obrador. In questo senso, Cárdenas non ritroverebbe lo stesso tipo di opportunità per unire le forze. Perciò credo che il PRD continuerà a rimanere in mano ad un qualche gruppo dei ‘chuchos’ [gli appartenenti alla corrente della Nueva Izquierda di Zambrano, ndr].

Perciò, ammesso e non concesso che Cárdenas ce la faccia, come cambierebbe l’atteggiamento del PRD verso Morena (Movimiento de Regeneración Nacional), che sta cercando di vedersi riconosciuto come un partito effettivo, o verso i movimenti sociali in generale?

Per il PRD, Morena rappresenta una sfida impossibile da maneggiare perché la sinistra non potrà mai vincere un’elezione presidenziale se non attraverso un’alleanza e quest’alleanza, oggi, per le regole elettorali, è impossibile, oltreché inimmaginabile per ragioni di persone e di storia dei due contingenti. Forse, in futuro, senza López Obrador, la sinistra potrà riconciliarsi, ma ora non mi pare possibile. Tutto ciò forma parte dei motivi per cui il PRI ha gioco così facile nonostante le sue stesse divisioni.

Lei ritiene comunque fattibile l’idea di Marcelo Ebrard Casaubón di coinvolgere l’INE perché organizzi le elezioni interne al PRD, chiedendo il voto dei militanti invece di quelli del consiglio del partito?

Ebrard è uno dei politici più abili e navigati della sinistra, ma non è riuscito a diventare un leader politico nel suo stesso partito. Ha preso decisioni sbagliate e non ha una piattaforma tale da poter competere con chi ne abbia una. Non credo che la sua proposta possa aver seguito.

Quale influenza avranno entrambi gli sviluppi per il Patto per il Messico? Questo progetto ha ancora un senso?

Il Patto ha rappresentato un modo di elaborare decisioni che tutti i partiti riconoscevano come necessarie, ma che nessuno di loro si azzardava a concretizzare per timore dei costi politici. I suoi benefici, tanto in termini di leggi approvate quanto per i leader dei partiti, sono evidenti. Il costo sarà basso od alto a seconda del successo delle riforme, che si vedrà nel lungo periodo. Io non vedo ormai possibile il Patto come meccanismo, perché la dinamica in arrivo sarà elettorale, il che diminuisce le capacità di accordo fra i partiti, e perché approvare ‘grandi’ riforme non è la stessa cosa che concordare su dettagli che tocchino interessi concreti. Perciò, le riforme costituzionali sono state facili, ma le leggi secondarie sembrano ogni giorno più difficili da ottenere.

Quali effetti avranno gli stessi sviluppi per le future strategie del PRI?

Il PRI ha due vantaggi dalla sua parte: in primo luogo, è l’unico partito che ha una logica politica in tutti i suoi componenti, il che, dato che avviene l’opposto negli altri due partiti, gli permette di costruire alleanze e coalizioni tra le sue fazioni e potrebbe garantirgli anni di controllo del Governo. L’altro grande vantaggio è che si trova al Governo e questo gli dà la possibilità di controllare denaro, incarichi ed opportunità. D’altro canto, il PRI è ed è sempre stato un grande ‘ombrello’ di molti gruppi che competono costantemente tra loro e non tutti sono contenti dello status quo. Peña Nieto ha costruito una coalizione formidabile coi Governatori, il che gli ha permesso di imporsi come candidato, un fatto inedito nella storia del PRI. Ora ha un controllo ferreo della guida del PRI e ciò allontana molti gruppi priisti, secondo la tipica tensione storica interna a quel partito. Il suo grande vantaggio risiede più nella debolezza degli altri partiti che nella sua presidenza. I sondaggi continuano a testimoniare un consenso molto basso e minor legittimità tanto del Presidente quanto del partito.

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