domenica, Settembre 19

Pallone 'gonfiato' Relazioni pericolose, malagestione, ritardi. Viaggio tra le macerie del calcio italiano

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Il calcio italiano ? «E’ un periodo molto critico. Abbiamo toccato il fondo, ma io dico che non è finita…possiamo ancora scavarlo». Analisi desolante, quadro di fine anno tendente al nero. Se poi il commento arriva da Antonio Conte, Commissario Tecnico della Nazionale, figura ai vertici di un sistema storicamente autoreferenziale, sempre auto protettivo, ostinatamente omertoso e negazionista, c’è davvero da preoccuparsi. Il nostro calcio è inchiodato all’anno zero. Le macerie sportive di due Mondiali (‘Sudafrica 2010 e ‘Brasile 2014‘) segnati da prestazioni vergognose; un patrimonio di stadi Comunali decrepiti, fermi (salvo rarissime eccezioni) alle ristrutturazioni, spesso dissennate, di ‘Italia ’90’; gli agguati del crimine e i giocatori minacciati e corrotti; gli spalti vuoti e i bilanci in rosso; il calcio italiano è un malato cronico totalmente dipendente dalle iniezioni di denaro dei diritti tv. Le televisioni finanziano e tengono in vita il ‘baraccone’, ma ovviamente dettano legge sull’allestimento dei calendari: una condizione di sudditanza che ha portato all’aberrazione delle partite giocate a mezzogiorno della domenica o spalmate nei giorni feriali. In Italia, l’incidenza dei diritti televisivi sui fatturati complessivi dei club è superiore al 60%, una percentuale talmente alta da determinare la sopravvivenza stessa delle società. Sembra incredibile, ma oggi nel nostro Paese – altra colossale anomalia tutta italiana – senza l’apporto dei diritti tv, non ci sarebbero neppure le risorse per giocare il campionato. In questo segmento le differenze con il resto d’Europa sono notevoli. Basti pensare che nella ‘Bundesliga‘ tedesca le entrate dei diritti tv rappresentano ‘solo’ il 30% dei fatturati, mentre nell’inglese ‘Premier League‘ salgono al 50%. Percentuali importanti, ma comunque inferiori rispetto agli introiti generati dal marketing e dagli stadi di proprietà, guarda caso, i due settori più trascurati dal nostro fragilissimo e arretrato sistema.

Secondo quanto emerso dal Report Calcio 2014, i debiti della Serie A, nell’ultima stagione monitorata, quella 2012-13, ammontano, nonostante l’annunciata ‘spending review’, a quasi 3 miliardi di euro, una cifra stratosferica, l’1,9% in più rispetto all’annata precedente. La crisi si riflette anche nel tracollo dell’affluenza: lo scorso anno gli spettatori negli stadi sono scesi di 900mila unità, mentre le stime sui campionati in corso non inducono all’ottimismo. Un calo che va a pesare sulle voci dei ricavi, da stadio e commerciali, che scendono rispettivamente del 4,1% e del 3,9%.

Ad aggravare lo scenario, le relazioni pericolose con il crimine organizzato. Il calcio, in quanto strumento di potere, consenso, affermazione sociale e affari, ha sempre suscitato gli appetiti delle mafie. Intrecci svelati ciclicamente dalla magistratura: dalla madre di tutte le inchieste, quella sul ‘toto nero‘ del 1980, alle più recenti incursioni giudiziarie sulle partite truccate.

Narrano le cronache, che già negli Anni ’70, il presidente di una squadra campana si presentò nell’aula del tribunale dove era in corso uno dei processi a Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata, in compagnia di un giovane calciatore brasiliano appena acquistato a suon di milioni. “Vedi”, spiegò il presidente all’ignaro giocatore, “questo è don Raffaele, portagli devozione e rispetto”. E poi, rispettoso, consegnando una medaglia al boss: “Don Raffaè, questo è il mio campioncino brasiliano: l’ho comprato per voi, per arrecarvi immensa gioia e valanghe di gol”.

Daniele Poto, tra le firme storiche di ‘Tuttosport’, giornalista attento, coraggioso (e quindi ‘scomodo’), è l’autore del libro-inchiesta “Le Mafie nel Pallone”, pubblicato alla fine del 2010 da Ega (Edizioni Gruppo Abele); uno dei rarissimi casi di giornalismo investigativo applicato al calcio; il primo tentativo, in letteratura, di documentare l’enorme influenza delle mafie nazionali ed internazionali nello spregiudicato, e spesso equivoco, business pallonaro.

Riciclaggio di soldi mediante sponsorizzazioni, partite truccate, presidenti prestanome, assunzioni sospette, intrighi, il grande affare del bacino ultra’, le ‘mani’ sulle scuole calcio. Più di 30 clan direttamente coinvolti, o contigui, censiti nelle principali inchieste della magistratura. Un faro acceso sui rapporti tra crimine e sistema calcio.

 

Poto, il tuo libro è stato pubblicato alla fine del 2010. In questi quattro anni, altri scandali hanno avvelenato il mondo del pallone: perché questi fenomeni sono diventati così endemici?

Il mio libro in un certo senso è stato tristemente profetico perché l’attualità dei temi trattati ha permesso lo sviluppo di una vasta bibliografia in materia. Registriamo un progresso esponenziale di casi soprattutto per quanto riguarda i ‘match fixing’ (termine anglosassone per indicare le partite truccate ndr), per non parlare della scandalosa macro-area delle organizzazioni sportive dove manifestazioni come i mondiali sono state vistosamente contraffatte e manipolate in sede di assegnazione. I potentati economici per un verso, e la stagnazione economica delle masse dall’altro, hanno provocato fenomeni di devastante criminalizzazione, tanto da rappresentare il calcio come un sempre più appetibile terreno per manipolazioni, corruzione, malversazioni. Sullo sfondo ci si chiede come il tifoso (non lo sportivo) possa rimanere impermeabile a tutto ciò e continuare a prestare fede a un sistema marcio e putrefatto, di alcuna credibilità, anche a livello di risultati.

La nostra Serie A è un campionato credibile ? Ravvisi zone d’ombra?

E’ da tempo che ho smesso di credere alla veridicità dei risultati sul campo. La mancata assegnazione (o, secondo versione di parte, la dubbia assegnazione) di alcuni scudetti recenti sta a testimoniarlo. Gli ultimi due tornei sono stati falsati da una striscia consistente di partite truccate. Un fenomeno ancora più vistoso di ‘match fixing’ riguarda la Serie B e le leghe minori. Ora si incoraggia il trend delle partite truccate anche in serie D, visto l’inserimento, nel palinsesto dei pronostici, delle partite del campionato dilettanti, mischiando cioè il grano con l’olio. La voglia di business non si pone limiti etici o deontologici.

I bilanci delle società rappresentano un terreno fertile per operazioni finanziarie poco chiare?

Sì, sono un appetibile terreno di caccia. Ma l’esempio lo danno le stesse istituzioni calcistiche investendo in derivati e in dubbie operazioni di acquisto di grandi fabbricati per la sede (è il caso della Lega Dilettanti di Carlo Tavecchio, poi diventato Presidente Federale). L’arrivo di oligopolisti stranieri non contribuisce alla trasparenza. E spesso l’avvento al vertice di una società è il paravento per appetitosi investimenti infrastrutturali. C’è la corsa al nuovo stadio, spesso con la complicità dei Comuni e dei principali costruttori locali. Evidentemente la passione per una squadra è una risibile e trascurabile deriva se non per investire sulla credulità dei tifosi. L’avvento in Borsa di qualche società di punta ha contribuito a una progressiva finanziarizzazione di quello che non è più uno sport e nemmeno un gioco, come da definizione (v. Figc, Federazione Italiana Giuoco Calcio).

Tifoserie ultrà e crimine. Quanto sono profonde le contaminazioni?

Il recente disvelamento di un tentativo di colonizzazione mafiosa per quanto riguarda il catering dello stadio di S. Siro, dove giocano Milan e Inter, dimostra la pervasività dell’accostamento. Opinion leader radiofonici, spesso di estrema destra, finanziati dalle società, manipolano il consenso. Le curve sono terreno di arruolamento per malavita comune o per derive politicizzate. E lo schermo della ‘tessera del tifoso’, evidentemente, non ha sminato i presupposti sovversivi di questo cancro ormai diffuso in tutti i segmenti del corpo vivo del calcio.

E allora quale può essere la salvezza?

Purtroppo io soluzioni pronte non ne ho e indietro non si torna. Probabilmente un ponte più efficace tra giustizia sportiva e giustizia ordinaria permetterebbe di controllare meglio il fenomeno. Eppure, anche le istituzioni sonnecchiano: non mi pare che ci sia una grande spinta propulsiva da parte della Federcalcio, che spesso subisce, da fuori, provvedimenti di ordine pubblico, senza avere una propria linea. In questo senso sono piuttosto pessimista per il futuro del calcio. Come non ci si può aspettare che le mafie si autoelimino, così non ci si può aspettare che il calcio migliori se qualcuno non ci mette le mani.

 

In Italia, attorno al calcio, prospera l’industria clandestina della contraffazione. Le maglie con i nomi dei campioni, le divise dei club più ricercati, rappresentano una quota assolutamente rilevante, e non quantificabile, nel mercato parallelo del ‘falso’; eppure le società, rispetto alla gravità del fenomeno, sono sostanzialmente silenti.

La conferma arriva da Sebastiano Campisi, Giudice sportivo della Figc ed esperto di diritto sportivo.

Dottor Campisi, passeggiando fuori da un qualsiasi stadio italiano, emerge il dilagare dell’abusivismo e del ‘falso’. Sembra non esistere, a livello legislativo come nell’operatività quotidiana, il minimo argine. Qual è la sua opinione?

Negli ultimi anni si è lavorato molto per dotare l’Italia di un assetto legislativo in grado di dare maggiore forza alla capacità di prevenzione e di contrasto del ‘falso’. Addirittura sono stati riformulati alcuni articoli del Codice penale che hanno reso il nostro sistema all’avanguardia nel mondo. Si tratta di una normativa efficace, che tuttavia, risulta carente nella sua applicazione.

Quali sono i motivi?

La ristrettezza di organici e risorse e la mancanza di un apparato organizzativo davvero adeguato alle dimensioni dell’emergenza. Esiste poi un problema, tipicamente italiano: le società e le rispettive leghe di appartenenza non sono ancora consapevoli dell’importanza del marchio e non valorizzano, come accade all’estero, questo importante asset; non hanno ancora percepito che il ‘falso’ è un settore economico parallelo, un vero e proprio ‘competitor’, con il quale anche le aziende e gli sponsor tecnici debbono confrontarsi, e rispetto al quale, dovrebbero attivarsi maggiormente per tutelare il loro diritto di proprietà industriale. Ne deriva che il mondo del calcio, non sensibilizza, come sarebbe lecito attendersi, né gli organismi preposti all’accertamento degli illeciti, né gli appassionati e i tifosi che sono i potenziali clienti.

Le differenze con le realtà estere sono abissali. Prendiamo il Bayern Monaco, probabilmente la società di calcio più virtuosa al mondo. Loro sì che hanno capito l’importanza del marchio. Marketing e merchandising rendono, rispettivamente, 82 e 57 milioni di ricavi annui. Il club bavarese non si limita, infatti, alla vendita delle divise ufficiali, ma griffa, col marchio ‘FC Bayern München’,  praticamente qualsiasi cosa, dagli arredi per la casa ai libretti bancari.

E’ un problema di mentalità?

Vede, ogniqualvolta si affronta l’argomento del merchandising delle società di calcio tra gli addetti ai lavori, viene in mente la contraffazione che colpisce i marchi sportivi e sin da subito prevale una sorta di resa rispetto a questo illecito, come se non si potesse far nulla per contrastarlo e come se non esistesse alcuna possibilità di tutela giuridica. La mia personale convinzione è che alle società sfugga l’ampia portata del diritto esclusivo all’utilizzo del proprio marchio, mentre perfino la Corte di Giustizia europea si è pronunciata in proposito. In Italia, insomma, siamo fermi all’anno zero.

Qualche suggerimento di ordine pratico?

Ad esempio l’istituzione, a livello di leghe, di un organismo di controllo e di supporto legale per le società, una sorta di ispettorato con personale altamente qualificato con accesso a dati e documenti inerenti la produzione, commercializzazione e distribuzione di prodotti recanti il marchio, la denominazione, i colori sociali e quant’altro faccia ritenere, che quel prodotto, abbia un legame con lo sfruttamento della notorietà e del prestigio di un club affiliato. Penso anche alla regolarizzazione del mercato ambulante, poiché spesso la contraffazione si incrocia col fenomeno della vendita abusiva, ovvero senza licenza: ipotizzo una sorta di sinergia tra Pubblica Amministrazione e squadre calcistiche per creare un sistema, in forza del quale, il Comune possa subordinare il rilascio dell’autorizzazione amministrativa per l’occupazione del suolo pubblico, solo previa verifica dell’esistenza di un accordo commerciale tra i venditori e le singole società di calcio.

 

Il calcio quando ha perso la sua innocenza ? Su quali presupposti economici si regola la gestione di una società? Questioni approfondite da Roberto Pani, avvocato, esperto di diritto societario, finanziario, tributario e sportivo.

Occorre fare diversi passi indietro, per la verità. Qualche giorno fa ricorreva un anniversario cruciale per il mondo del calcio. Era il 15 dicembre 1995, quando una sentenza della Corte di Giustizia Europea, chiamata a pronunciarsi sul caso del calciatore belga Jean Marc Bosman, stabilì che i calciatori professionisti dell’Unione, alla scadenza del contratto con la loro squadra, possono trasferirsi gratuitamente a un altro club. Ripeto, gratuitamente: senza vincoli e senza il pagamento di indennità. Una sentenza che rafforzò inequivocabilmente il principio della libera circolazione dei lavoratori a livello comunitario. Le conseguenze del provvedimento sono state epocali. Per compensare il calo di introiti patito dai club, fu necessario intervenire, a livello legislativo, con un decreto di salvataggio spalma – perdite’. Per il mondo del calcio professionistico si trattò di una svolta assolutamente radicale. Da quel momento, grazie al via libera delle nuove norme, le società di calcio hanno potuto perseguire finalità di lucro soggettive, orientate, cioè, alla differenziazione delle fonti di guadagno. L’alba del calcio – business.

Avvocato Pani, quali sono le ragioni della crisi del sistema – calcio in Italia?

Ogni osservatore è concorde nel dichiarare che il calcio professionistico stia attraversando in Italia una fase di profonda crisi economica e finanziaria i cui esiti sono, a tutt’oggi, difficilmente prevedibili. Per comprendere le ragioni di fondo che hanno condotto all’attuale stato, è necessario partire dall’idea che lo spettacolo calcistico è una forma di intrattenimento di massa, un’industria. I club calcistici che hanno successo sono quelli in grado di attrarre il maggior numero di spettatori, in competizione con tutte le altre forme di intrattenimento esistenti. Un simile obiettivo richiede un ingente investimento in infrastrutture (e quindi gli stadi), in forza lavoro (i giocatori) e nel marchio, come accade in tutte le altre attività imprenditoriali ‘consumer-oriented’, orientate al consumo.

Rapporto tra fisco e pallone, un ambito pieno di ombre, certamente poco conosciuto. Quali sono i dati della realtà italiana?

L’opinione pubblica associa al mondo del calcio l’evasione, ma non è corretto. Alcuni pensano poi che le nostre società sportive siano danneggiate dal carico fiscale, ma anche questa convinzione è inesatta. Intanto è bene partire da un dato impressionante: il calcio genera un contributo fiscale e previdenziale di oltre un miliardo: fra ritenute sul lavoro dipendente, Iva, contributi Enpals, Irap e solo in minima parte – a conferma della scarsa redditività del sistema – Ires. Il calcio è quindi di certo un’industria ed è fra le più importanti nel panorama economico del Paese. Giusto anche sottolineare che le aliquote fiscali applicate al fenomeno calcistico non sono particolarmente penalizzanti – dal momento che le società sono praticamente tutte in perdita non subiscono il peso dell’Ires – rispetto al panorama europeo, ma pesa molto, questo sì, il carico fiscale provocato dall’imposta sui redditi da lavoro che fa emergere un numero eccessivo di calciatori professionisti, che sono lavoratori dipendenti, e stipendi in media troppo elevati.

L’inevitabile correlazione tra calcio e finanza, non rischia di offuscare l’etica?

Molte persone, anche molti addetti ai lavori, preferiscono rappresentare un’immagine differente: che il calcio, e in generale lo sport, siano qualcosa di differente dal business, che nella gestione delle società il piano etico debba prevalere su quello commerciale, e che lo spirito sportivo debba prevalere sulle problematiche di carattere economico e finanziario. Ebbene, non solo oggi è impossibile, ma – estremizzando – forse non è mai stato vero. Oggi, come in passato, le società cercano di ingaggiare i migliori giocatori offrendo loro stipendi elevati, allo scopo di attrarre un vasto numero di spettatori, dai quali trarre introiti per sostenere la maggiore quota possibile dell’onere dei salari. Invero, ciò che è mutato realmente rispetto a un tempo, e ha scatenato la competizione da società a società, è l’abilità dei proprietari di trarre vantaggio dal calcio professionistico; per contro, non è mai cambiato il fatto che il denaro costituisca una delle componenti più rilevanti del gioco. Ne deriva che i risultati economici e finanziari della gestione delle società sportive hanno sempre costituito parte integrante del successo sportivo nel ‘football business’ europeo.

Sì, ma in questo modo saranno sempre le squadre più ricche ad esercitare la supremazia.

Le società che non sono in grado di acquistare ‘top player’ si trovano generalmente relegate nelle parti basse delle classifiche, e sebbene molti tifosi restino affezionati alla squadra, indipendentemente dai risultati, è stata dimostrata l’esistenza di una correlazione positiva tra i successi sportivi stagionali di un team e l’ammontare complessivo dei suoi ricavi. Allo stesso modo, per una squadra, l’incapacità di competere ad alti livelli può significare un minore ammontare di ricavi. In un sistema che non prevede promozioni e retrocessioni, la suddetta correlazione può perdere di significato, poiché, attraverso meccanismi di ripartizione, anche le squadre più deboli possono ottenere ricavi gareggiando contro team maggiormente dotati di talento, come nel sistema delle leghe professionistiche nordamericane del football NFL, basket NBA, baseball MLB e hockey NHL. Per contro, nel sistema europeo, è emersa una sostanziale ostilità da parte dei club più ricchi nei confronti della condivisione dei ricavi con le squadre più deboli, almeno finché fosse rimasto in vigore il modello organizzativo della promozione e della retrocessione; è evidente, infatti, che, a tali condizioni, le società più floride hanno scarsa convenienza ad abbassare il loro livello competitivo per favorire un maggiore equilibrio dei tornei: data la continua competizione sportiva ed economico-finanziaria finalizzata al successo, non può sorprendere che le società cerchino di andare oltre le proprie possibilità, perdendo di vista la necessaria correlazione tra ricavi e costi d’esercizio, con il rischio di andare incontro a difficoltà finanziarie, che, sovente, si risolvono attraverso drammatici processi di ristrutturazione e portano l’intero sistema a degenerare.

Una deriva che in Italia ha già prodotto una catena di dissesti. I bilanci delle società segnano un profondo rosso.

Non è un caso che fenomeni di insolvenza abbiano interessato un gran numero di società calcistiche in tutta Europa. Basti pensare che in Italia hanno dovuto affrontare il dissesto importanti società, quali il Napoli, il Torino e la Fiorentina; in Inghilterra, dove pure le squadre di calcio sono da tempo avvezze a un regime di controllo intransigente, circa cinquanta club sono stati coinvolti in procedure di amministrazione controllata; situazioni analoghe si sono verificate in Francia e in Germania, dove il ripetersi di casi prossimi al dissesto, ha indotto le autorità, a individuare organismi governativi incaricati di controllare la gestione delle società di calcio, allo scopo di prevenire eventuali crisi.

L’Italia vanta il poco invidiabile primato degli stadi più vecchi e inospitali d’Europa. Tanti progetti, rarissime realizzazioni, difficoltà e veti incrociati. Mentre ci si candida ad ospitare le Olimpiadi del 2024, il rinnovamento degli impianti risulta bloccato.

Il modello inglese cosa insegna?

Nell’esperienza del calcio inglese, è stato rilevato che la costruzione di stadi di nuova concezione può agire come stimolo per la crescita economica delle società oltre che come motore dello sviluppo economico della comunità dove essi vengono realizzati. Lo stadio moderno, tipico della ‘Premier League’, è caratterizzato da un’intensa attività di merchandising, assumendo la configurazione di un vero e proprio centro commerciale completamente dedicato alla squadra: musei, bar, ristoranti, fast-food, centri benessere e negozi di abbigliamento, dove i tifosi possono, ogni giorno della settimana, ammirare le vicende storiche del club, effettuare i propri acquisti e consumare pasti e bevande. Attualmente, l’unica società, che in Italia, è riuscita a realizzare uno stadio di moderna concezione è stata la Juventus che, a Torino, ha inaugurato lo ‘Juventus Stadium‘, ma il resto del panorama è desolante: gli stadi sono presi in affitto dai Comuni a costi elevati, la maggior parte di essi non è stata costruita per il calcio, ha livelli di comfort molto scadenti e, nella quasi totalità dei casi, posti scoperti. Gli stadi italiani, per di più, sono insicuri, perché fatiscenti, e le misure di sicurezza (peraltro spesso inutili esercizi burocratici) hanno ridotto ulteriormente visibilità e fascino dello spettacolo; hanno quindi un livello di servizi che definire basso è un eufemismo, sono difficili o scomodi da raggiungere, e siamo sotto la soglia di civiltà per quanto riguarda i servizi igienici. I manti erbosi, poi, sono diventati imbarazzanti.

Passiamo ad un’altra carenza storica. Il calcio italiano investe pochissimo sui giovani, lo specchio della situazione generale.

Poche società si sono dotate di una struttura organizzativa in grado di supportare i settori giovanili e di monitorare con attenzione località nazionali ed estere alla ricerca di giovani atleti di grande prospettiva e dal costo contenuto. La ‘cantera’ del FC Barcellona costituisce il più fulgido esempio di gestione del settore giovanile: comprende tredici squadre maschili e quattro femminili per un totale di circa trecento giovani atleti tra gli otto e i diciotto anni, pedagoghi, insegnanti, educatori che si occupano di seguire gli atleti negli studi e nelle attività ricreative extra-calcistiche; medici, cuochi e personale di sorveglianza garantiscono il perfetto funzionamento della struttura, che sotto l’aspetto tecnico, adotta lo stesso modulo di gioco della prima squadra, facilitando così l’inserimento tattico dei più giovani nelle categorie superiori. Un dato, che al di là delle vittorie conseguite dal club negli ultimi anni, certifica il successo di questa filosofia di formazione e intercambiabilità – propria del modello spagnolo di sviluppo dei settori giovanili – è che il Barcellona, nella stagione 2010/2011, ha annoverato tra le file della prima squadra ben dieci giocatori provenienti dal vivaio, con importanti risultati, in termini di contenimento del costo per salari e stipendi. Questo modello si basa sulle società affiliate ed è a mio avviso quello vincente: le principali squadre giovanili dei diversi club professionistici, non disputano un torneo a loro dedicato sul modello italiano del ‘campionato Primavera‘, ma partecipano direttamente alle divisioni professionistiche inferiori. In Italia non si riscontrano dinamiche incoraggianti, quanto alla valorizzazione dei giovani, tanto è vero che la ‘Liga’ spagnola è il campionato nel quale la percentuale dei giocatori provenienti dal vivaio, impiegati stabilmente in prima squadra, risulta essere più elevata: il 25% contro il 23% della ‘Ligue1’ francese, il 16% della ‘Premier League’ inglese e della ‘Bundesliga’ tedesca e il misero 7 % della ‘Serie A’ nostrana: dato tanto più sconcertante in considerazione del fatto che in nessun paese europeo si gioca tanto a calcio come in Italia, dove risulta tesserato un ragazzo su cinque rispetto alla popolazione maschile dai cinque ai sedici anni di età: numeri che non hanno eguali al mondo. Questa partecipazione straordinaria dovrebbe avere, come naturale sfogo, la crescente valorizzazione dei vivai dei club professionistici.

E invece cosa accade?

Invece in Italia avviene il contrario, e da qui nasce il paradosso e la contraddizione che caratterizza il movimento calcistico giovanile del nostro paese: grandi numeri alla base, ma contemporanea scarsissima capacità di sviluppo e valorizzazione dei giovani talenti italiani nei campionati professionistici. Nel frattempo siamo diventati più vecchi anche di Cipro come età media dei calciatori nel campionato.

Il C.T. della Nazionale Conte, nel suo bilancio di fine anno, ha detto che spesso, in Italia, si parla a vanvera e ha ribadito di volere i fatti. Qual è il suo giudizio?

Ecco, allora il commissario tecnico della Nazionale – al quale esprimo simpatia e solidarietà – dovrebbe lasciare il paese, perché i fatti si fanno solo altrove; in Italia, appunto, solo parole. Ricordate gli Europei del 2000 in Olanda e Belgio ? La nazionale tedesca ottenne un misero punto nelle tre partite del girone preliminare segnando appena un gol e concludendo con un disastroso 0 a 3 contro il Portogallo. L’impatto, anche a livello di opinione pubblica, fu fortemente negativo. Di fronte alla disfatta sportiva, Federazione e ‘Bundesliga’, insieme, corsero ai ripari, con un processo di riforma e di valorizzazione radicale dei settori giovanili dei club professionistici. Fu introdotto obbligatoriamente il sistema delle ‘Academy’.

Come funziona?

Ogni club, per soddisfare i requisiti di iscrizione ai campionati, deve necessariamente creare, al proprio interno, strutture giovanili di altissimo profilo, sulla base di standard rigorosi a livello di infrastrutture, di budget e di quantità (e qualità) dello staff: un sistema entrato in vigore già nella stagione 2001-02, monitorato dalla Bundesliga, che addirittura ha creato un dipartimento dedicato: l’Academy Committee. Ebbene, i primi dieci anni di attività hanno prodotto risultati sorprendenti: dei 525 giocatori impegnati nella Bundesliga, ben 275 provengono direttamente dalle Academy, e di questi, 107 giocano nello stesso club in cui sono cresciuti; l’età media dei giocatori impegnati nei campionati professionistici è scesa di ben due anni, e i club tedeschi, per soddisfare i criteri di iscrizione ai campionati, hanno investito qualcosa come 600 milioni di euro nei propri settori giovanili, con un aumento del livello retributivo dello staff tecnico impiegato ‘full time’. Nelle varie Academy dei 36 club di Bundesliga 1 e 2, nella stagione 2010-11, si sono allenati oltre cinquemila giovani calciatori.

Operazione impressionante, un esempio di efficace pianificazione tedesca, anche sul versante degli investimenti.

Tutte le principali società di Bundesliga hanno compiuto grandi sforzi economici e progettuali: ad esempio, il Borussia Dortmund, che nel 2000 non disponeva di nessuna struttura di proprietà, specializzata nella preparazione delle squadre giovanili, oggi può vantare un centro di allenamento giovanile di livello mondiale. Straordinari anche i risultati relativi all’affiancamento della crescita scolastica a quella tecnica: la percentuale di giovani calciatori ammessi nelle Academy, che arrivano a diplomarsi, è addirittura superiore rispetto alla media nazionale. Un aspetto particolarmente significativo riguarda inoltre l’integrazione sociale: la Federazione calcistica tedesca è infatti uno dei principali attori del Piano Nazionale di Integrazione lanciato nel 2007 dal Governo tedesco.

Cosa prevede questo Piano?

Sottolinea l’importanza dell’integrazione come priorità dello sport, offre aggiornamenti agli allenatori immigrati e, in generale, cerca di trovare nuovi giovani calciatori all’interno delle famiglie di migranti. Questa politica, maturata nei centri giovanili delle Academy, ha portato alla costruzione di un’identità sempre più multietnica, anche a livello di Nazionale. Non a caso, nella Germania campione del mondo, figuravano, tra i convocati, un numero crescente di atleti di origine turca (come Oztl e Khedira), polacca (come Podolsky e Klose), ghanese (come Boateng, Odonkor e Asamoah) e anche di altra derivazione (come Neuville di origine italiana da parte di madre e Gomez spagnolo). Integrazione che ha consentito un costante e netto miglioramento dei risultati sportivi sia a livello giovanile che senior. Invece da noi, con buona pace di Antonio Conte, solo parole …

Esiste, dunque, un modello tedesco della ‘governance’ anche nel calcio?

Sicuramente. In Germania vige una regola denominata ‘50+1 Regel’ che ha assicurato un inatteso benessere al calcio tedesco. Semplice e coraggiosa: le società professionistiche devono essere composte, per almeno il 50% + 1 del capitale, da associazioni sportive; e, in ogni caso, il 50% + 1 dei diritti di voto nelle assemblee sociali deve rimanere all’associazione sportiva di riferimento. In questo contesto il potere dei tifosi resta determinante nelle decisioni strategiche. Anche laddove essi non fanno più parte dei consigli di gestione, il loro parere è maggioritario nelle assemblee e la loro presenza determinante nei Consigli di sorveglianza. Un modello funzionante e vincente al punto che oggi la Federcalcio tedesca, la ‘DFB’, è la più grande federazione sportiva del mondo.

A livello di singoli club la Germania è assolutamente all’avanguardia. La gestione del Bayern Monaco fa scuola. La filosofia del club è non spendere più di quanto si incassa: ma se le entrate sfiorano i 400 milioni di euro annui non è difficile rispettare questa regola. Diritti tv, marketing e merchandising, e poi, ovviamente, lo stadio di proprietà: l’ultramoderna ‘Allianz Arena‘, 70mila posti sempre esauriti. Costata 350 milioni di euro, garantisce ricavi per 130 milioni l’anno.

Il Bayern Monaco – sottolinea Roberto Pani – rappresenta probabilmente il miglior esempio di organizzazione aziendale a livello planetario: la squadra professionistica di calcio è gestita dal ‘FC Bayern München AG’, il cui 75% è detenuto dalla ‘FC Bayern München Eingetragener Verein’, mentre un 8,33% ciascuno è di proprietà della ‘Adidas AG’, maggiore sponsor del club e fornitore tecnico, della ‘Audi AG’ e della ‘Allianz SE’. Oggi, la FC Bayern München Eingetragener Verein, il ‘socio’ di (ampia) maggioranza, in ossequio alla “50+1 Regel”, sull’azionariato popolare, è costituita da oltre 200mila tifosi; una partecipazione, talmente radicata e diffusa, che ha permesso al Bayern di collocarsi al ‘top’ tra i club più importanti del mondo, superando, per numero di associati, Barcellona e Benfica. Fra l’altro il Bayern è in utile da oltre vent’anni, primeggia in Europa per ricavi commerciali e sponsor, e vale, secondo ‘Forbes‘, 1,2 miliardi di dollari”.

Istantanea di una gestione virtuosa, rispetto alla quale, l’Italia del pallone, sembra ferma al Medioevo.

 

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