mercoledì, Maggio 12

Palestinesi di Siria: due volte profughi field_506ffbaa4a8d4

0
1 2


È il 1948, circa 750 mila Palestinesi lasciano la loro terra, forzati all’esilio. È la loro Nakba, la loro tragedia, la loro catastrofe. Di questi, circa 90 mila trovano rifugio in Siria, una popolazione che, nel tempo, è cresciuta ad oltre mezzo milione di persone. Si stabiliscono in una quindicina di campi, di cui il più grande diventerà Yarmouk (160 mila abitanti), alla periferia di Damasco.

La Siria li tratta piuttosto bene. A parte la cittadinanza e il diritto al voto, i Palestinesi in Siria godono degli stessi diritti dei Siriani. Nel 1949, il Governo siriano crea un ufficio apposito responsabile della gestione della situazione dei rifugiati palestinesi. Inoltre, la Siria aderisce alle risoluzioni della Lega Araba riguardo il trattamento dei Palestinesi, incluse le tutele in materia di istruzione, di impiego (incluso il settore pubblico), di libertà di movimento. Le uniche restrizioni riguardano il diritto di proprietà.

Nel 2011, quando comincia la rivoluzione siriana, i Palestinesi sono circa il 3 percento della popolazione siriana. Per lo più, rimangono neutrali, consapevoli di essere un gruppo più vulnerabile degli altri. Ma non tardano a divenire anch’essi obiettivi di guerra. Già nell’agosto del 2011, l’esercito siriano invade il campo palestinese di Latakia. Nel dicembre del 2012, lesercito bombarda il campo di Yarmouk, circa l’80 percento dei residenti lo abbandonano. Yarmouk subisce anche gli attacchi di militanti islamici appartenenti a varie formazioni, incluso l’ISIS e il Fronte al-Nusra. Da luglio del 2013, Yarmouk è sotto assedio, niente e nessuno entra o esce. Pare sia in corso un’epidemia di tifo, mentre è accertato il decesso di alcune persone per fame. La situazione degli altri campi non è molto migliore: quasi senza eccezione, subiscono gli attacchi e l’isolamento forzato. I Palestinesi, come i loro fratelli Siriani, finiscono vittime dei cecchini, dei bombardamenti, degli arresti indiscriminati e delle torture.

Ad aprile di quest’anno, si calcolava che circa 280 mila dei Palestinesi di Siria sono sfollati all’interno del paese. Più del 90 percento ha bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere. Circa 80 mila Palestinesi di Siria hanno lasciato il Paese: 44 mila per il Libano, 15 mila per la Giordania, tra i 4 e i 10 mila per l’Egitto, e 10-15 mila per la Turchia.

Cerchiamo di capire quale sia la situazione dei Palestinesi che hanno lasciato la Siria, rifugiati al quadrato.

 

Libano. Innanzitutto è bene ricordare che il Libano conta poco meno di 6 milioni di abitanti. Ospita nutriti gruppi di rifugiati palestinesi (oltre mezzo milione), iracheni e sudanesi (entrambi nell’ordine di alcune migliaia di persone) e siriani. Quest’ultimo gruppo, al 30 di novembre, contava oltre un milione di persone. Numeri enormi.

palestinesi siria

I Palestinesi di Siria hanno cominciato ad arrivare in Libano nel luglio del 2012, in seguito allattacco di Yarmouk. Le autorità libanesi si sono da subito mostrate riluttanti ad accoglierli. Vietando la creazione di nuovi campi palestinesi, hanno reso quelli esistenti drammaticamente sovraffollati. A partire da agosto del 2013 il Libano ha cominciato a negare l’ingresso nel Paese ai Palestinesi di Siria, formulando norme via via più restrittive.

Molti entrano nel Paese illegalmente e usando documenti falsi. Una volta in Libano, la loro condizione di clandestini gli impedisce di registrare matrimoni o nascite, limita severamente la loro libertà di movimento e comporta il rischio costante di essere deportati nuovamente in Siria. Malgrado l’UNRWA assista queste persone indipendentemente dal loro status giuridico, per molti è difficile accedere all’assistenza umanitaria. Non hanno alcun accesso ai servizi, inclusi istruzione e assistenza sanitaria.

Le norme discriminatorie adottate dal Libano rendono i Palestinesi di Siria ancora più vulnerabili dei fratelli siriani. Benché il Libano non abbia sottoscritto la Convenzione sui Rifugiati del 1951, esso è comunque tenuto a rispettare il principio del non-refoulement (divieto di respingimento).

 

Giordania. La Giordania ha una popolazione stimata intorno agli 8 milioni di abitanti. Circa la metà è di origine palestinese. La Giordania ha accolto un altissimo numero di rifugiati iracheni, e ospita attualmente oltre 600 mila rifugiati siriani. Data la vicinanza della città di Dara’a al confine con la Giordania, l’afflusso di rifugiati è cominciato già da marzo 2011.

Fino all’aprile del 2012, ai Palestinesi di Siria era consentito laccesso al Paese con le medesime procedure stabilite per i rifugiati siriani. In seguito, le autorità giordane hanno negato l’accesso ai rifugiati palestinesi e respinto centinaia di loro. Persino Palestinesi in possesso della cittadinanza giordana ma residenti in Siria corrono il rischio di vedersi sottrarre la cittadinanza e venire deportati in Siria. Attualmente, il confine giordano con la Siria è chiuso anche per i Siriani.

Molti Palestinesi di Siria, come nel caso del Libano, entrano in Giordania illegalmente, ma evitano di fare richiesta per l’assistenza umanitaria, o la pospongono, per paura di essere arrestati e deportati.

La situazione in Libano e in Giordania è molto simile, così come lo sono le ragioni per cui i due Paesi adottano politiche discriminatorie e restrittive. In entrambi i casi, la questione demografica gioca un ruolo fondamentale. Storicamente, la presenza palestinese è percepita dalle autorità come una forza destabilizzante. Lalterazione dellequilibrio demografico in favore dei Palestinesi è visto come una potenziale minaccia.

È facile condannare l’atteggiamento di Libano e Giordania. Tuttavia, bisogna anche ricordare che, volenti o nolenti, i due Paesi si sono fatti carico di un disastro umanitario di enorme portata nell’indifferenza e disinteresse pressoché totale della comunità internazionale, come dimostrano i vuoti budgetari cronici dell’UNHCR e dell’UNRWA.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->