mercoledì, Aprile 14

Palestina: politica dei ‘due Stati’ non è la soluzione, secondo Israele

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«Una reintegrazione nel il territorio Giordano è imperativa per gli abitanti arabi dell’Autorità Palestinese. Solo tornando a essere cittadini giordani potranno sfondare il muro alle esportazioni della Cisgiordania costruito dalle lobby giordane». È in sostanza la tesi sostenuta da un articolo pubblicato dal BESA (Begin-Sadat centre for strategic studies), un think tank israeliano. Il professor Hillel Frisch, autore dell’articolo, esclude dunque una ‘soluzione a due Stati’ che «porterebbe a un’economia di violenza».

Basandosi su dati della Banca Mondiale, il paper compara la situazione economica delle aree palestinesi con quella degli Stati vicini: la popolazione della ‘west bank’ vanta un PIL pro capite e un’aspettativa di vita molto simili a quelle della limitrofa Giordania. Situazione diversa si ha a Gaza (secondo gli standard della World Bank la maggior parte della popolazione fa parte della classe medio-bassa, contro la prevalenza della classe media in Cisgiordania), territorio più povero, ma in cui l’aspettativa di vita resta comunque più alta di quella del confinante Egitto. Se si confrontano i dati, la situazione di Gaza è anche migliore di quella in Paesi come l’India, e diverse regioni dell’Africa.

Frisch evidenzia come la diversapercezionesia causata da quella che lui definiscepropaganda‘: in altre parole, e per citare testualmente l’articolo «la povertà in Etiopia non fa notizia, quella a Gaza sì». Il relativo benessere di Gaza e dei territori dell’Autorità Nazionale Palestinese (PA) sarebbe alimentato da una grossa mole di aiuti da parte di ONG, istituzioni, Governi e Chiese. L’articolo, però, sottolinea come questi fondi siano spesso usati per attività che non beneficerebbero la cittadinanza. Si parla, citando la testimonianza di Yossi Kuperwasser, ex-capo ricercatore per l’IDF (Israel Defense Forces), di terroristi riscattati, traffico d’armi, attività criminali… «aiuti economici che in contesti di conflitto alimentano direttamente e indirettamente la violenza».

Gli aiuti finanziari fungono da grosso incentivo per il terrorismo. Il quadro completo illustrerebbe come territori della PA, per colpa di quest’enorme flusso finanziario, non sarebbero in grado di costruire una solida economia funzionante. Per Frisch, istituzioni come l’Unione Europea sarebbero ormai vittima di un ricatto mentale che le porterebbe a credere che questi aiuti finanziari siano l’unico modo per arginare la violenza politica e terroristica che altrimenti le autorità palestinesi scatenerebbero su Israele. La nascita di uno Stato Palestinese, secondo l’articolo, peggiorerebbe questa situazione.

L’analisi dell’articolo dipinge una situazione piuttosto grigia per l’economia dei territori della PA: il rapporto tra import e export di PA e Giordania è pari a 107 milioni di dollari di importazioni dallo Stato limitrofo e 60 milioni di esportazioni da parte delle aree palestinesi. Nonostante la vicinanza, infatti, solo il 7% delle esportazioni dei territori sotto la PA sono indirizzate verso la Giordania. Questo rapporto influisce negativamente anche sulla capacità dei palestinesi di esportare prodotti verso i ricchi ‘Stati del Golfo’. Le restrizioni sono incoraggiate, tramite intensa attività di lobbying, proprio dai ‘competitor’ in Giordania. La soluzionedei due Stati‘, secondo Frisch, esaspererebbe questa già grave situazione, fornendo alla PA ulteriori incentivi al ricorso alla violenza e alla lotta armata, come ‘risorsa’ per ottenere gli aiuti esteri che oggi drogano la sua economia. La soluzione, in sostanza, sarebbe dunque quella di una maggiore integrazione dei territori della PA nello Stato giordano.

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