martedì, Maggio 11

Palestina: il voto al tempo della morte per inedia della ‘Soluzione a due Stati’ Se la 'Soluzione a due Stati' è morta, che senso ha eleggere le istituzioni che avrebbero dovuto attuarla? qual è lo scopo dell'Autorità Palestinese oggi senza un percorso verso la statualità?

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La Central Elections Commissions (CEC), nel fine settimana, ha annunciato, e confermato ieri in una nuova nota, di aver approvato tutte le 36 domande delle altrettante 36 liste elettorali per le elezioni legislative in Palestina, previste per il 22 maggio prossimo. 29 sono le liste indipendenti e 7 quelle che si rifanno ad altrettanti partiti politici. Il numero di candidati è arrivato a 1.389, di cui 405 donne (pari al 29% di tutti i candidati). «I dati demografici dei candidati in base alla fascia di età sono i seguenti: 38,5% per i 28-40 anni e 22,2% per i 41-50 anni e 39,3% per i candidati dai 50 anni in su», si legge nella nota della CEC. Nei prossimi giorni si concluderà la pubblicazione delle liste e dei rispettivi candidati. La campagna elettorale si svolgerà dal 30 aprile al 20 maggio.

Dopo 15 anni la Palestina sarà chiamata a rinnovare il Consiglio legislativo palestinese (il Parlamento palestinese) e la presidenza della Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Elezioni difficili e ancora a rischio di essere per l’ennesima volta rinviate o annullate; elezioni molto attese, sulle quali molti sono i timori e le riserve, elezioni che potrebbero riservare qualche sorpresa (come l’ingresso in scena in posizione dominante di Marwan Barghouti e della sua lista, Freedom) così come potrebbero solo legittimare i poteri e gli uomini che in questi anni di ‘silenzio elettorale’ hanno gestito la Palestina. Elezioni sulle quali pende un interrogativo di fondo sottaciuto che deriva da una verità repressa nella coscienza nazionale palestinese: posta la morte per inedia dellaSoluzione a due Stati‘, che senso ha eleggere le istituzioni che avrebbero dovuto attuarla?

In questa ottica le elezioni appaiono una commedia dell’assurdo, assolutamente senza senso. Così c’è, da parte di chi questo interrogativo se lo pone, il timore che le elezioni forniscano alla comunità internazionale il comodo pretesto per continuare ignorare che il processo di pace non c’è mai stato per davvero e non ci sarà, che lo Stato di Palestina come immaginato probabilmente non nascerà mai, che Israele oramai si è ‘mangiato’ la Palestina, e contestualmente tenere in piedi e legittimare lo status quo con al potere gli uomini che fino ad ora su quella finzione del processo di pace hanno prosperato.
Omar H. Rahman, visiting fellow del Brookings Institution presso il Doha Center, pone così l’interrogativo: «qual è lo scopo dell’Autorità Palestinese oggi senza un percorso verso la statualità?», «le elezioni riaffermano questa istituzione in un momento in cui il suo futuro è -e dovrebbe essere- in dubbio?».

Il tema è poderoso e grava su questo voto. Omar H. Rahman lo ha sviscerato a fondo in svariati lavori di analisi in questi anni, cercando di fare ordine negli elementi di domande per le quali le risposte non sono facili per i palestinesi che «non solo vivono in un sistema autoritario biforcuto, ma anche sotto occupazione militare, che è resa ulteriormente contorta dalla struttura di Oslo», gli Accordi di Oslo conclusi nel 1993, tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), «e dalle sue zone a mosaico di giurisdizione militare israeliana e strati di burocrazia».

Partiamo dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che è un governo di transizioneprovvisorio, con autogoverno limitato nei territori occupati. Figlia degli Accordi di Oslo, l’ANP doveva essere provvisoria, non doveva durare oltre «i cinque anni fissati perchè Israele e l’OLP negoziassero i termini di pace definitivi». Dopo 28 anni, il processo di pace non è andato avanti, anzi, basti dire che la popolazione dei coloni israeliani si è ingrandita di quasi quattro volte dall’inizio del processo di Oslo, «l’Autorità Palestinese opera ancora disancorata dal processo diplomatico che l’ha portata all’esistenza». Non bastasse, nel corso degli anni, l’ANP «è riuscita a inglobare l’OLP nonostante la natura transitoria e campanilistica della prima, e diventare l’entità politica centrale della vita palestinese», a danno, sostiene Rahman, del popolo palestinese e della sua causa.

L’OLP è il «principale organo del movimento di liberazione palestinese, creata dalla Lega araba nel 1964. Un decennio dopo, l’OLP è stata riconosciuta dalla Lega araba e dalle Nazioni Unite come l’unico rappresentante legittimodel popolo palestinese, un designazione che ha mantenuto da allora. Le funzioni primarie dell’OLP sono di unire le diverse fazioni del movimento nazionale palestinese sotto un unico ombrello, offrendo una rappresentanza generale, e di perseguire l’obiettivo della liberazione nazionale come definito dall’organo centrale dell’OLP, il Consiglio nazionale palestinese (PNC)».
«Quando l’ANP è stata creata, nel 1994, ai sensi degli Accordi di Oslo, doveva essere un’entità provvisoria che durava fino a quando non fosse stato negoziato un accordo sullo status finale tra le due parti, un periodo non superiore a cinque anni. Lo scopo dell’ANP era quello di attuare gli accordi firmati tra l’OLP e Israele e di assumere i poteri di governo ceduti da quest’ultimo nei territori occupati. In quanto organo attuatore,l’ANP era subordinata e dipendente dall’OLP, che era ancora il rappresentante e partner negoziale di Israele riconosciuto a livello internazionale.

In sostanza, l’OLP doveva rimanere ovunque il rappresentante nazionale del popolo palestinese, incaricato di guidare il movimento, presumibilmente fino a quando una risoluzione del conflitto con Israele non lo avesse reso irrilevante. L’Autorità Palestinese era semplicemente un amministratore di transizione di limitato autogoverno nei territori occupati, fino a quando i negoziati non avessero determinato un risultato finale». Nessuna attenzione è stata prestata dagli Accordi di Oslo a ciò che sarebbe accaduto se le parti non fossero riuscite a venire a patti alla fine di cinque anni.

La distinzione tra l’OLP e l’AP è venuta meno molto rapidamente, soprattutto perché il Presidente dell’OLP, Yasser Arafat, ha assunto anche il controllo della neonata ANP. «Da più di un quarto di secolo, dalla firma della Dichiarazione di principi sugli accordi di autogoverno ad interim e la successiva creazione dell’Autorità Palestinese, i principali organi istituzionali palestinesi -l’OLP e l’Autorità Palestinese- si sono fusi e i loro ruoli sono ora difficili distinguere. Ciò ha ostacolato le loro capacità di operare efficacemente e di servire gli interessi nazionali palestinesi. Ha anche portato a una mancanza di responsabilità, all’eccessiva centralizzazione del potere e alla confusione sulla rappresentanza».
E qui non si possono tacere le responsabilità di Arafat, se non altro perchè ha creato il precedente e in questo modo preventivamente legittimato il comportamento del suo successore, Mahmoud Abbas, che oggi proprio attraverso il processo elettorale cerca, con la riconferma, la legittimazione di questo stato di cose. «Stare a cavallo di queste due posizioni ha dato ad Arafat una maggiore manovrabilità mentre si spostava tra ruoli e poteri in base all’opportunità. Ma distinguere tra ruoli e poteri divenne difficile e la responsabilità quasi impossibile. Di conseguenza, le istituzioni stesse erano sempre più intercambiabili e gli interessi distinti che avrebbero dovuto servire si intrecciarono. Arafat non ha rispettato le strutture e i ruoli separati di queste istituzioni, né ha dato attenzione al precedente istituzionale che stava creando. Sfortunatamente, il successore di Arafat sia all’OLP che all’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, ha continuato e aggravato questa eredità.Nel corso del tempo, la dinamica OLP-ANP si è invertita, con l’ANP che ha eclissato l’importanza dell’OLP, nonostante la sua intrinseca temporalità. Fondi e risorse sono affluiti all’ANP piuttosto che all’OLP, che è stato sempre più utilizzato solo per conferire legittimità al vacillante processo di pace e al progetto di costruzione dello Stato che ha cominciato a disfarsi dalla metà alla fine degli anni ’90. Di conseguenza, l’OLP ha gradualmente cessato di funzionare nella sua capacità costitutiva. E l’incapacità di realizzare uno Stato palestinese indipendente ha lasciato l’Autorità Palestinese, 20 anni dopo la scadenza del suo mandato, a operare senza un chiaro scopo o legittimità, slegata dal processo che l’ha portata all’esistenza».

In questa ambiguità e confusione istituzionale, la cui responsabilità è in capo alla leadership palestinese ed è favorita dalle lacune degli Accordi di Oslo, si è incuneato e ha avuto gioco facile Israele. «La ‘fusione’ di queste entità ha reso estremamente difficile sfidare l’occupazione israeliana. Secondo il progetto di Oslo, l’Autorità Palestinese è, in ultima analisi, sotto il controllo di Israele e soggetta alla sua influenza. Ma l’OLP non dovrebbe esserlo. Tuttavia, poiché le due entità condividono la stessa leadership e si trovano nello stesso luogo, i funzionari dell’OLP sono soggetti alla stessa pressione coercitiva di quelli dell’AP. Ciò ostacola notevolmente l’indipendenza e l’efficacia del processo decisionale palestinese».
Il trasferimento della leadership dell’OLP ha indebolito l’elemento nazionalista, e consentito a Israele di «sfruttare ulteriormente la frammentazione palestinese, come ha cercato di fare prima di Oslo, creando una leadership locale acquiescente e de-nazionalizzata». «In assenza di uno Stato reale, la fusione di queste entità palestinesi» che dovrebbero essere distinte e separate, OLP e ANP, è servita da compensazione per la sua leadership. Questo «pseudo-Stato, totalmente privo di sovranità, sta effettivamente indebolendo sia il movimento nazionale palestinese che il governo locale. Subordina gli interessi nazionali a quelli ‘parrocchiali’; esclude la più ampia comunità palestinese dal processo decisionale; e porta a una cattiva governance sul campo oscurando la trasparenza e la responsabilità. Inoltre, offusca l’asimmetria tra se stessa e Israele, dove l’entità ANP-OLP è spesso trattata come un governo statale anche se rimane in -e negozia da- una posizione di sottomissione quasi totale».
Questa situazione, secondo Omar H. Rahman, ha portato «al deterioramento del processo democratico nei territori occupati e al rafforzamento dell’autoritarismo sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza, tutti fattori che hanno minato la legittimità della rappresentanza palestinese».

In questa situazione è stato messo in dubbio che l’ANP abbia ancora un senso. Da anni si discutedella possibilità di deciderne lo scioglimento.

Ma, secondo Rahman, «l’istituzione ha ancora un ruolo importante da svolgere, almeno a breve termine. L’Autorità Palestinese è responsabile della gestione della vita quotidiana dei palestinesi nei territori. Dissolvere definitivamente l’Autorità Palestinese è estremamente rischioso perché è incerto se Israele raccoglierà i pezzi, o quando e come lo farebbe. Anche la fine del coordinamento con Israele, che il Comitato centrale dell’OLP ha chiesto ripetutamente al Comitato esecutivo dell’OLP, è irto di difficoltà e complicazioni».Piuttosto si tratta di disaccoppiare l’OLP dall’Autorità Palestinese, a cominciare dalla leadership. «Ai funzionari di una delle due organizzazioni dovrebbe essere vietato di ricoprire una posizione di leadership nell’altra. Un processo decisionale separato dovrebbe aiutare a chiarire i ruoli e le responsabilità dei due organi». I «ruoli distinti di ciascun corpo dovrebbero essere chiaramente delimitati ed enfatizzati. Il primato dell’OLP sulla diplomazia e sul progetto nazionale dovrebbe essere ripristinato, insieme ai limiti del potere di governo dell’ANP nei territori occupati. I palestinesi, e i loro partner internazionali, devono capire cosa dovrebbe fare ogni organismo e ritenere i funzionari responsabili dei loro successi e fallimenti».

E insieme alla chiarezza istituzionale, c’è il problema del corpo politico, che oggi, «sia a livello di ANP che di OLP, è quasi completamente distrutto, caratterizzato da frammentazione, stagnazione, corruzione e disfunzione». Per tanto, «i palestinesi devono determinare chi è in grado di parlare a loro nome. Una leadership palestinese debole, divisa e illegittima non può fissare un’agenda nazionale né fare la pace. Anche se tale leadership è in grado di firmare un documento che accetta un accordo, è improbabile che questo accordo regga nel tempo. Una leadership palestinese forte, unita e legittima è nel migliore interesse dei palestinesi, della comunità internazionale e persino di Israele». Ecco perchè le elezioni 2021 sono molto importanti, perchè solo le elezioni possono dare rinnovata legittimità alla struttura politica. E il sistema proporzionale che la nuova legge elettorale ha fissato, secondo Rahman,  fa si che i partiti palestinesi siano costretti a costruire coalizioni e consenso, senza che nessun singolo partito abbia sopravvento e controllo totale, facilitando anche, così, il disaccoppiamento dell’Autorità Palestinese dall’OLP.

«Gli accordi di Oslo hanno anche riconfigurato il rapporto tra palestinesi e Israele, che, in base agli accordi, sono diventati partner nel processo di pace. Eppure questo cambiamento relazionale è tutt’altro che chiaro dato che Israele ha continuato la sua occupazione militare del territorio palestinese, che è ancora in corso più di due decenni dopo, per tutta la durata del processo negoziale. Una delle grandi ironie derivanti dall’approccio gradualista di Oslo è che Israele esiste, contemporaneamente, sia come partner che come occupante dei palestinesi. Questa problematica dualità era più facile da giustificare e trascurare durante i primi giorni di Oslo, quando molti credevano che Israele stesse ridimensionando la sua occupazione militare. Tuttavia, poiché l’occupazione si è approfondita e lo stato non si è mai materializzato, l’Autorità Palestinese è stata ridotta a uno strumento del governo israelianoper cui sollevava l’occupante dai suoi costi e obblighi gestendo e sorvegliando i centri abitati palestinesi per suo conto.
Oggi il processo di pace è morto. Gli accordi di Oslo non sono più applicabili, riflettendo né la realtà sul terreno, né la traiettoria del conflitto».
Sono per primi i palestinesi ad essere sempre più consapevoli: «uno Stato palestinese indipendente potrebbe essere per sempre fuori portata». Il che comporta per i palestinesi domandarsi che fare, cosa fare del progetto di costruzione dello Stato che ha consumato così tanta energia e così tante risorse, come rivitalizzare e riorientare il loro movimento nazionale.
Chiaro che «invertire l’orologio di Oslo e riportare 5 milioni di persone a vivere sotto il diretto dominio militare israeliano è probabilmente impossibile, per non parlare di indesiderabile». Altresì è impossibile rivitalizzare l’OLP «senza prima disaccoppiarla dall’AP e impedire a funzionari come Abbas di guidarli entrambi contemporaneamente». Per trovare una risposta adeguata, «i palestinesi devono rimettere in ordine la loro casa il prima possibile», il che significa, secondo Rahman, che «i palestinesi devono chiarire: (1) i ruoli e le responsabilità delle loro istituzioni al di là degli accordi di Oslo; (2) gli individui e le idee che vogliono che queste istituzioni rappresentino; e (3) la natura del loro rapporto con Israele. Nel loro insieme, raggiungere una chiarezza di base su questi tre pilastri fornirà una base migliore per rinvigorire il loro movimento nazionale, per rideterminare una visione unificata del futuro e per radunare il popolo palestinese e gli alleati alla loro causa».

Le elezioni dovrebbero essere l’inizio di questo processo. «Questo è il motivo per cui respingere le elezioni dell’Autorità Palestinese sulla base del fatto che sostengono lo status quo è un’astrazione», afferma Rahman. «Manca una considerazione concreta su come superare lo status quo in un modo che affronti le dinamiche di potere ostruttive e le motivazioni e gli interessi di coloro che detengono le leve del controllo istituzionale. Di conseguenza, il cambiamento richiede la sostituzione degli ostruzionisti al potere con riformisti. Essenzialmente, ci sono tre modi in cui ciò potrebbe accadere: attraverso una rivolta popolare o un colpo di stato; istituendo istituzioni rivali capaci di usurpare il mandato popolare; o tramite elezioni. Di queste, solo le elezioni sono dirette, tempestive e praticabili.

È vero che se le elezioni dell’ANP non fanno parte di un più ampio processo di rivitalizzazione e riforma politica, il loro impatto è limitato e rischia di rafforzare un quadro politico senza uscita. Ma è anche difficile sostenere che questi 15 anni senza elezioni siano stati tutt’altro che disastrosi per la società palestinese; o che la riforma dell’OLP e un cambiamento strategico da parte della leadership sono stati resi più plausibili o imminenti perché l’ANP non era legittimata dalle elezioni. Piuttosto, all’opposto, si può sostenere che Fatah e Hamas sono stati in grado di prolungare lo status quo e ignorare la volontà popolare perché non c’era alcun meccanismo di responsabilità e nessun nuovo attore poteva entrare nell’arena politica e sfidare il fallimento delle loro idee».

«Data la centralità dell’ANP nella politica palestinese oggi, è probabile che un cambiamento nella sua leadership abbia un effetto a catena», secondo Rahman. Mentre l’OLP consente ad Abbas di conferire legittimità all’ANP, è quest’ultima istituzione la vera fonte della sua forza e del suo finanziamento. Se Fatah e Abbas perdono il controllo dell’ANP, è molto probabile che cercheranno di cambiare l’equilibrio di potere tra l’ANP e l’OLP. Naturalmente, questo potrebbe richiedere tempo e più di un ciclo elettorale, ma potrebbe anche dare il via a un periodo molto più dinamico nella politica palestinese.

In ogni caso, se le elezioni non sono libere ed eque, i risultati possono essere delegittimati apertamente dal pubblico. Molti autocrati tengono elezioni, il che non equivale necessariamente a legittimità. Forse un’elezione rubata può essere un catalizzatore per un’azione collettiva; e se le élite politiche saranno costrette a reprimere i disordini civili, sarà un segnale importante per la comunità internazionale a vantaggio della quale si tengono anzitutto le elezioni. Se non altro, forniscono una rara opportunità per unificare e rinvigorire un corpo politico stagnante, che potrebbe essere il primo passo per mettere in ordine la casa disfunzionale dei palestinesi».

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