mercoledì, Settembre 22

Palestina: il perchè del voto negato Crisis Group e gli osservatori locali individuano le ragioni che hanno condotto il Presidente palestinese Mahmoud Abbas a rinviare a tempo indeterminato le elezioni che da 15 anni non si sono più svolte. Alla base i timori della classe politica al potere di essere spazzata via

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Il 29 aprile, il Presidente palestinese Mahmoud Abbas ha rinviato a tempo indeterminato le elezioni nei territori palestinesi occupati che avrebbero dovuto iniziare il 22 maggio.
Il rinvio era stato previsto, e anche la motivazione ufficiale addotta a sostegno del rinvio era stata prevista. La motivazione ufficiale del rinvio è il rifiuto di Israele di consentire il voto nella Gerusalemme Est occupata.

Il 15 gennaio, Abbas aveva annunciato che le elezioni per il Consiglio legislativo palestinese (PLC), l’organo legislativo dell’Autorità palestinese, che si sarebbero tenute il 22 maggio, seguite dall’elezione presidenziale, il 31 luglio, e dalle elezioni per gli organi interni dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, il 31 agosto. La sua dichiarazione aveva portato «un impeto di attività politica», sottolinea Crisis Group. Circa il 93% dei palestinesi si erano registrati per votaree 36 partiti si erano candidati.
Impeto elettorale motivato dal fatto che da quindici anni non si vota per le istituzioni palestinesi e per i principali organi del movimento nazionale palestinese. E anche perchè si sperava che questo voto, per un verso, potesse sanare la spaccatura del 2006 tra la Cisgiordania, amministrata dal partito Fatah di Abbas, e la Striscia di Gaza, amministrata da Hamas, per l’altro verso che le elezioni potessero essere l’inizio di un rinnovamento della politica palestineseindispensabile per garantire ai palestinesi una nuova strategia nazionale per affrontare l’occupazione israeliana in espansione e il moribondo processo di pace.

Crisis Group sottolinea come la reazione internazionale alla notizia del rinvio sia stata in linea con il nulla fatto a sostegno delle elezioni, denuncia «assenza di impegno estero», in primis degli Stati europei che «si sono impegnati a facilitare il voto, anche a Gerusalemme est. Ma non hanno tenuto fede a questi impegni e non sono riusciti a respingere quando Israele ha rifiutato i permessi di ingresso necessari per una missione preparatoria europea di osservatori».
Ora le «potenze straniere dovrebbero fare tutto il possibile per rimettere in sesto il voto, non solo offrendo all’AP l’assistenza di cui ha bisogno per portare a termine tutti e tre i turni elettorali senza intoppi, ma anche scoraggiando fortemente Israele dal continuare a far deragliare il processo. Dovrebbero chiarire che onoreranno il risultato delle elezioni e continueranno a lavorare con qualsiasi governo palestinese emerga, fatto salvo solo che quel governo si impegni a rispettare il diritto internazionale (compresi i divieti di violenza contro i civili)».

Scusa ufficiale a parte, secondo la maggior parte degli osservatori, il motivo vero del rinvio sarebbe tutto interno alla politica palestinese.
Crisis Group individua le ragioni vere del rinvio su tre fronti. Primo: «le divisioni all’interno di Fatah, le cui antiche rivalità interne sono emerse durante la preparazione delle liste dei candidati. Fatah si è diviso in tre blocchi: uno ha sostenuto la lista ufficiale di Abbas. Un altro ha sostenuto una lista riformista che includeva indipendenti ma era guidata da Nasser al-Qidwa e Marwan Barghouti, il primo ex membro esecutivo di Fatah e nipote del fondatore di Fatah Yasser Arafat, e il secondo un ex leader di strada e parlamentare di Fatah che ora prigioniero politico. Il terzo blocco ha sostenuto candidati legati a Mohammed Dahlan, un ex capo della sicurezza di Fatah separatista ora molto lontano dalla leadership del partito. La rottura con Dahlan è di vecchia data, ma la partenza di al-Qidwa e Barghouthi era nuova». Così il blocco guidato da Abbas si è sentito minacciato e indebolito.

Ramzy Baroud, fondatore e Direttore di ‘The Palestine Chronicle‘, punta il dito contro Abbas. «La verità è che Abbas ha annullato le elezioni perché tutti i sondaggi dell’opinione pubblica credibili hanno mostrato che il voto legislativo di questo mese avrebbe decimato la cricca al potere del suo partito, Fatah e avrebbe inaugurato una configurazione politica completamente nuova. Ciò avrebbe visto i rivali di Abbas, Marwan Barghouti e Nasser Al-Qudwa, emergere come nuovi leader di Fatah. Se questo scenario si verificasse, un’intera classe di milionari che ha trasformato la lotta palestinese in un’industria redditizia, generosamente finanziata dai ‘Paesi donatori’, rischierebbe di perdere tutto a favore di territori politici inesplorati, controllati da un prigioniero, Barghouti, dalla sua cella di prigione israeliana».
Baroud ritiene fondamentale il ruolo di
Barghouti, che «avrebbe potuto diventare il nuovo Presidente, poiché ci si aspettava che partecipasse alle elezioni presidenziali di luglio. Sarebbe stato un male per Abbas, ma un bene per i palestinesi,poiché la presidenza di Barghouti avrebbe potuto rivelarsi cruciale per l’unità nazionale palestinese e persino per la solidarietà internazionale. Un Presidente palestinese imprigionato sarebbe stato un disastro per le pubbliche relazioni di Israele. Allo stesso modo, avrebbe affrontato la diplomazia americana di basso profilo sotto il Segretario di Stato Antony Blinken con una sfida senza precedenti: come potrebbe Washington continuare a predicare su unprocesso di pacetra Israele e i palestinesi mentre il Presidente di quest’ultimo langue in prigione?».

Secondo motivo della cancellazione del voto, secondo Crisis Group, è da ricercare nella «frattura tra Fatah e Hamas. La presunta lista unificata Fatah-Hamas non è mai nata. Dopo aver ottenuto il 44,5% dei voti e la maggioranza dei seggi (74 su 132, mentre Fatah ne ha conquistati 45, con il 41,5% dei voti) nel 2006, Hamas stava mostrando di avere ambizioni più modeste di condivisione del potere per le elezioni del 2021, impegnandosi a non cercare per sé le cariche di primo ministro e ministro degli affari esteri (il che avrebbe potuto innescare un veto internazionale sul nuovo gabinetto). In parte, Hamas avrebbe potuto mirare a rinunciare alla sua autorità di governo sempre più gravosa a Gaza, pur mantenendo la sua base di potere e capacità di resistenza e ottenendo rappresentanza nelle strutture dell’OLP. Ma Fatah è diventato sempre più preoccupato, date le sue stesse divisioni interne, che Hamas potesse emergere di nuovo come il primo partito in uscita dalle urne. Potenze esterne, non ultimi gli Stati Uniti, condividevano questa preoccupazione. Hamas è un’organizzazione terroristica negli Stati Uniti. Le preoccupazioni su Hamas spiegano in parte la mancanza di sostegno e incoraggiamento occidentale per le elezioni palestinesi».
Per altro, Ramzy Baroud fa notare che «vari sondaggi hanno mostrato che la lista ‘Libertà’, guidata da Al-Qudwa, che è il nipote del defunto leader palestinese Yasser Arafat, e quella della moglie di Barghouti, ‘Futuro’, erano sulla buona strada per cacciare Abbas e il suo circolo ristretto».

Terzo motivo del rinvio, sempre secondo Crisis Group: «l’opposizione di Israele alle elezioni. Questo è meglio compreso come il rovescio della medaglia del motivo per cui molti palestinesi hanno sostenuto il voto -come una rampa di lancio per rafforzare la capacità e l’agire palestinese nella sfida alle politiche israeliane e come un modo per superare la divisione palestinese e l’isolamento di Gaza. Israele ha rifiutato di impegnarsi a consentire ai palestinesi di Gerusalemme Est di votare alle elezioni generali palestinesi, un diritto garantito nelle Dichiarazioni di principi, ai sensi dell’articolo II dell’accordo di Oslo I del 1993 e dell’articolo VI dell’accordo di Oslo II del 1995 e confermato in precedenti occasioni. Questi documenti sono il fondamento del processo di pace in cui Israele ha riconosciuto l’OLP e che ha provveduto alla creazione dell’AP. Rapporti e interviste indicano cheIsraele considerava la questione molto delicata di Gerusalemme come un modo per indebolire il voto (per i palestinesi è impossibile condurre elezioni senza Gerusalemme Est, che Israele ha illegalmente annessa, che rimane territorio occupato e ha un grande valore religioso e importanza politica come capitale di un futuro Stato palestinese). Israele potrebbe anche aver ritenuto che la questione di Gerusalemme avrebbe fornito alla leadership palestinese un’utile scusa per decidere di annullare il voto». Per altro Israele aveva sciolto le riunioni elettorali palestinesi a Gerusalemme, arrestato due candidati della lista di Hamas, imposto restrizioni al movimento palestinese all’interno e tra i territori occupati, «assicurandosi che qualsiasi cosa somigliasse a una normale campagna elettorale (anche tenendo conto delle misure di sicurezza COVID-19) fosse impossibile. Ci sono rapporti ben documentati di funzionari della sicurezza israeliani che avvertono la leadership palestinese di non procedere con il voto».

Secondo Crisis Group, il rinvio è stato accolto da molte potenze straniere consollievo‘, perchè ipotizzare «come affrontare una vittoria di Hamas era stato troppo difficile, convincere Israele ad accettare il voto palestinese a Gerusalemme Est troppo scoraggiante, le implicazioni per il processo di pace (comunque bloccato) troppo imprevedibili e l’invio di osservatori elettorali in condizioni di coronavirus troppo impegnative». Di fatto, il rinvio, prosegue Crisis Group, è una «occasione persa», che causa un «ulteriore svuotamento delle istituzioni democratiche palestinesi», rendendo ancora più anacronistica «la posizione internazionale della costruzione dello Stato palestinese e il concetto di due Stati». «Le istituzioni dell’autogoverno palestinese, limitate da varie forme di controllo israeliano, hanno da tempo cessato di essere responsabili o rappresentative del pubblico palestinese. Nei quindici anni trascorsi da quando i palestinesi hanno avuto la possibilità di eleggere un presidente e i legislatori, il proto-Stato palestinese è stato sempre più privo di pesi e contrappesi. È diventato un sistema di governo per decreto presidenziale, con lo scioglimento del ramo legislativo e l’erosione dell’indipendenza giudiziaria. Questo sviluppo ha privato i palestinesi ordinari di qualsiasi voce in capitolo non solo nel loro governo ma anche nelle strategie che i loro leader perseguono per realizzare le loro libertà».

Alaa Tartir, ricercatore del Center on Conflict, Development, and Peacebuilding, e docente presso varie università europee, su ‘Al Jazeeraè durissimo, sostenendo che «le due forze politiche che hanno dominato la scena politica palestinese negli ultimi 15 anni e erano in lizza per il potere, hanno inflitto gravi danni al movimento nazionale palestinese, impoverito il progetto di liberazione nazionale ed esacerbato la frammentazione verticale e orizzontale all’interno del società palestinese. Di conseguenza, nel corso dei decenni, i palestinesi sono diventati semplici osservatori della loro situazione, incapaci di partecipare agli sviluppi politici nelle loro stesse comunità. In effetti, il loro sentimento di alienazione nella loro patria e di allontanamento dal loro governo è una forma di oppressione equivalente a quella inflitta dall’occupazione coloniale israeliana». Aggiunge Tartir che quandole elezioni saranno alla fine riprogrammate, «Fatah e Hamas proveranno ancora una volta a monopolizzare il voto. Il peggio che può accadere è che l’elettorato palestinese ridia loro legittimità votando per i loro candidati. Ciò rafforzerebbe solo le loro posizioni e rafforzerebbe il loro autoritarismo, lasciando i palestinesi nella loro situazione attuale per gli anni a venire». «Questo processo elettorale può essere utilizzato per evidenziare al pubblico i fallimenti del regime di governo di cui soffrono».

Secondo Baroud, è probabile che la decisione di rinvio delle urne «abbia ripercussioni molto più gravi per Fatah e la politica palestinese che se le elezioni si fossero svolte». In tutta la Palestina, «è in corso una discussione senza precedenti sulla democrazia, la rappresentanza e la necessità di allontanarsi da Abbas e dalla sua politica disordinata ed egoista, ed è impossibile da contenere. Per la prima volta da anni, la conversazione non è più limitata a Hamas contro Fatah, Ramallah contro Gaza o qualsiasi altra classificazione demoralizzante. Questo è un grande passo nella giusta direzione.
Non c’è niente che Abbas possa dire o fare a questo punto per ripristinare la fiducia del popolo nella sua autorità. Probabilmente, non ha mai avuto la loro fiducia. Annullando le elezioni, ha oltrepassato una linea rossa, ponendo così se stesso e pochi altri intorno a sé come nemici del popolo palestinese, delle loro aspirazioni democratiche e della loro speranza per un futuro migliore».

Ci vorranno alcuni giorni per capire se e quando il processo elettorale riuscirà ripartire. Quel che sarà davvero interessante intanto sarà la reazione che maturerà tra i palestinesi. 

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