lunedì, Aprile 19

Palestina: il grande azzardo di Trump La questione è se e quanto il Piano proposto sia sufficiente a mettere in moto il processo auspicato dalla Casa Bianca

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Con la proposta di uno schema per la soluzione dell’intrattabile questione israelo-palestinese, l’amministrazione Trump ha rilanciato in modo massiccio il proprio ruolo nelle vicende mediorientali dopo gli (apparenti?) segnali di disimpegno dalla Siria che hanno punteggiato la fine del 2019 e i venti di guerra che, nelle scorse settimane, hanno caratterizzato i rapporti con l’Iran. Nell’aria già da tempo (già nel corso delle campagna elettorale del 2016 Trump aveva indicato la ricerca di una soluzione alla questione israelo-palestinese come una delle priorità della sua eventuale presidenza), il ‘piano Trump, presentato negli scorsi giorni alla Casa Bianca alla presenza il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e dei rappresentanti di Oman, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, è già stato fatto oggetto di pesanti critiche, sia per le modalità largamente unilaterali con cui è stato concepito,sia per il chiaro ‘bias’ pro-israeliano che emerge dalle sue previsioni. Turchia, Iran e Giordania, oltre al movimento Hezbollah, hanno espresso la loro contrarietà al piano mentre più possibiliste si sono dette, oltre all’Egitto, l’Unione Europea e le monarchie petrolifere del Golfo (a eccezione dell’Arabia Saudita), queste ultime fra i grandi sponsor (soprattutto finanziari) del piano stesso.

Non è questa la sede per entrare nei dettagli di uno schema che – per più di una ragione le autorità palestinesi (sia quelle dell’ANP in Cisgiordania, sia quelle di Hamas a Gaza) hanno concordemente annunciato di non volere accettare. Difficilmente, infatti, questo schema rappresenterà l’atteso cambio di passo in una vicenda che, da qualche anno a questa parte, sembra avere perso molta della visibilità di cui ha tradizionalmente goduto. I disaccordi emersi fra Washington e le autorità dello Stato ebraico già nelle ore successive all’annuncio (ad esempio intorno ai termini del riconoscimento della natura statuale del soggetto palestinese) sono indicativi del futuro non roseo cui questo sembra destinato ad andare incontro. Tuttavia, gli eventi degli scorsi giorni hanno comunque prodotto effetti, da un lato rafforzando la posizione di Benjamin Netanyahu, che agli inizi di marzo sarà chiamato ad affrontare la terza sfida elettorale in meno di un anno, dall’altra permettendo a Donald Trump di spuntare un’altra casella nella sua personale lista delle ‘promesse mantenute’; un risultato che, con l’entrare nel vivo della campagna per il voto di novembre (ai primi di febbraio si terranno le primarie democratiche in Iowa e New Hampshire), acquista una rilevanza particolare.

Come per la recente firma dell’accordo commerciale con Pechino e (sotto certi aspetti) per le rinnovate tensioni con l’Iran, sembrano quindi esserci, dietro l’annuncio del ‘piano Trump’, soprattutto esigenze di politica interna. La questione israelo-palestinese rappresenta tradizionalmente una issue ‘sentita’ dall’opinione pubblica statunitense e la capacità di imprimere sulle sue vicende un improntata sensibile è l’ambizione di molti presidenti almeno dalla firma degli accordi di Camp David (1978). Nel caso di Trump, inoltre, il risultato ottenuto assume un valore particolare alla luce delle tensioni che hanno segnato i rapporti fra Washington e Tel Aviv sotto l’amministrazione Obama e che hanno intaccato molto la capacità degli Stati Uniti di incidere sulle vicende della regione. Da questo punto di vista, nella narrazione trumpiana, il piano del secolo’ offrirebbe un’altra dimostrazione (oltre che delle capacità negoziali del Presidente e del suo staff) dei risultati che gli USA possono ottenere quando mettono in gioco il loro peso politico ed economico sulla scena internazionale. Non a caso, proprio il pacchetto di aiuti proposti allo ‘Stato palestinese’ dovrebbe rappresentare lo strumento chiave per convincere le sue autorità ad accettare uno schema assai limitativo della loro sovranità.

Siamo quindi di fronte a una mossa essenzialmente propagandistica? Per certi aspetti sì. Sul suo essere una mossa ‘pagante’ ci sono, invece, dei dubbi, tenendo conto anche della rilevanza che altre e più immediate questioni possono avere sulle scelte dell’elettorato indeciso. Altrettanti dubbi ci sono sulle ricadute che questa mossa potrà avere sulla situazione ‘sul campo’. Da questo punto di vista, l’amministrazione ha ripetutamente affermato che il piano proposto non rappresenta tanto un punto d’arrivo quanto uno di partenza per nuove trattative; anche a questo si lega la visibilità data agli sponsor arabi dell’operazione, la cui influenza è considerata essenziale per portare – in un futuro, peraltro, ampiamente incerto – la parte palestinese al tavolo negoziale. La questione è se e quanto tale punto di partenza sia sufficiente a mettere in moto il processo auspicato dalla Casa Bianca. Anche per questo alcuni osservatori hanno parlato del ‘piano Trump’ come di un ‘grande azzardo’ (huge gamble). L’ostilità dei vertici politici palestinesi al piano stesso rappresenta un handicap importante; un handicap che difficilmente potrà essere superato con la ‘carota’ degli incentivi economici, specialmente alla luce dell’incertezza che continua a circondare gli scenari del voto statunitense di novembre.

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