martedì, Agosto 3

Palestina, colonie e nessuna pace field_506ffb1d3dbe2

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L’anno appena trascorso ha lasciato dietro di sé la stessa realtà, fin troppo nota. E il 2014 non lascia ben sperare. Nonostante Autorità Palestinese e Stato di Israele siano seduti da sei mesi al tavolo del negoziato, nessun passo in avanti è stato compiuto. Tanti, invece, quelli indietro.

Martedì il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha lanciato un avvertimento a Tel Aviv e allo sponsor statunitense. Se Israele non ferma subito la colonizzazione nei Territori Occupati, Ramallah prenderà misure legali e diplomatiche: «Non resteremo pazienti mentre il cancro delle colonie si allarga, specialmente a Gerusalemme Est, e useremo il nostro diritto come Stato osservatore all’Onu per assumere azioni politiche, diplomatiche e legali», ha detto Abbas, alla vigilia della nuova visita del segretario di Stato USA, John Kerry. La ‘minaccia’ palestinese giunge a poche ore dalla liberazione di altri 26 prigionieri politici da parte di Israele, nell’ambito dell’operazione di rilascio di 104 detenuti, arrestati oltre 20 anni fa dall’esercito israeliano, prima della firma degli Accordi di Oslo nel 1993. Dopo il rilascio, i 26 prigionieri sono stati accolti a Ramallah, Gerusalemme Est e Gaza da folle di amici e parenti.

La liberazione dei 104 detenuti – mostrata da Israele come atto di buona volontà nei confronti del negoziato – non piace affatto ad una buona parte del governo Netanyahu e nemmeno all’ala più conservatrice del partito del premier, il Likud. Come spesso accaduto in passato, una simile decisione va controbilanciata. E come sempre accaduto in questo ultimo anno, il contrappeso sono le colonie: da luglio ad oggi, ogni fase di liberazione è stata accompagnata dall’annuncio della costruzione di migliaia di nuove unità abitative per coloni in Cisgiordania e Gerusalemme Est, al fine di calmare i pericolosi mal di pancia della coalizione di governo.

È di pochi giorni fa la pubblicazione di un nuovo piano di costruzione di 1.400 case per coloni, sia nella Città Santa che in Cisgiordania. Ma a preoccupare – e a far infuriare i capi negoziatori palestinesi – è stata la decisione presa dal comitato governativo per la legislazione sulla questione calda della Valle del Giordano. Otto ministri su undici hanno votato a favore della proposta di legge del parlamentare del Likud, Regev, che prevede l’annessione della Valle del Giordano (l’area al confine tra Cisgiordania e Giordania) a Israele.

Tre i voti contrari, tra qui quelli pesanti del ministro della Difesa e capo negoziatrice Livni e del  leader del partito Yesh Avid, Yair Lapid. Prese di posizioni forti che mostrano con chiarezza le spaccature interne alla coalizione di governo e dello stesso partito del premier. Da parte sua Netanyahu – seppure abbia più volte reiterato l’intenzione di mantenere sotto il controllo militare israeliano la Valle del Giordano, attraverso una presenza costante dell’esercito – non appoggerà il disegno di legge, troppo pericoloso agli occhi della comunità internazionale. In ogni caso, è chiaro il messaggio inviato dal Likud e da gran parte dell’esecutivo al premier e alla sua capo negoziatrice: Israele non intende cedere di un metro, negoziato o meno, con o senza l’appoggio dell’alleato americano.

Appropriarsi della Valle del Giordano, zona fertilissima nonché unico possibile confine verso l’esterno di un eventuale Stato di Palestina, significa cancellare le basi stesse del processo di pace. Lo Stato di Palestina si trasformerebbe in una piccola enclave circondata dallo Stato di Israele e senza alcun possibile contatto verso l’esterno. Difficile immaginare che un simile Stato possa godere di una qualche forma di sovranità e indipendenza.

Eppure è proprio questo l’obiettivo finale del progetto sionista, come ci spiega l’analista politico e fondatore del movimento di sinistra Matzpen, Michel Warschawski: “Alla fine dell’Ottocento, quando il sionismo nacque con l’obiettivo di creare uno Stato per il popolo ebraico, venne scelta la Palestina. Nel 1948 si tentò di ripulire il territorio dalla presenza araba, che venne ridotta di quattro quinti. Del milione di palestinesi che viveva in Palestina, dopo la guerra del ’48 e la creazione dello Stato di Israele ne restarono 200mila. Allora le neonate autorità israeliane operarono attraverso la deportazione forzata. Oggi, seppur l’obiettivo sia ancora lo stesso, perché il sionismo è un progetto ancora in corso, i mezzi sono cambiati”.

Israele sa che non può più nel 2013 deportare migliaia e migliaia di persone – continua Warschawski – Sarebbe inaccettabile per la comunità internazionale. Per cui ha modificato l’obiettivo finale: non potendo sbarazzarsi di quello che resta del popolo palestinese, ha deciso di chiuderlo in enclavi, bantustan, o cantoni. Piccole aree circondate dallo Stato di Israele e senza alcun tipo di collegamento fisico tra loro. Prendete Gaza: quando Sharon decise nel 2005 di ritirare i coloni dalla Striscia, il mondo salutò quella decisione come un atto a favore della pace. Stupidaggini! Perché a Israele dovrebbe interessare la Striscia di Gaza? Un area povera, dove vivono un milione e 700mila palestinesi. Israele non sa che farsene di Gaza”.

Gaza, da questo punto di vista, è la realtà che Israele intende creare anche in Cisgiordania e che ha iniziato a realizzare dividendola in Area A, B e C. L’Area A, il 18% della Cisgiordania, è sotto il controllo palestinese sia a livello civile che militare: si tratta delle grandi città, Betlemme, Ramallah, Nablus, Jenin, Gerico, Hebron. “A Israele non interessa avere Jenin o Betlemme – spiega Warschawski – Che se le tenga pure l’Autorità Palestinese. L’obiettivo è istituzionalizzare queste aree, queste enclavi, lasciarle in mano palestinese e annettere tutto il resto. In questo modo si realizzerebbe il progetto sionista: massimizzare la popolazione palestinese in spazi minimi, controllati e circondati da Israele”.

Per realizzare tale obiettivo l’impresa coloniale è centrale: l’espansione degli insediamenti israeliani in terra palestinese è cruciale e anche la principale minaccia ad una pace giusta. Lo spiega bene in un’intervista all’Alternative Information Center Ahmad Majdalani, parlamentare del Palestinian National Council e membro dell’OLP: “Il pericolo che stiamo correndo in questo momento è rappresentato dal messaggio che Israele riesce a mandare: il negoziato continua anche se la costruzione delle colonie non si ferma. Ovvero l’ANP non ha alcun potere negoziale. Israele sta tentando di provocare una terza Intifada, una reazione da parte del popolo palestinese, così da giustificare ulteriori restrizioni e ulteriori espansioni coloniali”.

Dall’altra parte, se i palestinesi ‘imponessero’ il congelamento delle colonie per restare la tavolo del negoziato, il processo di pace si fermerebbe e con il dialogo si interromperebbero anche gli aiuti internazionali, necessari a evitare una grave crisi economica. Nonostante i tentativi palestinesi di incoraggiare investimenti nei Territori, Israele continua a controllare confini e transazioni finanziarie, ovvero controlla l’economia palestinese, oltre alle sue risorse naturali e alla gran parte delle terre. Il 95% della terra palestinese è controllata da Israele, dallo Stato o da compagnie private, che fanno affari sull’occupazione”.

Oggi è necessaria un’Intifada, ma non come la vuole Israele – conclude Majdalani – Parlo di una diversa forma di confronto: resistenza popolare pacifica contro le colonie, il Muro e l’occupazione israeliana”.

 

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