venerdì, Luglio 30

Palestina: al voto (forse) nel tramonto di Fatah Dopo 15 anni la Palestina andrà al voto a maggio e a luglio, salvo rinvio o annullamento, e sarà un voto segnato dalla crisi di Fatah e del suo leader, Abu Mazen, che avvantaggerà Hamas, che a Gaza ha fallito e le urne lo puniranno

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Se Israele in due anni è andato quattro volte al voto, l’ultima volta lo scorso 23 marzo, e un quinto voto potrebbe essere vicino, la Palestina il 22 maggio andrà al voto (forse) dopo 15 anni. Il che equivale a dire che c’è una fetta di palestinesi che non ha mai messo piede in un seggio elettorale. Dai dati al momento disponibili, questi nuovi elettori sono circa 1 milione su 2 milioni di registrati al voto.Le ultime elezioni presidenziali si erano tenute nel 2005, le ultime legislative nel 2006. Nel 2007 era seguita, poi, la spaccatura tra la fazione palestinese che controlla la Striscia di Gaza, Hamas, e Fatah, che esercita un’autonomia limitata su parti della Cisgiordania.
Le
elezioni per il Consiglio legislativo palestinese(PLC) sono in programma per il 22 maggio; poi, 31 luglio si voterà per la presidenza dellaAutorità Palestinese (PA).
Le elezioni si dovranno svolgere in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza, e
circa il 93% dei palestinesi si è registrato per poter votare.
C’è voglia di voto, soprattutto tra i giovani, tra coloro che mai hanno potuto esprimersi, sostengono gli osservatori locali, e questo 93% di registrati ne sarebbe la dimostrazione. Ma c’è anche molto scetticismo.

Elezioni con un ‘forse’, perchè Mahmoud Abbas(Abu Mazen), l’ottantacinquenne Presidente dell’Autorità Palestinese, che a gennaio, con un decreto presidenziale, ha convocato le elezioni, in passato ha cancellato elezioni programmate,potrebbe fare lo stesso quest’anno, temendo per il suo partito, Fatah, storicamente motore del movimento nazionale palestinese, che ora è sfidato non solo dal suo avversario di sempre, Hamas, ma anche da suoi ex membri di spicco e da pezzi della società laica palestinese organizzate. «Ma se dovessero andare avanti, le elezioni del 22 maggio eleggerebbero un Consiglio legislativo palestinese che potrebbe -nella migliore delle ipotesi- aprire la strada a una riunificazione di Gaza e di parti della Cisgiordania sotto un organo direttivo. Ciò consentirebbe ai legislatori palestinesi di proporre leggi, di discutere e di esaminare le questioni chiave nel Consiglio, che non si è riunito in una sessione regolare dal 2007, ponendo fine alla capacità di Abbas di governare per decreto e senza supervisione», sottolinea il ‘New York Times‘. Per raggiungere questo obiettivo, però, la strada al momento appare ancora lunga e disseminata di ostacoli.

Abu Mazen, che da quando il suo mandato è terminato, nel 2009, ha resistito alle insistenti richieste di tenere le elezioni, e ora, dopo gli anni anti-palestinesi di Trump, è debole, ha bisogno di rilegittimarsi sia alla Casa Bianca che tra la sua gente, e però, malgrado ciò, potrebbe non volere davvero il voto (i sondaggi sono pieni di pessime notizie sia per il suo partito, sia la sua eventuale ricandidatura a Presidente), e ad un certo punto interrompere il processo elettorale. Le elezioni comunque stanno «guadagnando slancio in un modo che aumenta le possibilità di realizzazione», e le pressioni internazionali e quelle interne potrebbero impedirne l’arresto.
Di fatto
i pretesti per un rinvio ci sarebbero pure. Uno per tutti, che potrebbe trovare concordi i due principali contendenti -Fatah e Hamas-: il rifiuto di Israele di consentire ai palestinesi di Gerusalemme Est di partecipare alle prossime elezioni. Se Israele mettesse i bastoni fra le ruote del processo elettorale a Gerusalemme Est, il motivo del rinvio sarebbe quasi inattaccabile.
E di pochi giorni fa il proniucniamento di Ahmed Majdalani, membro esecutivo del Comitato centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), il quale ha chiesto che la comunità internazionale (Unione Europea in testa) si faccia carico delle conseguenze dell’eventuale possibile rifiuto di Israele di consentire ai palestinesi di Gerusalemme Est di partecipare alle prossime elezioni. ‘Conseguenze’ sta per rinvio del voto. «
Non ci saranno elezioni senza Gerusalemme», ha dichiarato in queste ore Azzam al-Ahmad, uno dei vertici OLP vicino a Abbas. A Gerusalemme est vivono circa 350.000 palestinesi. Israele ha ripetutamente negato i tentativi di tenere tali elezioni a Gerusalemme, che considera territorio israeliano nonostante la natura contestata della città. Hamas ha convenuto.

A disturbare questo difficile voto c’è poi l’interferenza straniera, sulla quale da settimane si susseguono rumors e dichiarazioni. Gli attori internazionali si sono risvegliati e la ‘questione palestinese’ ritorna di interesse.
Bassam al-Salhi, segretario generale del Partito popolare palestinese e membro del Comitato esecutivo dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, nei giorni scorsi ha dichiarato che: «
Molti Paesi pomperanno enormi somme di denaro perché desiderano avere influenza nel Consiglio legislativo. Stiamo affrontando interferenze da molti Paesi, arabi e stranieri». A pompare quattrini sarebbero Egitto, Giordania,Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, ma potrebbe esserci l’interesse anche di altri Paesi, a partire da alcuni europei e dagli Stati Uniti, i quali pare abbiano lavorato duramente per arrivare a convincere Abbas a indire le elezioni. Tanto che l’Unione europea ha persino minacciato di porre fine al sostegno finanziario che fornisce a Ramallah se le elezioni fossero cancellate. «Sia Bruxelles che Washington vogliono che l’Autorità Palestinese riacquisti la legittimità prima di andare avanti nei loro rapporti con i palestinesi».
Altresì,
il voto preoccupa Il Cairo e Amman,temono la vittoria di Hamas a Gaza, per gli effetti destabilizzanti sugli affari interni egiziani e giordani. SecondoAljazeera‘ i «capi dell’intelligence egiziana e giordana, hanno discusso con Abbas i dettagli procedurali delle elezioni», e la salute politica di Fatah, che sta lottando con divisioni interne e defezioni. Egitto e Giordania vogliono che Fatah abbia una lista elettorale e un candidato presidente capaci di vincere. Loro obiettivo, che venga eletta una nuova leadership palestinese che possa essere facilmente influenzata e collaborativa con Israele.

I problemi all’interno di Fatah sono centrali in questa tornata elettorale e incrociano gli interessi degli attori internazionali.
Attualmente non c’è consenso all’interno del partito sulla rielezione di Abbas e gli sfidanti si moltiplicano con il passare delle settimane. Abbas ha cercato di consolidare la sua presa sul partito, usando il pugno di ferro contro qualsiasi posizione che non fosse in linea con i suoi dettami, ma l’operazione non è pienamente riuscita e ha lasciato molti pericolosi nemici pronti alla vendetta.
Proprio in questi giorni
Marwan Barghouti, leader palestinese che si trova in una delle carceri israeliane, ha reso noto di aver presentato una lista indipendente per le elezioni legislative palestinesi che si terranno a maggio. Secondo alcuni osservatori, una candidatura che è solo l’ultimo dei segnali della crisi interna di Fatah.Barghouti è accusato di ‘terrorismo’, a seguito della Seconda Intifada.
La
lista di Barghouti sarà la quarta arrivata da Fatah, si aggiungerà alla lista ufficiale guidata da Abbas, alla lista dell’Assemblea Nazionale Democratica di Nasser al-Qudwa,  nipote di Yasser Arafat ed espulso dal partito agli inizi di marzo, e alla lista del Blocco di Riforma Democratica di Mohammed Dahlan, l’ex capo della sicurezza a Gaza, espulso da Fatah nel 2011.
Non si sa se Barghouti vorrà candidarsi alle elezioni presidenziali, ma, stando ai sondaggi, se lo facesse sarebbe vincente sul rivale Mahmoud Abbas.

Barghouti è stato arrestato a Ramallah nel 2002 e condannato a cinque ergastoli per il suo presunto ruolo in una serie di attacchi durante la Seconda Intifada. Tra i palestinesi è considerato un prigioniero politico, ed è molto amato. Una sua vittoria di fatto renderebbe inagibile il governo dell’Autorità Palestinese.

Altra figura di spicco a minacciare Abbas è Dahlan, che vive in esilio negli Emirati Arabi Uniti che lo hanno sponsorizzato e sostenuto in ogni modo nel corso degli ultimi anni, auspicando per lui un futuro da leader dell’Autorità Palestinese. Dahlan e i suoi sostenitori non nascondono il sostegno politico, mediatico e finanziario degli Emirati. Questo sostegno ha permesso loro di stringere alleanze con le forze politiche palestinesi, comprese le figure di Fatah che stanno prendendo le distanze da Abbas.
Dahlan gode di un sostegno significativo a Gaza e in parti della Cisgiordania, dove ha promosso diversi progetti umanitari per i palestinesi, inclusa la distribuzione di vaccini Covid-19 a Gaza, senza coordinarsi con l’Autorità Palestinese.
Autorevole e imprevista la candidatura di Nasser al-Qudwa, il nipote di Arafat. Membro di spicco del movimento negli anni ’70, anche rappresentando l’OLP presso le Nazioni Unite e poi diventando Ministro degli Esteri dell’Autorità Palestinese, più recentemente stato membro del Comitato centrale di Fatah e capo della Fondazione Yasser Arafat, è un candidato forte. «Alcuni lo vedono come un elitario a cui manca un tocco populista, ma è libero da accuse di corruzione o violazioni dei diritti umani», sottolineano gli osservatori di questo complesso processo elettorale, e l’espulsione da Fatah e dalla Fondazione Arafat potrebbe essere un errore che Abbas pagherà caro in termini elettorali. Al-Qudwa è definito da alcuni una ‘calamita’ per i molti elettori scontenti di Fatah e non solo. Possibile che riesca aggregare consenso nelle aree vicine sia a Barghouti che a Dahlan, ma anche tra indipendenti e attivisti della società civile. La lista di al-Qudwa, insomma, potrebbe rappresentare una spina nel fianco di Fatah.

Queste divisioni all’interno di Fatah avvantaggeranno Hamas. Per quanto non pochi palestinesi gli rimproverino la spaccatura con Fatah, e lo accusino di corruzione e di sfascio socioeconomico del territorio. Hamas ha vinto le elezioni del 2006 perché era riuscito a farsi recepire dalla popolazione come una forza pulita in opposizione alla corruzione di Fatah. Questi anni di governo hanno provato esattamente l’opposto agli elettori palestinesi, e i sondaggi mostrano che gli elettori ne terranno conto al momento di votare. Un sondaggio di dicembre mostra che i leader di Hamas e Abbas sono molto impopolari, con il 61% che vorrebbe che quest’ultimo si dimettesse.
Lo scisma tra Fatah e Hamas ha prodotto stagnazione politica e sociale in entrambe le forze politiche e nei rispettivi loro territori.
I palestinesi di Gaza e di Cisgiordania sono accomunati dalla stessa insoddisfazione per il fallimento economico e sociale e per il fallimento nel portare avanti l’obiettivo di liberazione nazionale.
«L’era di Abbas è stata segnata dalla monopolizzazione del potere istituzionale e dalla soppressione del dissenso, compresa l’opposizione politica, i media e la società civile. A Gaza, il mandato di Hamas, da quando ha preso il potere, nel 2007, può essere caratterizzato in termini simili. In breve, sono autoritari, non democratici e le loro motivazioni di fondo per lo svolgimento delle elezioni non hanno nulla a che fare con il ripristino del processo democratico», sintetizza Omar H. Rahman, visiting fellow del Brookings Institution presso il Doha Center.

La gente ha voglia di votare, i giovani in particolare, anche se anni di repressione hanno decimato l’opposizione politica, malgrado lo scetticismo e anche se c’è la consapevolezza che non saranno queste elezioni a incidere in profondità sulla vita di tutti i giorni dei palestinesi, visto che gran parte di quel che incide sulle loro vite è deciso da Israele e non da Hamas, che controlla gli affari interni di Gaza, o dall’Autorità Palestinese guidata da Fatah, che governa parti della Cisgiordania. Il controllo della vita, e non di rado della morte, dei palestinesi è ben saldamente nelle mani di Israele. «In Cisgiordania, Israele governa ancora completamente oltre il 60 per cento del territorio, controlla l’accesso tra la maggior parte delle città gestite dai palestinesi e conduce frequentemente incursioni militari anche all’interno di luoghi nominalmente sotto il controllo di Abbas. A Gaza, i governi israeliano ed egiziano controllano cosa e chi può entrare e uscire, così come la maggior parte dell’elettricità e della fornitura di carburante. Israele controlla anche lo spazio aereo di Gaza, il registro delle nascite, l’accesso al mare e l’accesso ai dati cellulari e limita l’accesso degli agricoltori di Gaza ai loro campi ai margini della Striscia», sintetizza la situazione il ‘New York Times‘.
L’ultima campagna elettorale in Israele, come anche le precedenti, ha ignorato la Palestina, la questione palestinese e le elezioni palestinesi. Il perchè di questa disattenzione risiede, tra il resto, nel fatto che lentamente ma inesorabilmente lo status della Palestina come ‘la’ minaccia numero uno alla sicurezza percepita da Israele è stato superato dall’Iran, e perchè gli anni di Benjamin Netanyahu hanno anestetizzato la ‘questione palestinese’, forse l’hanno perfino valicata.
Eppure questo voto sarà importante per Israele, in particolare se Hamas dovesse crescere a scapito Fatah. Per Israele si porrebbe una criticità per la gestione della sicurezza, Hamas non riconosce Israele e Israele considera Hamas un gruppo terroristico.

Le elezioni parlamentari si svolgeranno con una nuova legge elettorale, pienamente proporzionale, come nel Parlamento israeliano. Ciò probabilmente impedirà a qualsiasi singolo partito di ottenere la maggioranza, forzando alla costruzione di coalizioni e/o di alleanze post-elettorali. E’ possibile che lo stesso virus che ha colpito il processo elettorale israeliano colpisca quello palestinese. Fino ad ora Fatah e Hamas non hanno concordato i dettagli su come vorrebbero eventualmente unificare le due amministrazioni dopo le elezioni, né hanno fatto intravedere un programma di governo condiviso. Il timore è che i due partiti non raggiungano mai un accordo,lasciando inalterato il rispettivo potere a Gaza e in Cisgiordania. Se così fosse, queste elezioni si ridurrebbero a un processo volto a legittimare quegli stessi politici che già oggi sono al potere e quello stesso sistema di potere. Che è esattamente il timore di fondo che attraversa tutta la società palestinese, la quale si divide tra quelli che credono che le élite politiche non abbiano intenzione di tenere un processo elettorale libero ed equo, e che useranno il voto per conferire legittimità a se stesse al fine di soddisfare le richieste dei padrini esterni; e quelli che pensanoche, indipendentemente dalla loro correttezza, tenere elezioni per l’Autorità Palestinese serva solo a rafforzare una struttura politica che è sopravvissuta al suo scopo ed è diventata un peso per il popolo palestinese. Questione molto grave quest’ultima.

La criticità che probabilmente è lacarnedel malessere elettorale dei palestinesi, per quanto non espressa, ed è ugualmente alla base dell’eredità che Netanyahu lascerà agli israeliani, è: la morte per inedia dellaSoluzione a due Stati‘. Il dissimulare la realtà di «uno Stato unico che è derivata dall’approfondimento e, probabilmente, dal controllo permanente di Israele sui territori occupati», per usare le parole di Rahman. «Questa preoccupazione è diffusa e arriva al cuore dell’ansia palestinese per il futuro e circa la volontà dei loro leader di ipotecare quel futuro per rimanere al potere. Richiede inoltre che vengano poste domande essenziali, quali: qual è lo scopo dell’Autorità Palestinese oggi senza un percorso verso la statualità?; e le elezioni riaffermano questa istituzione in un momento in cui il suo futuro è -e dovrebbe essere- in dubbio?».

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