sabato, Settembre 18

Pakistan sull’orlo del limbo politico Le opposizioni contestano le elezioni e vogliono paralizzare il Paese

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Bangkok – Quel che si prepara oggi in Pakistan viene definito da alcuni critici locali “La marcia della follia”, una specie di test di immaturità politica e l’ingresso in un tunnel d’incertezza sul quale nessuno se la sentirebbe di puntare nemmeno un centesimo.

Il mercato borsistico vede un continuo rincorrersi al ribasso con una specie di basso continuo che possiamo chiamare con certezza panico. La Rupia pakistana lotta da sola contro il Dollaro degli importatori che acquistano in larghe quantità, proprio perché c’è un panico di fondo.

Il Governo di fatto lavora a vista, giorno per giorno, fino a raggiungere una specie di sospensione temporale connotata dall’assenza. Gli ingressi di cibo e prodotti per alimentazione in genere e i propellenti giungono col contagocce, lasciando case e supermercati con scarsa disponibilità di beni e cibi deperibili. I cittadini prima devono studiarsi bene il mappaggio della collocazione delle pompe di benzina ed i distributori, prima di imbarcarsi in file anche di quattro ore prima di potersi rifornire adeguatamente.

I movimenti tra le città di beni e persone sono come in una specie di collo di bottiglia, le decisioni rimangono sospese nel limbo dell’incertezza, gli stock delle merci girano a regime ridotto nelle fabbriche e nelle famiglie e la morsa dell’incertezza stringe i mercati finanziari così come tutta la Nazione attende di vedere come andrà a finire il confronto tra il Governo in carica ed il PTI.

Il Pakistan potrebbe aver visto situazioni peggiori, come il periodo successivo alle elezioni caratterizzato da violenze nel 1977 ma anche oggi, l’intervento extra costituzionale sembra essere alquanto inevitabile.

I politici condiscono tutto questo con l’ipocrisia e le false prospettive, a cominciare da Imran Khan , il quale sembra aver gettato un bastone tra le ruote del consolidamento democratico in Pakistan. Le sue lamentele, in attesa di verifiche e di ulteriori indagini in merito, non meritano minacce così gravi, specialmente quando è ancora da dimostrare in modo convincente che le irregolarità segnalate possano davvero aver cambiato il corso delle cose nell’ambito delle elezioni. Molte elezioni, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, se fossero messe sotto la lente del microscopio, risulterebbero piene di irregolarità, il Pakistan non sarebbe certo una eccezione, affermano gli esperti di cose politiche in Asia e in Pakistan.

Ma invece di chiedere nuove elezioni e quindi il ritorno al voto e guidare manifestazioni di protesta nelle strade, più saggio sarebbe stato per Khan accettare l’offerta di negoziati da parte del Governo e quindi concordare in comune sintonia una via di uscita dall’impasse nazionale.

Alla fin fine, il vasto e affollato contesto della Democrazia lavora solo perché tutti i partiti sono d’accordo sul fatto che il risultato finale è l’unico sul quale si possa lavorare insieme nonostante le evidenti imperfezioni del processo. Khan potrebbe pensare che egli meritasse di vincere le elezioni dello scorso anno ma non le ha vinte e deve accettare la realtà.

E qual è la scusa di Nawaz Sharif  per il suo ruolo in una tale politica amatoriale? Dopo tutto –affermano i critici della politica pakistana- questo non è il primo saggio della possibile violenta combustione della Democrazia pakistana. Egli si presenta fiero come il depositario della memoria collettiva del Pakistan, vantando trent’anni di esperienza in politica. Era quindi così difficile per il primo Ministro accomodarsi con le lagnanze di Khan prima che l’intera materia giungesse allo stato attuale? Era necessario bloccare la propria Capitale e la sua città natale, sottolineando così la sua debolezza e la sua disperazione? Khan s’è comportato come un novellino ma allo stesso tempo non ha lasciato alcuna via per discendere dalle sue posizioni massimaliste che aveva preso finora. Ma Sharif ha giocato un ruolo in tutto questo lasciando che i suoi oppositori portassero il Paese sull’orlo del panico. Il risultato è una marcia di follia –affermano i critici politologi pakistani- che comincia quest’oggi e termina in territori del tutto sconosciuti.

Eppure –volendo fare un raffronto con una situazione politica pertinente un’altra nazione- il “caso” thailandese avrebbe dovuto essere illuminante da questo punto di vista: mesi di proteste in strada, sommosse represse a fatica, morti, feriti, cecchini sui tetti di dubbia natura e origine, attentati, Capitale paralizzata ed uno scenario politico fattosi sempre più radicalizzato tra Governo e opposizione (al di là dei colori delle appartenenze): il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti, a causa della incapacità dello sconfitto di riconoscere la vittoria elettorale di chi poi avrebbe dovuto governare, invece di sostenere il Governo ed opporvisi nelle Aule parlamentari, si è scelto di contestare il vincitore elettorale, portarlo in ogni modo davanti a più Tribunali, esautorarlo, paralizzare la Nazione. E così, il tutto è sfociato in un colpo di stato militare. Forse il Pakistan vuole replicare tutto questo? Certo la manifestazione in massa delle opposizioni, la contestazione degli esiti del voto e il linguaggio che si fa sempre più spinto, non sono affatto dei buoni viatici. I segni della protesta pressante e potenzialmente violenta non rassicurano nessuno, oggi, in Pakistan.

Nelle ultime giornate, il Governo degli Stati Uniti, che aleggia sempre nelle scelte degli ultimi governi pakistani –almeno dal momento in cui si è deciso di cooperare nella lotta contro il terrorismo internazionale alqaedista- ha chiarito che vuole tenersi fuori dalla mischia ma –allo stesso tempo- ha affermato molto chiaramente attraverso i propri più alti vertici istituzionali e diplomatici che non accetterà alcun riscontro derivante da sommosse di piazza e che, anzi, se così fosse, ovvero se realmente si paralizzasse la Nazione per cause di scissione politica- gli Stati Uniti taglierebbero immediatamente i viveri, cioè tutte le forme di sostegno tecnico, logistico, finanziario e commerciale con il Pakistan.

 

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