mercoledì, Giugno 16

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Un’ondata di attacchi terroristici ha colpito il Pakistan nelle ultime settimane. Militanti del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), organizzazione-ombrello che raggruppa un ampio numero di milizie, hanno dato il via a una serie di azioni, intese soprattutto a colpire forze dell’ordine pakistane ed Esercito e a mettere sotto ulteriore pressione il Governo del Premier Nawaz Sharif. Gli attacchi arrivano a pochi mesi dalla nomina del nuovo emiro del TTP, Mullah Fazlullah, che ha preso il posto di Hakimullah Mehsud, rimasto ucciso da un drone strike statunitense nel novembre scorso.

Abbiamo contattato Elisa Giunchi, analista e coordinatrice del programma per l’Asia meridionale dell’Istituto Internazionale per gli Studi Politici (ISPI) di Milano, docente presso l’Università degli Studi di Milano e autrice del libro Pakistan. Islam, Potere e Democratizzazione, edito da Carocci nel 2009. Abbiamo discusso con l’esperto di quali prospettive si aprano oggi per il futuro del Pakistan, per la lotta contro la minaccia dei talebani e delle altre organizzazioni terroristiche attive nel Paese e per i rapporti tra Islamabad e Washington.

 

Era opinione di alcuni analisti che la nomina del Mullah Fazlullah a capo del TTP rivelasse una frattura interna al clan dei Mehsud e una divisione in seno all’organizzazione. La recente serie di attentati e la chiusura di ogni trattativa da parte del gruppo terrorista con le forze pakistane e statunitensi rivelano invece l’estrema coesione talebana nel perseguire i propri obiettivi di destabilizzazione. E’ questo uno dei momenti di massima forza della guerriglia talebana?

E’ effettivamente probabile che, come diversi analisti hanno notato, la nomina di Fazlullah ad amir del TTP sia dovuta all’esigenza di ricomporre le fratture interne al movimento: esterno al clan Mehsud e, come il suo vice Haqqani, al Waziristan, Fazlullah potrebbe salvare il TTP, che raggruppa correnti e interessi diversi, da scissioni e lotte intestine che potrebbero indebolirlo. Indubbiamente la sua nomina, al pari dell’escalation di violenza che si sta verificando contro le minoranze religiose e l’apparato statale, segnala anche che nel TTP sta prevalendo la linea dura: Fazlullah è noto per essersi opposto alla campagna di vaccinazione contro la poliomielite, ed è, sembra, il mandante del tentato omicidio di Malala Yousafzai. Si è sempre opposto all’istruzione femminile, ha ordinato esecuzioni sommarie e imposto restrizioni ulteriori alla già limitatissima autonomia delle donne pashtun; dal 2009, quando un intervento armato nello Swat lo ha costretto a rifugiarsi in Afghanistan, è contrario a ogni trattativa con le autorità pakistane. L’opposizione al negoziato deriva anche dalla posizione di forza in cui si trova il TTP al momento: il ritiro dell’Isaf dall’Afghanistan è percepito come una vittoria per tutti i movimenti armati sui due lati della Durand Line contro forze tecnologicamente più avanzate, e alimenta la convinzione che si possa vincere senza dover scendere a patti.

In uno scritto recentemente pubblicato dal Brookings Institution, l’analista Bruce Riedel ha accusato la debolezza dell’azione del Primo Ministro Nawaz Sharif nel combattere al-Qaeda, sostenendo che durante i suoi precedenti mandati negli anni Novanta, “il Frankenstein jihadista ha germogliato”. E’ possibile immaginare un incremento degli sforzi per contrastare la militanza estremista nel corso del 2014?

Più che di debolezza bisognerebbe parlare di collusione: al pari della Bhutto, nei suoi mandati (90-93 e 96-99) Nawaz Sharif ha sostenuto i talebani, alleandosi pragmaticamente con gruppi religiosi tradizionalisti quale il Jamiat Ulema-e-Islam, dal quale sono nati numerosi gruppi armati come il TTP. E’ sempre stato vicino agli ambienti della casa reale saudita, che finanzia dagli anni ’80 le versioni più tradizionaliste e anti-occidentali dell’Islam pakistano e afghano, e quando è stato al potere non ha intrapreso alcuna politica di difesa delle minoranze religiose, né abrogato le leggi più discriminatorie.

E’ probabile che Sharif prosegua la politica già perseguita negli anni ’90, e continuata dai governi successivi – una politica ambivalente, caratterizzata dal tentativo di usare la militanza estremista a fini di politica regionale e di ottenere al tempo stesso aiuto economico e militare occidentale. Non solo per il suo passato, di cui si è già detto, ma anche perché, come molti altri politici, ha una visione delle priorità nazionali che rimane ancorata al contrasto con l’India e all’uso dell’estremismo in funzione anti-indiana, visione che dagli anni 70 caratterizza la politica estera nazionale. I media occidentali hanno salutato le elezioni del 2013, le prime a segnare il passaggio da un governo eletto all’altro, come l’inizio di un processo di democratizzazione destinato a sfociare in un maggiore controllo da parte civile sulla politica regionale, per decenni dettata dalle Forze armate. In realtà, elite civili e militari sono il prodotto dello stesso ambiente culturale, che vede la competizione geostrategica con l’India come prioritaria.

Uno  sforzo di natura esclusivamente militare, in ogni caso, anche ammettendo che le autorità pakistane decidano di rinunciare a qualsiasi ambiguità, non può che continuare ad essere inefficace: innanzitutto, per la resistenza che l’intervento delle Forze armate provoca nelle agenzie tribali, tradizionalmente autonome e allergiche a ogni tentativo di controllo da parte delle autorità centrali; in secondo luogo, per la natura complessa della militanza estremista che trova rifugio in queste aree. Occorrerebbe adottare un approccio olistico volto ad affrontare le cause dell’insorgenza , agendo sul piano culturale e socio-economico, e in particolare su sanità e istruzione, riformando le istituzioni statali, in primis la polizia, priva di risorse adeguate e di sostegno politico. I gruppi estremisti , in Pakistan come altrove,  proliferano sfruttando l’incapacità dello stato di garantire sicurezza e fornire servizi di base alla popolazione. Ma tra le cause dell’insorgenza e della violenza settaria, vi è anche la pressione demografica, che accresce la competizione sulle risorse, le diseguaglianze sociali, visibili soprattutto in ambito urbano, le persistenti diseguaglianze etniche nell’apparato statale, che vede la preminenza dei punjabi su altri gruppi etnici, le carenze del sistema scolastico pubblico, e la tendenza dello stato ad affrontare problemi di natura politica e socio-economica con strumenti coercitivi che non fanno altro che alimentare l’alienazione dei gruppi più emarginati. Va qui ricordato che a fronte di spese consistenti per le forze armate, il Pakistan ha sempre speso pochissimo per sanità e istruzione, sia sotto governi militari sia sotto governi eletti democraticamente. Non è il sistema politico a fare la differenza, nonostante la nostra tendenza, in Occidente, a pensarlo come dirimente, né l’adozione di forme democratiche, in particolare, la soluzione a ogni male.

Uno dei principali limiti della politica condotta dal Governo pakistano nei confronti della militanza talebana sta probabilmente nell’aver alternato azioni militari per colpire i guerriglieri a tentativi di raggiungere accordi per una tregua, dando forma a strategie ambivalenti e incapaci di raggiungere gli scopi preposti. Concorda con questa lettura? Quali politiche avrebbero a suo parere produrre risultati migliori?

La politica inaugurata da Musharraf e confermata dai governi successivi, che combinava pressione militare e trattativa, non ha effettivamente dato alcun frutto.  Le concessioni, peraltro  scollegate da una chiara visione strategica, hanno indebolito le già fragili forze progressiste della società civile che operano nelle aree pashtun, confermando la distanza tra queste aree e il resto del Paese, e rafforzando la solidarietà tribale ed etnica che facilita il passaggio transfrontaliero di militanti, armi e narcotrafficanti. I legami tra criminalità comune, militanza locale di natura tradizionalista e rete qaedista sono infatti ormai profondi e ramificati, complice la corruzione della polizia locale, e impediscono qualsiasi riforma o progetto di sviluppo.

Il dialogo tra Stati Uniti e Pakistan è da tempo giunto a un punto di stallo, con un’opinione pubblica sempre più critica nei confronti della Drone policy e una classe politica pakistana ambigua e divisa. Quale evoluzione è possibile immaginare nei rapporti tra i due Paesi nel corso dei prossimi mesi?

Non prevedo a breve termine un cambiamento nei rapporti bilaterali: nei prossimi mesi gli Stati Uniti continueranno ad avere bisogno del Pakistan, Paese cruciale per quella che ai tempi di Bush jr. si chiamava la Guerra al terrorismo, e il Pakistan continuerà ad avere bisogno del sostegno militare ed economico statunitense, e al tempo stesso a usare la militanza estremista come strumento di pressione su Kabul e in funzione anti-indiana. Un’evoluzione è possibile a patto che le autorità pakistane rivedano le proprie politiche e priorità di politica estera, investendo nel dialogo con l’India, e a patto che l’India sia disponibile a mettere in discussione la propria posizione sul Kashmir e ad accettare una seria mediazione internazionale su questa questione così come su altre dispute territoriali che dividono da decenni New Delhi e Islamabad. Gli Stati Uniti possono fare molto in tal senso, operando a livello diplomatico.

 

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