martedì, Maggio 18

Pakistan: se istruirsi equivale a morire field_506ffbaa4a8d4

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E’ così tragicamente evidente il significato simbolico della strage degli scolari (e insegnanti) perpetrata da un commando di Taliban l’altro giorno a Peshawar, centro delle zone tribali in Pakistan, al confine con l’Afghanistan: 145 morti (di cui 136 fra bambini e docenti e 9 attentatori-killer) per distruggere l’emancipazione delle giovani generazioni da una religione che tiene il popolo nell’ignoranza, per schiacciarlo sotto il pugno di ferro del fondamentalismo. Fiumi di sangue sparsi per ribadire che l’ortodossia sta da una parte sola; il Dio è quello rappresentato dal fanatismo dei seguaci pronti a tutto.

Un copione che, nel corso della storia umana, è stato rappresentato un’infinità di volte, eternamente al fine di prevaricare, impadronirsi, sottomettere, disumanizzare, degradare l’altro.
Un elemento intangibile come il sapere viene identificato come ilnemicoda annientare; come un’arma pericolosa al pari di una pistola carica. Anzi, di più, se è in grado di scatenare una simile reazione selvaggia, belluina.
Dovrebbero rifletterci su anche gli italiani che, del tentativo di depauperare, dissacrare l’istruzione ne vedono soltanto l’apparenza, ovvero la facilitazione negli studi che, apparentemente, ne allarga la struttura democratica ed invece è la via maestra all’oligarchia non aristocratica (la peggiore!).

Certo, nessuno piomba nelle scuole italiane decimando scolaresche (non voglio cassandreggiare, ma dico: almeno per ora). Apparentemente. Ma, nei fatti, senza arrivare a soluzioni cruente, in qualche modo si sterilizzano i fruitori dell’istruzione, da un lato dandone a loro una versione all’acqua di rose, allargando così la zona  -parcheggio pre-occupazionale (sempre che l’occupazione venga, un giorno); dall’altro, tagliando le gambe al merito e, dunque, disincentivando a diventare competitivi nell’eccellenza culturale, piuttosto che confrontarsi per lo smartphone più tecnologico o la gara di boccali di birra sostenuti senza cadere ‘ciucchi’ stecchiti.
Di ciò che asserisco fa fede l’episodio, coperto come polvere sotto il tappeto, della frase partita dai banchi di M5S durante un intervento del Premier Matteo Renzi in Senato, incominciato con una commemorazione dell’atroce strage appena avvenuta in Pakistan.

Non credo che  Renzi sia come Giovanna d’Arco e senta le voci (fra le tante promesse, non ci ha mai detto che Dio è con lui!); sono più propensa a reputare che, data la formazione da bar Sport prevalente in quella forza politica, selezionata attraverso una specie di talent sui social, la frase sia scappata davvero a qualcheilluminatocol laticlavio (chiedo alla Redazione di inserire il link su questo vocabolo, che suppongo non faccia parte del corredo terminologico dei sunnominati).

Naturalmente, chi è ignorante, lo è anche nella presa in carico delle proprie responsabilità. Il bagaglio culturale, infatti, reca anche con sé, in simbiosi, la dotazione di senso della responsabilità. Anche di questo ‘articolo’ sembra però che, sul mercato, ce ne sia una imbarazzante penuria. Una penuria evidenziatasi allorché si è negato che ci sia stato da quei banchi chi abbia fatto partire la fatidica frase: «Pensa ai bambini italiani».
Non mi pare che ci siano iniziative specifiche dei senatori e dei deputati grillini che dimostrino un particolare impegno per i bambini, italiani o stranieri che siano. Se depuriamo il loro agire parlamentare da rissosità e teatralità a gogò, penso che ben poco rimanga.
Non mi sembra che si siano resi protagonisti di memorabili campagna tese ad assicurare una migliore fruizione dei diritti civili da parte dei cittadini; né di proposte di legge rivoluzionarie, volte a scardinare rendite di posizione o situazioni di privilegio. Fanno una caciara del diavolo, poi non si sanno comportare da forza politica unita. Oso pensare che potrebbero diventare, come serbatoio per le campagne acquisti di voti e trasmigrazione di eletti, una replica dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Ricordate? Fu da quel cilindro che Mr B. trasse il coniglio gigantesco Sergio De Gregorio.

Naturalmente, la superficialità culturale ormai pervasiva equivale anche a superficialità mnemonica. Solo persone dotate di ricordi immediatamente degradabili sono in grado di dimenticare fatti avvenuti appena pochi anni prima e che, in un Paese dotato di buon senso (termine sconosciuto ai tifosi di questa o quell’altra fazione politica), avrebbero portato ad ostracismo, relegatio in insulam e damnatio memoriae.
Se anche da noi fossero valse certe regole della democrazia greca e delle leggi romane, tanti sarebbero stati i corrotti, corruttori, traditori degli elettori che, per scontare i loro reati, sarebbero stati condannati ad un esilio in qualche isola… Mi sa che avremmo dovuto sgomberare la Sicilia, per ospitarli tutti.
Invece, fra mondo di sopra e mondo di mezzo (con tante persone – tunnel di comunicazione), siamo costretti a convivere con i Taliban del successo e del possedere, disposti a uccidere un intero Paese pur di svenarlo delle sue risorse e fare per sé e i loro ‘cari’ una vita lussuosa.

Ero partita da una moderna strage degli innocenti ed ora propugno una strage simbolica dei colpevoli. Ma noi, innocenti cittadini che assistiamo inermi ad un mondo che s’imbruttisce sempre più, in nome di una modernità costellata di vittime vere e virtuali, non sappiamo se ci sarà una scialuppa di salvataggio etica.
Non per scialare nei lussi  -ché, vi assicuro, anche la vita lussuosa è noiosissima: quanti nuovi vestiti, scarpe, borse, gioielli, case, viaggi perdigiorno si possono desiderare anestetizzando lo spirito, la voglia di compiere un viaggio dentro noi stessi e le persone che ci stanno a cuore?- ma per rendere la nostra vita degna di questo nome. L’avvicinarsi del Natale, col significato spirituale che esso ha e non per quello biecamente consumistico, accresce la mia riflessività… E’ questa l’agape (link, por favor) a cui vi invito, la sola davvero in grado di sfamare la nostra mente e la nostra anima.

 

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