mercoledì, ottobre 24

Pakistan: la mano dei militari dietro l’escalation islamista L'analisi di Francesca Marino, Direttore di Stringer Asia sui retroscena delle recenti violenze nel Paese

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Le dimissioni del Ministro della Giustizia pakistano Zahid Hamid aprono la strada alla fine delle manifestazioni che per settimane hanno messo a ferro e fuoco il Pakistan. Proteste guidate dagli uomini di Tehreek i-Labaik Ya Rasool Allah, organizzazione islamica fondamentalista nata nel 2015 dalla protesta contro l’esecuzione di Mumtaz Qadri, la guardia del corpo responsabile dell’uccisione del Governatore del Punjab Salmaan Taser. Il movimento si oppone a ogni forma di blasfemia e chiede a gran voce l’introduzione in Pakistan della sharia, la legge islamica nella sua interpretazione più intransigente.

La miccia origine degli scontri sono state proprio le dichiarazioni del Ministro Hamid, reo, secondo i manifestanti, di aver voluto ritoccare la formula di giuramento richiesta ai magistrati in maniera oltraggiosa per l’Islam, da quel momento la situazione è precipitata e il bilancio degli scontri è drammatico: sei morti, oltre 170 feriti e oltre 300 persone arrestate.

Tuttavia, i duri scontri di queste settimane sono qualcosa di più di una semplice manifestazione all’insegna del fondamentalismo islamico: dietro proteste come queste, capaci di mettere in scacco un Paese senza reazioni percepibili da parte delle autorità, vi è un preciso ruolo da parte dell’esercito pakistano. Esercito che non ha mai cessato di essere il vero centro di potere all’interno del Paese, nonostante i diversi Governi apparentemente democratici che si sono succeduti nel corso degli ultimi anni. La non opposizione, se non il vero e proprio assenso agli attuali scontri di piazza, ha consentito alle forze armate di Islamabad di far capire chiaramente chi comanda ancora in Pakistan.

Se da una parte le autorità di Governo pakistane vengono tirate per la giacca dalle alte sfere militari, dall’altra non manca la longa manus dele grandi potenze straniere sul Paese, dalla Cina, interessata a difendere a ogni costo i suoi interessi nella regione ribelle del Balochistan, all’Arabia Saudita, alla quale i gruppi islamisti pakistani sono legati a doppio filo. Infine, l’assordante indifferenza occidentale che permette al Pakistan di muoversi come un regime militare de facto, senza che vi sia nemmeno bisogno di un colpo di Stato vero. Sul ruolo dell’esercito pakistano nei recenti scontri nel Paese e sugli scenari aperti dalla vicenda abbiamo sentito Francesca Marino, Direttore del sito di webnews Stringer Asia e autrice del libro Apocalisse Pakistan. Anatomia del Paese più pericoloso del mondo.

 

Innanzitutto in cosa consiste e a cosa punta l’organizzazione islamista Tehreek i-Labaik?

Si tratta di una organizzazione di fondamentalisti islamici, composta da coloro che hanno gettato petali di rosa sull’assassino di Salmaan Taseer, l’ex Governatore del Punjab, ucciso perché difendeva Asia Bibi, una donna cristiana condannata per blasfemia. La protesta è iniziata a causa di una legge pakistana, approvata recentemente, con la quale si rivedeva la formula di giuramento utilizzata dai giudici eliminando un riferimento al profeta Maometto. Questo riferimento è stato reinserito dopo due giorni, ma ciò non è stato considerato sufficiente e gli estremisti di Tehreek i- Labaik sono scesi in piazza dando inizio agli scontri violenti a cui si è assistito.

Quali sono stati gli obiettivi della protesta di questa organizzazione e si può dire che alla luce delle dimissioni del Ministro della Giustizia Zahid Hamid siano stati raggiunti?

La protesta è terminata con il raggiungimento di tutti gli obiettivi che gli islamisti di Tehreek i- Labaik si erano prefissati: amnistia per coloro che erano stati arrestati durante lo scontro di sabato, pagamento da parte del Governo dei danni provocati da tre settimane di scontri e dimissioni del Ministro della Giustizia Hamid. In cambio loro, ‘magnanimamente’, non emetteranno una fatwa nei confronti del Ministro. In questa partita esce sconfitta la democrazia pakistana e risulta vincitrice l’organizzazione protagonista degli scontri.

Qual è stato il ruolo delle forze armate in questa vicenda?

La vittoria al termine della protesta non è solamente della formazione Tehreek i- Labaik ma anche di coloro che stanno dietro a tale organizzazione. Queste settimane di scontri lasciano infatti molti interrogativi senza risposta: ci si chiede come sia stato possibile che agli islamisti sia stato di fatto permesso per tre settimane di tenere sotto scacco la capitale senza che la polizia reagisse prima e chi abbia dato ai manifestanti i gas lacrimogeni e le maschere anti gas usati per fronteggiare la tardiva reazione della polizia. La risposta a tutti questi interrogativi è una sola: il ruolo dell’esercito pakistano. Quando il Governo ha chiamato l’esercito per intervenire a sedare la protesta, questo, che secondo la legge dovrebbe essere subordinato all’Esecutivo, ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di intervenire e ha invitato le due parti a discutere, equiparando così una massa di delinquenti di bassa lega ad un Governo democratico, nei limiti in cui si può parlare di democrazia in Pakistan. La decisione di non intervenire da parte dei militari si spiega con il fatto che gli islamisti di questa organizzazione sono agli ordini delle forze armate, non a caso il cosiddetto accordo firmato fra i manifestanti e le istituzioni porta la firma di Faiz Hameed un maggiore generale non solo dell’esercito ma anche dell’Isi, il servizio segreto pakistano. Non è mai accaduto che un alto funzionario dei servizi di sicurezza faccia da mediatore in partite come questa e firmi un documento di resa incondizionata a nome del Governo. L’Alta Corte di Islamabad, infatti, ha duramente criticato l’accordo considerandolo illegale, per quanto l’illegalità in Pakistan sia quantomeno opinabile. Le proteste di questi giorni erano certamente manovrate da qualcuno e quel qualcuno era l’esercito: quello che è avvenuto è stato un avvertimento dato dai militari al Governo e in particolare al partito dell’ex Primo Ministro Nawaz Sharif. Secondo gli ultimi sondaggi, infatti, se si dovesse votare oggi il partito di Sharif risulterebbe vincente, pertanto le forze armate hanno voluto inviare un messaggio per far capire ancora una volta chi comanda davvero in Pakistan nonostante le previsioni elettorali.

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