sabato, Maggio 15

Padri, figli, il potere e il conflitto di interessi

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Diciamoci la verità. La situazione politica in questi giorni ricorda quella dei ristoranti (gestiti da formichine cinesi) dove si mangia giapponese, e con euro 10,90, bevande escluse, ti puoi ingozzare. I pezzi grossi si comportano proprio come certi clienti di quei locali, arraffano e cercano di mettere calorie nel motore, anche a costo di farlo imballare.
Un padre di famiglia, posto di fronte allo spettacolo avvilente di questi giorni, viene travolto dalla tentazione di violare tutti i divieti possibili e immaginabili, tanto se lo fanno i capi possiamo farlo tutti.
Proprio questi striscianti sentimenti di ribellione e di rivalsa sono il risultato ultimo delle bravate di coloro che vanno in televisione a darci lezioni di educazione civica, a cominciare dal patetico giornalista che vende libri (i propri) e pensierini da bacio Perugina sulla televisione pubblica, dalla quale viene pagato per lavorare.

Il conflitto di interessi da noi è talmente pervasivo che bisogna fare un concorso per individuare le poche persone che ne sono immuni, la differenza è che qualcuno, oltre a esserne compromesso, ci guadagna pure su, propinandoci delle omelie quotidiane o settimanali.

Il saggio di Ulrich Beck, ‘La società del rischio. Verso una seconda modernità’, è uscito nel 1986. Tuttavia, in Italia è stato tradotto solo 14 anni dopo, esattamente nel 2000. I libri ci inseguono e sono ostinati. Così, per una fortunata coincidenza, quando avevo già avviato questo articolo, da un amico gentile mi sono state consegnate alcune parole del volume del sociologo tedesco. In questo caso, chirurgiche come una profezia, perché frugano nel presente, mettendone in luce verità scomode, pure essendo vecchie di 30 anni, «coloro che mettono a repentaglio il benessere pubblico e coloro che sono incaricati di proteggerlo potrebbero perfettamente coincidere». Una fotografia iperrealista.

Non sappiamo, francamente, dove mettere mano per confermare le affermazioni di Beck, scomparso appena un anno fa, perché, come succede ai clienti dei ristoranti di cui sopra, la mensa ci offre una sovrabbondanza di opzioni, e noi non sappiamo cosa scegliere.

Potremmo iniziare dalla vicenda che vede coinvolto il capo di Stato Maggiore della Marina, Giuseppe De Giorgi, ma non vogliamo neppure sfiorare il profilo pensale, già molto presidiato dall’informazione in questi giorni, in un’inchiesta che promette sviluppi dirompenti.
Qui i fatti ci interessano soprattutto per il loro profilo educativo e civile, per questo mi colpisce la posizione del figlio dell’Ammiraglio, Gabriele, stretto collaboratore di un Sottosegretario del Governo attuale. Mi chiedo cosa ci fa e come ci è arrivato in quelle stanze, ma soprattutto mi domando se è corretto che egli si trovi nei luoghi dove si decidono cose che riguardano la Marina Italiana, di cui il padre è il capo assoluto.
Una domanda con risposta incorporata, eppure nessuno percepisce più quella condizione che chiamiamo inopportunità, alla quale dovremmo conferire più valore della stessa trasgressione penale.

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