domenica, Settembre 19

Padri e uomini in mezzo al guado field_506ffb1d3dbe2

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Cara amica che hai tutte le ragioni, la sentenza mi suonava talmente proverbiale da tacerla. E però me ne fregai e la trascrissi: «Di mamma ce n’è una sola!» Ti viene da ridere? E allora ridi… Finito? Bene, perché immagino che questa medesima facezia, pronunziata per bocca di tuo figlio, ti farebbe uscire dei bei lacrimoni, o mi sbaglio? Di conseguenza mettiti il cuore in pace: anch’io, dapprincipio, sono stato un figlio.

Non faccio mica eccezione. Usciamo tutti dalle carni materne tra strepiti e singhiozzi, veniamo parcheggiati insieme ai nostri simili nella solitudine di angoscianti stanzoni d’ospedale dove sarebbe ovvio temere un qualche accadimento terrifico. Ogni tot ore veniamo prelevati da un’infermiera che, lungi dal farci rientrare nel ventre materno – che sarebbe la nostra sola aspettativa – ci posiziona su di esso in ragione del vecchio ricatto dei bassi istinti: sopravvivenza e nutrizione. Suggiamo, ruttiamo, dormiamo, piangiamo, suggiamo, ruttiamo, dormiamo, piangiamo, sug…. Per mesi e mesi la nostra esistenza si svolge come la copia-loop di un dvd piuttosto essenziale. I successivi sviluppi appaiono minimi. Essi consistono nel progressivo dilatarsi delle pause e, quel che è peggio, nel definirsi di una messa a fuoco del mondo che si risolve, nella maggior parte dei casi, nell’epifania di un altro essere umano: nostro padre.

Egli si appalesa ai nostri occhi appena snebbiati attraverso sembianze spaventose, con tanto di pancetta, peli e occhiali. Davvero un losco figuro. Che inoltre emette suoni insignificanti, da noi percepiti quali incomprensibili disturbi acustici. Sarebbe questo, papà? La domanda trapela dal nostro supplice sguardo rivolto alla madre, di poco in disparte, la quale non ha il coraggio di rispondere che sì, è proprio lui, ovvero l’incarnazione di un invasore, di un usurpatore. Un tipo che, lungi dal rassicurare le nostre giustificate ansie, lungi dall’assumere posture e atteggiamenti riservati che quanto meno leniscano il nostro impotente furore, si affanna nel presentarsi come elemento organico, funzionale e affettivo di un nucleo che, da binario, diventerebbe all’improvviso triangolare. Ciò facendo, egli si presenta come un dilettante della psiche infantile nel senso più letterale del termine: ci si diletta, ci gioca, ne fa carne di porco. Immemore del proprio trascorso.

Tu che sei madre, sai perfettamente che la vaga gioia della paternità lo ha precipitato nell’oblio. Dal primo vagito del pargoletto in poi, egli si presenta giubilante ad amici e parenti come uno che abbia vinto la lotteria, eppure in mano non reca nulla, e men che meno uno straccio di biglietto vincente. La voce dell’incoscienza gli ha suggerito di ripetere come un disco rotto che essere padre è «un’esperienza indescrivibile che ti cambia la vita… Non puoi capire!» Su questo ha ragione: sta pronunciando concetti incomprensibili. Non solo in base al fattore statistico (quell’esserino indifeso del quale va tessendo lodi sperticate, sedici anni dopo, potrebbe sterminare l’intera famiglia per poi finire assegnato ai servizi sociali…) ma anche in virtù di un’evidenza disarmante: che la sua vita non è mutata di una virgola bensì è a tal punto la medesima da impedirgli di cogliere la continuità tra il neonato e se stesso. Egli è la copia antropostatica del figlio appena concepito, eppure nasconde tale palmare certezza nell’illusione di uno sviluppo consapevole del ciclo vitale. Stupidaggini! Semmai il cerchio si stringe, semmai ora la morsa è duplice, tra madre e moglie, tra moglie e moglie, tra madre e madre. Nella scacchiera della vita, da quel pedoncino che era, è stato appena promosso ad alfiere, ovvero a pezzo inetto per definizione, perennemente mandato allo sbaraglio (il classico sacrificio dell’alfiere) per aprire varchi ai movimenti altrui. E la sua ambizione, ci credereste?… è quella di diventare Re. Re! Il che equivale al frusto destino del totem, intorno al quale se la spassano tutti. Un pezzo quasi immobile, spesso arroccato, talvolta maldestramente difeso e sempre escluso dai festeggiamenti e dalle gozzoviglie della vita vera. Uno al quale si dà scacco in almeno un paio di occasioni a partita, e se va bene lo si lascia lì, nel suo mesto isolamento, con un cavallo e un pedone a fargli da badanti. E se alla fine di tutto sopravvivrà, il merito sara ascritto alla Regina, perché lui, di quella scacchiera, era il peso morto, intorno al quale si era inscenata una simbolica tenzone.

«Cent’anni di psicoanalisi- celiava Hillmann- e il mondo va sempre peggio…» E ci credo! Che ci si può aspettare di meglio, se quei miti basilari che ci raccontavano non li abbiamo assorbiti quali scontatezze del nostro vivere? Se quei padri fibrillanti di gioia non sanno chi siano in realtà? Non c’è neanche bisogno di insultarlo. Egli non è esattamente un cretino, ma come minimo è uno in malafede o al massimo un illuso che confida nell’utopia della concordia famigliare. E perché mai la concordia famigliare dovrebbe avere origine proprio da lui? In questa presunzione risiedono la sua stoltezza e la sua irrimediabile impreparazione. Tant’è che si presenta al cospetto del povero bebé e gli fa le faccette; tant’è che, invece di far uso dell’arte della diplomazia, si esibisce in imitazioni stucchevoli. Ha tot anni, dovrebbe aver già intuito come vada il mondo e come se la cava in quella tortuosa circostanza? Facendo il verso dell’asinello o della gallina! Proprio così! Si affaccia a destra del pagliericcio e fa «hi-ho hi-ho», oppure «coccodè». Poco dopo si mortifica che il poppante non rida a crepapelle. Per caso il poppante ha mai visto un ciuco o un ovino in vita sua? No, per cui o si annoia o si spaventa a morte. Tutto fuorché divertirsi. Tutto fuorché compiacersi e pensare «ma che forza ‘sto papà!» Morale della favola: se non fosse gettato supino in una culla, se insomma potesse normalmente deambulare, il piccolo si precipiterebbe al telefono per chiamare, non già nonnino o nonnina, ma la Polizia, urlando alla cornetta: «Aiuto! Un malintenzionato con un ridicolo paperotto in mano si è introdotto in casa nostra! Fate presto!» Purtroppo non gli è concesso reagire. Purtroppo, stando supino in una culla, egli dovrà supinamente accettare una sequenza di atti che per lui apparterranno al medesimo disegno criminoso: quello del rapimento. La sua mamma, colei che un attimo prima pensava essere l’esclusivo oggetto di attenzioni dolcemente ricambiate, viene d’improvviso accarezzata, baciata e palpata- a seconda del grado di scolarità del barbuto- senza alcuna accortezza mediatoria, come fosse un fatto acquisito il portargliela via, magari approfittando del sonno che incombe e non tenendo conto di una circostanza assai crudele: che per la prima volta da quando è nato gli si prospetta una notte di abbandono, confinato in un abisso di terrore.

Sin qui, cara amica, si ruota intorno al perché non possiamo non dirci freudiani, salvo poi verificare sulla tua pelle il grado di consapevolezza dei tuoi uomini e in qualche occasione apertamente lamentartene: «Hai questo rapporto irrisolto con tua madre…» Eh? Sii sincera, ti sarai sorpresa a sfogarti con la solita amica compiacente, magari la più comoda del mucchio… Ma il rapporto madre-figlio è sempre irrisolto. T’innervosiva che non lo potessi risolvere tu? Che dopo la tua mamma non riuscissi a far fuori anche la suocera? Alla bisogna avresti dovuto assoldare un killer, ma il solo disponibile sulla piazza- in grado di assicurarti un lavoretto fatto bene- era il tuo compagno medesimo, al quale però, all’ultimo istante, è tremata la mano. O forse ha temuto che potessi ricattarlo, chissà… Sicché, venendoti a mancare parecchi argomenti, ti sei aggrappata al gancio più debole, commettendo il macroscopico errore di paragonarti a quell’incompiuta relazione morbosa. L’hai fatto da par tuo, e ci sei andata giù dura: «Una madre l’abbiamo avuta tutti!» Lo dicesti persino a me, offrendomi per così dire un assist a porta vuota. Appoggiare la palla in rete fu un gioco da ragazzi.

Feci abuso di argomentazioni scolastiche. E sottolineai che contare appena sei mesi non esime dal riconoscimento automatico della differenza sessuale, con il vantaggio che, come tutte le bimbe, avevi goduto del privilegio di giocare a carte scoperte. A papà che imitava il bufalo avevi dedicato un intimissimo sorriso. Dinanzi al tuo primo cenno seduttivo, il malcapitato era andato in brodo di giuggiole, già pronto ad aggiungere un terzo giogo (forse l’ultimo) alla sua rovinosa biografia sentimentale. Per parte mia, che altro mi era concesso se non strillare? E, ironia della sorte, era stato il bufalo a recitare il ruolo dell’incompreso: «Ma che ha ‘sto ragazzino? Perché è sempre così nervoso?» Vuoi mettere con le tue moine? Esse erano il prologo di una strategia volta a emarginare mammina. Di una strategia diretta e vincente, oltretutto, giacché l’oggetto del contendere era sempre lo stesso esitante personaggio, era sempre lui, l’Immolato. Quanto alla mia, già a definirla tattica le si faceva un complimento: era la disperata reazione di colui che era chiamato alla sconfitta. Col tempo, avrei potuto inasprire la contesa, d’accordo, ma con quali conseguenze? Al decimo urlo belluino mi avrebbero ammannito litrate di camomilla. In seguito, adolescente, avrei posto in essere quella grezza contestazione della figura paterna che in due sedute con una terapeuta dell’età evolutiva sarebbe stata ridotta a fase inevitabile.

Se nasci maschietto, non hai tutte queste alternative. A essere generosi ti si prospetta un bivio: la prima strada percorre un meccanismo classico: identificazione con l’aggressore. Si accetta la propria impotenza e s’impara a convivere con la propria inferiorità. Prima o poi il “nemico” sciabattante per casa tenterà di adescarti in una relazione di falsa complicità, ossia in quel fragile mondo degli uomini fatto di sport e tempo libero, mali comuni e mezzi gaudii, filmacci di fantascienza e miti sulla noltorietà, sul potere e sul denaro. E tu fingerai di accettare la proposta. Per un certo periodo padre e figlio cammineranno come un sol uomo, ovvero come la somma di due semideficienti, esiliando la donna padrona nel suo alveo solare, da cui comunque irradierà una benefica energia. Il risultato sarà che l’erede, fattosi adulto, si presenterà al mondo delle coetanee con una gran confusione nella testa. Da che parte sto? Perché la sensibilità femminile mi è tanto estranea? Come mai non riesco ad astrarmi dal mio piacere? È il gap di maturità, lo stesso che tanti genitori annotano a margine dei comportamenti filiali, stupendosi che mentre la cinquenne Sabina dimostra un aplomb da filosofo greco, il tredicenne Marco si agita in qualsiasi ambiente con la dimestichezza di un accanito collezionista di figuracce.

Mi viene impossibile scriverti senza pagare lo scotto della mia stessa intimità violata. Del resto una lettera è anch’essa una piccola impresa gratuita. E poi, suvvia, non è un prezzo talmente esorbitante confessarti ancora una volta che il “suggerimento” di Anna Freud non lo feci mio? Né indossai la divisa dell’invasore né divenni collaborazionista. Non fu una scelta, naturalmente, ma un barlume d’istinto a guidarmi lungo un terzo sentiero assai più impervio. Alcun cartello, inoltre, stava a indicarmi la destinazione finale del percorso, destinazione alla quale credo di esser giunto poco prima d’incominciare questa mia. Una viaggio durato cinquant’anni! Francamente speravo meno.

Mio padre non rifaceva il verso del bufalo. Aveva optato per l’imitazione del piroscafo all’atto di salpare. In molti film tale cupo suono di sirena è associato a fazzoletti sventolanti. Chi è al molo urla: «Torna presto!» Chi è sul ponte strilla: «Vienimi a trovare!» Parlano due lingue diverse. Come padre e figlio maschio. Il primo vorrebbe stare in Paradiso a dispetto dei santi. Il secondo sta vivendo un inferno. Fortuna volle che mamma non agitasse drappi bianchi singhiozzando, sicché la quotidiana scena dell’addio non fu, ai miei occhi, mai completata. Su quella scelta paterna, se vuoi abbastanza futurista, aveva probabilmente influito l’origine palermitana. Un’attenuante che a me risultava, oltre che generica, incomprensibile. Perché mi si piazzava a pochi centimetri dal mio naso con le due mani a tubo? Perché emetteva quell’assordante frastuono? Fosse come fosse, sarebbe stato il caso di approntare un sistema difensivo efficace; non appena in grado di esprimermi decentemente, avrei avviato una lunga trattativa. Condurla a buon fine per me significava partire per altri lidi, continuamente abbandonando tutto e tutti, in modo da proiettare la mente verso un remotissimo approdo, magari ove una donna mi attendesse a notte alta, e io la trovassi di schiena, riscaldata dai vapori del suo stesso corpo. Mi misi a inseguire questo meraviglioso desiderio di ritornare in un certo luogo della fantasia, senza render conto a nessuno di dove venissi, di cosa avessi pensato nel frattempo. Addormentarmi, finalmente, in uno stato di agognata armonia.

La libertà è un soffio che hai dentro, non un terreno di conquista. Ci si nasce, liberi. Ciò non toglie che tale dote occorra farla fruttare. E che la “trattativa” possa fallire. La diretta contestazione della figura paterna è l’espressione di un duplice fallimento: dell’inferiorità e della crescente dipendenza dalla madre. Pericoli dai quali, col tempo, è bene affrancarsi, magari affidandosi a grandi intuizioni. Come quando leggemmo insieme, ricorderai, il passo 96 dell’Oracolo manuale… «La grande intuizione è il trono della ragione, la base della prudenza, e grazie a essa si fatica poco a riuscir bene. È un dono del cielo, e il più desiderato perché è il primo e il migliore. È la parte principale dell’intera armatura, a tal punto che nessun’altra che manchi a un uomo lo fa qualificare dappoco; ma la mancanza di essa si nota subito. Tutte le azioni della vita dipendono dal suo influsso, e tutte cercano d’esser da lei qualificate, perché tutto deve obbedire all’intelletto. Consiste in una connaturata propensione a tutto ciò che è più conforme a ragione, giacché essa si sposa sempre con le cose meglio riuscite.”

Era vent’anni fa, carissima, era un tiepido lunedì sera. Ci sembrava di avere in pugno il mondo, e non erano le solite mosche.

 

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