mercoledì, Ottobre 20

Padoan, l’OCSE e via XX settembre field_506ffb1d3dbe2

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Padoan ministro

A inizio febbraio l’OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development, più nota in Italia come OCSE) ha pubblicato un articolato documento incentrato sull’Area Euro dal titolo ʻEconomic challenges and policy recommendations for the Euro Areaʼ. In esso vengono elencate la riforme che i Paesi dell’area dovrebbero mettere in cantiere per migliorare le prospettive di crescita economica e quali saranno gli ostacoli che incontreranno nel raggiungere la ripresa. Questo documento lo si può considerare un vademecum utile per superare la frustrante condizione di recessione-stagnazione in cui è immersa l’Area Euro da alcuni anni.

Ovviamente, il documento oltre a tracciare le possibili linee guida per l’Area nel suo insieme, analizza la situazione dei singoli stati membri, indicando per ogni nazione quali dovrebbero essere le riforme utili a rilanciare l’economia. Ne consegue che è possibile scorrere la pubblicazione concentrandosi sui consigli che l’OCSE propone all’Italia. L’insieme di tutti i suggerimenti può diventare una guida per il programma economico del nuovo Governo presieduto da Matteo Renzi. Proprio con quest’ottica verranno di seguito elencati e discussi i punti chiave che riguardano l’Italia presenti in questo documento. Ne verrà fuori un elenco di priorità che, seppur declinate in base alle preferenze politiche, dovrebbero essere inserite nel programma del nuovo governo.

L’OCSE apre la sua analisi affermando che i semi della ripresa nell’Area Euro stanno germogliando. Gli sforzi per migliorare i saldi di finanza pubblica e per costruire una vera unione monetaria daranno vigore alla ripresa. Però, affermano gli economisti dell’OCSE, sono necessarie ampie riforme strutturali per rafforzare la produttività del lavoro, favorire lo sviluppo imprenditoriale e dare slancio alla creazione di posti di lavoro. Considerando tutte le possibili riforme l’OCSE afferma che se venissero messe in pratica darebbero uno slancio del 6% alla produzione complessiva dell’Area Euro. Un valore non trascurabile.

L’Italia viene immediatamente citata nel documento sottolineando che essa appartiene al gruppo dei Paesi con un elevato debito pubblico (in base al rapporto debito/Pil la classifica è la seguente: Grecia al 172%, Italia al 133%, Portogallo al 129% e Irlanda al 125%). Questi Paesi, più di altri, devono porre attenzione alle finanze pubbliche per riuscire a ridurre il debito. L’aver ricordato in avvio questo problema evidenzia il vincolo all’interno del quale dovrà muoversi il Governo italiano: stimolare l’economia o con riforme a costo zero o indirizzando le poche risorse disponibili verso pochi fondamentali obiettivi.

Un primo aspetto cruciale che viene evidenziato riguarda il settore dei servizi. L’OCSE, sottolineando che anche i Paesi attualmente più dinamici devono attuare riforme, ricorda che nel settore dei servizi la nazioni con le più alte barriere alla concorrenza sono Spagna, Italia, Francia e Germania. Su questo punto in Italia si è a lungo cercato di intervenire, ma la forza delle lobbies ha sempre frenato le riforme. Basti vedere quanto complicato è stato nel corso degli ultimi anni approvare riforme su alcuni servizi (si ricordi a titolo di esempio la vicenda delle licenze dei taxi) o sugli ordini professionali (che più volte si è tentato di abolire con scarsi risultati). Questo obiettivo dovrebbe rientrare di diritto nel programma economico del Governo.

Si scende poi un po’ più nei dettagli. Dall’analisi delle grandezze nazionali emerge per l’Italia uno scenario non particolarmente negativo per quel che riguarda i conti con l’estero e le finanze pubbliche. La bilancia commerciale italiana è stata abbastanza in equilibrio (se si considera che l’Italia importa tutte le materie prime) ed è attualmente in leggero surplus. Nel corso degli ultimi due anni, il crollo dei consumi ha fatto calare l’import e ciò ha riportato in attivo i conti con l’estero. Quindi, da questo punto di vista un buon Governo dovrebbe concentrarsi solo nel facilitare la presenza all’estero delle imprese italiane. Non è necessario intervenire per ristabilire un equilibrio nelle relazioni con l’estero. Aspetto, invece, importante in altre nazioni.

Appare piuttosto buona anche la situazione dei conti pubblici. Secondo i calcoli dell’OCSE l’Italia non ha bisogno di ulteriori aggiustamenti di bilancio nei prossimi anni per centrare i vincoli sottoscritti a livello europeo. Come si evince dalla figura 1, che riprende la figura 10 del documento dell’OCSE, l’Italia è nel gruppo di Paesi virtuosi, che non ha bisogno di ulteriori aggiustamenti fiscali nel medio termine a differenza, ad esempio, di Francia, Spagna Portogallo e Grecia che dovranno correggere i conti di un ammontare superiore al 2% del Pil. La seconda parte della figura, però, mostra quanto dovrà essere elevato nel corso dei prossimi anni il surplus primario di bilancio per continuare a rispettare le regole europee e per far scendere il rapporto debito/Pil. Questa è la vera sfida che ha di fronte il prossimo Governo (così come tutti i Governi che verranno…): l’Italia ha la necessità di mantenere un surplus primario quasi del 6% del Pil per assicurare il rispetto dei vincoli europei. Solo la Grecia sarà chiamata a fare meglio dell’Italia. Questo ambizioso obiettivo è conseguenza dell’elevato debito pubblico, che sottrae annualmente ingenti risorse al bilancio statale. Quindi, è pur vero che le finanze pubbliche italiane sono considerato virtuose, ma questa condizione dovrà essere garantita ancora per molti anni conseguendo ingenti avanzi primari. Non sarà possibile, a meno di revisioni degli accordi europei, stimolare l’economia incrementando la spesa pubblica.

In merito al consolidamento delle finanze pubbliche, l’OCSE fornisce qualche consiglio agli Stati. È interessante notare che l’Italia non è inclusa tra le nazioni che possono-devono aumentare l’efficienza nella sanità, ma è inclusa nei Paesi che possono migliorare l’efficienza della spesa nell’istruzione primaria e secondaria. Questa può essere un’utile indicazione per capire su quali settori intervenire con più attenzione nell’operazione di spending review.

Al contempo, l’OCSE raccomanda all’Italia di fare attenzione alla struttura della tassazione poiché alcune agevolazioni fiscali vanno a beneficio di chi ha redditi elevati creando distorsioni per quel che riguarda gli investimenti e la crescita. Sarebbe opportuno rimodulare a favore dei meno abbienti le agevolazioni per la sanità, i figli, l’istruzione e le abitazioni.

Un capitolo è interamente dedicato all’occupazione e alle riforme strutturali. In questa sezione si trovano ulteriori spunti di riflessione che riguardano l’Italia. Vengono elencate sia le riforme già portate a termine sia quelle che sono considerate prioritarie per i governi nazionali. L’Italia è menzionata tra i Paesi che hanno ridotto le barriere alla competizione nel mercato produttivo, che hanno modificato la struttura dell’intervento a favore dei disoccupati, che hanno ridotto la protezione del lavoro (si consideri che l’OCSE, come buona parte delle istituzioni internazionali, ha una visione tendenzialmente liberale dell’economia e con quest’ottica devono essere analizzati i suoi suggerimenti), che hanno migliorato la struttura della tassazione, che hanno ridotto il peso medio delle tasse sul lavoro e che hanno rafforzato l’istruzione di secondo livello. Quindi, a livello internazionale danno merito all’Italia di aver portato a termine un po’ di lavoro, ma non si può affermare che le varie riforme abbiano eliminato tutti i problemi esistenti.

Proprio per questo motivo, vengono sottolineate anche le priorità che i governi devono ancora portare a termine. Riforme strutturali per migliorare ulteriormente la competitività dei sistemi economici europei. Uno degli obiettivi da raggiungere nell’area euro attraverso queste riforme è quello di ridurre l’aumento della disoccupazione nel corso delle recessioni ed evitare che l’alta disoccupazione si trasformi da un fenomeno ciclico in una situazione strutturale. Per quel che riguarda l’Italia, l’OCSE menziona gli obiettivi che nel 2013 erano diventati di rilevante importanza a livello governativo e che il nuovo governo dovrà portare a termine: la riduzione delle barriere alla competizione; l’incremento della partecipazione del settore privato all’attività economica; la riforma del sistema di protezione del lavoro; la riduzione della tassazione sul lavoro; la riforma del sistema fiscale spostando la tassazione verso forme indirette; il miglioramento di tutto il sistema dell’istruzione.

Tra questi obiettivi, scorrendo il documento e osservando i grafici proposti dall’OCSE, la riduzione del costo del lavoro appare essere la priorità assoluta. Le figure 2 e 3 riportano un paio di indicatori interessanti per capire la situazione italiana. Nella figura 2 l’OCSE rappresenta l’andamento del costo del lavoro unitario in alcune nazioni europee in rapporto al costo del lavoro dell’area euro. Quando il valore cresce significa che il costo del lavoro in una nazione cresce più che nell’area euro, provocando una perdita di competitività. Nella figura 3 viene rappresentato il cuneo fiscale nelle nazioni OCSE. Si nota in modo chiaro che in Italia vi è una stretta relazione tra costo del lavoro e tassazione del lavoro. Infatti, in un grafico si osserva quanto è cresciuto il costo del lavoro rispetto alla media dell’area euro e rispetto alle nazioni nostre concorrenti all’interno dell’area. Nell’altro grafico si nota la posizione di coda dell’Italia per quel che riguarda il livello del cuneo fiscale.

Quindi, costo del lavoro e cuneo fiscale sono le vere priorità per il nuovo governo. Poiché gli stipendi medi dei lavoratori italiani non sono elevati, è la tassazione che fa aumentare il costo globale del lavoro e fa perdere competitività al sistema produttivo. Sarebbe quindi opportuno destinare in via prioritaria tutti i risparmi di spesa e buona parte della futura riduzione del carico fiscale esclusivamente al calo del cuneo fiscale. Così facendo si riduce, ovviamente, anche il costo del lavoro.

Inoltre, come ricordato in precedente articolo che analizzava uno studio di Confindustria, la riduzione del cuneo fiscale, oltre a favorire il mercato interno, poiché stimola la domanda di lavoro e fa aumentare i salari, rende più competitive le imprese italiane all’estero perché, riducendone i costi, permette loro di competere sui mercati internazionali anche utilizzando la leva dei prezzi.

Purtroppo fino ad ora l’obiettivo della riduzione del cuneo fiscale è stato al centro delle attenzioni politiche, ma senza stanziamento di risorse. Si conosce il problema, ma non lo si affronta. Solo nel 2007 il Governo presieduto dal Primo Ministro Romano Prodi intervenne sul cuneo fiscale riducendolo del 5% (3% a favore delle imprese e 2% a favore dei lavoratori). Da allora non si è fatto più nulla, se non parlare del problema. Quindi, fa bene l’OCSE a richiamare l’attenzione sul cuneo fiscale evidenziando la necessità di ridurlo per rilanciare la competitività dell’Italia.

Per questo motivo si spera che il neo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che ha lasciato il ruolo di Capo Economista dell’OCSE proprio per assumere la nuova carica istituzionale, nell’operare da ministro abbia buona memoria di ciò che la sua istituzione ha suggerito all’Italia per favorire lo sviluppo economico. Non dovrà disperdere le risorse in interventi marginali dettati dalla politica. Sarà suo compito destinare le risorse finanziarie soprattutto alla riduzione del cuneo fiscale.

 

Figura 1: Aggiustamento di bilancio necessario per il conseguimento degli obiettivi su deficit e debito previsti dalle regole europee e livello del surplus primario compatibile con il raggiungimento di tali obiettivi

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Fonte: OECD

 

Figura 2: Rapporto tra costo del lavoro unitario nazionale e quello dell’area euro.

 Padoan forte due

Fonte: OECD

 

Figura 3: Cuneo fiscale

 Padoan forte tre

Fonte: OECD

 

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