giovedì, Ottobre 21

Pace in Siria, quali speranze?

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Una vittoria del regime alawita e del suo protettore sciita, l’Iran, sarebbe un boccone amaro per Riad, che nel dopo-Primavera araba ha esasperato un durissimo (e risalente nel tempo) scontro con Teheran per l’egemonia regionale, che si riverbera in una molteplicità di Paesi dell’area (Yemen, Iraq, Libano, Bahrein soprattutto) e che finora ha visto il fronte sunnita guidato dall’Arabia Saudita sconfitto o comunque in grave difficoltà. Ancora più difficile sarebbe la posizione di Ankara. Dopo essersi impegnata pubblicamente, a livello politico e militare, per abbattere Assad e sostenere i ribelli sunniti dovrebbe incassare la sconfitta, ma non solo. La questione curda diverrebbe esplosiva. Appoggiati dagli Stati Uniti come fanteria contro lo Stato Islamico, i curdi siriani del Pyd hanno quasi unificato i loro territori (Rojava). Sedendo al tavolo negoziale dalla parte dei vincitori potrebbero ottenere l’autonomia dei propri territori da Damasco, se non l’indipendenza qualora si avverasse il caso di una suddivisione del Paese. La Turchia, che considera il Pyd come un ramo del Pkk – partito marxista curdo-turco, inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche –, si troverebbe a condividere centinaia di chilometri di confine con un’entità territoriale governata dai suoi più acerrimi nemici.

“Dovendo azzardare un pronostico sulle chance di successo di questa tregua direi 50 e 50”, dice Claudio Neri, direttore dell’Istituto Italiano di Studi Strategici. “Quello che potrebbe far digerire a Riad e Ankara un simile accordo è la consapevolezza che più passa il tempo più la loro posizione – e quella dei ribelli sunniti da loro sostenuti – si indebolisce. Meglio chiudere ora, che ancora hanno un qualche capitale da spendere al tavolo negoziale, che non tra un anno o più, quando la superiorità bellica russa avrà ancor più indebolito i ribelli”. Quanto agli interessi turchi e sauditi che verrebbero lesi, in caso di successo dell’accordo, “credo che a Riad lo reputino il male minore, anche considerato che sono in grave difficoltà nella guerra coi ribelli sciiti in Yemen e, in generale, a livello economico, prosegue Neri. “Per quanto riguarda la Turchia invece bisogna considerare che, pur non potendo escludere dal novero delle possibilità un intervento armato convenzionale in Siria – che però porterebbe a un pericolosissimo confronto diretto con la Russia –, tanto più dura questa guerra tanto più Mosca avrà modo di rafforzare la propria presenza nell’area. Mi spiego meglio: l’intervento russo iniziato a settembre non è stato fatto solo per difendere Assad, come si pensava in principio. I russi hanno installato in Siria – a Latakia, Tartus e altrove – delle postazioni militari che potrebbero cambiare gli equilibri strategici del Medio Oriente nel lungo periodo. Ankara, considerata anche la freddezza dell’alleato americano in questa fase, potrebbe quasi considerare il male minore la nascita di un’entità curda – eventualità contro cui combatte da quasi un secolo – rispetto a un ulteriore rafforzamento ai propri confini della Russia, un nemico contro cui i turchi combattono da mezzo millennio”.

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