domenica, Maggio 9

Pace in Siria, quali speranze?

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In Siria la tregua iniziata il 27 febbraio è già stata violata una cinquantina di volte, secondo quanto riportato dal Syrian Network for Human Rights (SNHR), soprattutto ad opera del governo di Bashar al Assad e della Russia. Questo calcolo – tacciato di faziosità da alcuni osservatori e comunque in costante evoluzione – è estremamente difficile da fare considerata la situazione: sono ammessi infatti raid contro l’Isis e contro il ramo siriano di Al Qaeda, Jabhat al Nousra. Quest’ultima formazione è tuttavia intersecata, talvolta in modo inestricabile, con altri gruppi ribelli siriani considerati ‘moderati’ o comunque inclusi nella tregua dall’Occidente. Quando i raid russi o lealisti colpiscono in quest’area grigia, considerarli una violazione o meno della tregua dipende spesso dal punto di vista dell’osservatore. Il Segretario di Stato americano John Kerry ha comunque promesso indagini (congiunte con Mosca e condotte in segreto) su tali supposte violazioni, al netto delle quali – per ora – la tregua sembra reggere nel complesso. Diverse aree del Paese, provate da mesi o anni di assedio, stanno cominciando a ricevere i primi aiuti umanitari delle Nazioni Unite e si prevede di raggiungere 150 mila siriani nei prossimi cinque giorni, 1,7 milioni entro fine mese. Le ostilità, pur non scomparendo del tutto, hanno per ora registrato un calo significativo.

Ma quanto visto finora non basta ancora per suscitare grandi speranze per la pace. L’inviato speciale dell’Onu per la Siria, Staffan De Mistura, ha fissato la ripresa dei negoziati per il 9 marzo: sarà infatti la prima settimana del mese a dire se le violazioni della tregua conosceranno un’escalation fino a distruggerla, oppure se ci sarà una base sufficientemente solida per riaprire il canale diplomatico. Nella prima ipotesi è prevedibile un ritorno alla situazione preesistente, con il regime – oramai in posizione di vantaggio tattico – che dà la precedenza all’eliminazione delle sacche ribelli presenti nel Paese rispetto alla guerra contro lo Stato Islamico, supportato da Russia, Iran e a numerose milizie sciite; con i ribelli sulle difensive, frazionati al loro interno, più difficilmente raggiungibili dagli aiuti turchi, e ora attaccati – oltre che dall’Isis, dal regime e dai suoi alleati – anche dai curdi siriani che stanno cercando di unificare i loro cantoni nel nord della Siria; e con la Turchia che appunto cerca di sostenere i ribelli turcomanni a lei fedeli contro Assad e contro i curdi. Un pantano in cui tanti attori regionali (Iran, Turchia e Arabia Saudita soprattutto), locali (la dittatura baathista, milizie sciite, gruppi jihadisti sunniti, lo Stato Islamico, i ribelli, i curdi siriani etc.) e internazionali (Russia e Usa in particolar modo) si scontrano con geometrie variabili e in costante cambiamento, senza che sia visibile la prospettiva di una soluzione.

La seconda ipotesi – considerata da molti analisti, anche in ambito Cia e Pentagono, come minoritaria – potrebbe condurre a una significativa evoluzione del quadro strategico in Siria, forse anche alla pace secondo alcuni osservatori, ma a un caro prezzo. La dittatura, con o senza Assad, rimarrebbe al potere e controllerebbe un territorio dove risiedono circa i due terzi della popolazione siriana. I ribelli verrebbero divisi tra ‘moderati’ – circa un quinto del totale dei combattenti – a cui potrebbero essere garantite significative contropartite al tavolo negoziale, e ‘terroristi’, che verrebbero progressivamente eliminati. Non si può escludere che lo Stato siriano finisca diviso in più parti. A Mosca e Teheran (i veri vincitori della partita) sarebbe comunque garantita la salvaguardia dei loro interessi. Ma ipotizzando uno scenario del genere, considerata la natura di proxy war e non solo del conflitto siriano, emergono non pochi problemi. Non solo, infatti, gli Stati Uniti dovrebbero acconciarsi a riconoscere la vittoria – de facto – della Russia, dell’Iran e del regime siriano, ma un simile risultato dovrebbero digerirlo i suoi alleati della regione, Saud e Turchia.

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