martedì, Ottobre 26

P2 e altre bufale Celebri cospirazioni sono false, sostiene Massimo Teodori in 'Complotto!'

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Massimo Teodori p2 complotto

«Gallicismo che cade spesso dalla penna dei giornalisti», scriveva Ottorino Pianigiani nel suo Vocabolario etimologico a proposito di ‘complotto‘. Era un secolo fa. Il termine è caduto ancora copioso in età repubblicana, per vicende come il Piano Solo, il Golpe Borghese, il Golpe bianco, il rapimento Moro, la loggia massonica P2 di Licio Gelli, i problemi politici e giudiziari di Silvio Berlusconi, e la nomina di Mario Monti a presidente del Consiglio. Un uso a sproposito per mistificare la realtà, secondo lo storico Massimo Teodori in ‘Complotto! Come i politici ci ingannano’, scritto con il giornalista di Radio radicale Massimo Bordin e in uscita in libreria. Teodori, deputato radicale dal 1979 al 1992, ha fatto anche parte delle Commissioni parlamentari sul caso Sindona, sulla P2, sulla mafia e su stragi e terrorismo.

In base alla mole di documenti consultati come studioso e commissario, lo storico ritiene infondate le teorie della cospirazione su alcuni capitoli importanti della storia d’Italia, come quelli che abbiamo citato in apertura. Nel libro argomenta la sua tesi evento per evento, dalla nomina di Monti ai «complotti immaginari» Piano Solo, Golpe Borghese e Golpe bianco, dalla loggia P2 (non centro di cospirazioni eversive ma «strumento dei maggiori partiti della prima Repubblica per combinare affari illegittimi nell’ombra») fino al ruolo della mafia nello sbarco alleato in Sicilia. Il capitolo conclusivo è di Bordin e riguarda il processo sulla trattativa Stato-mafia; questo, secondo il giornalista, usa schemi logico-interpretativi da teoria del complotto nell’ipotesi di mandanti politici degli omicidi Falcone e Borsellino.

Teodori sostiene che nelle vicende da lui rievocate non ci sono trame e poteri occulti, e neppure esiste un unico disegno eversivo lungo decenni e iniziato con lo sbarco americano in Sicilia (la teoria del ‘doppio Stato’). Ci sono invece politici di ogni colore che «agitano il fantasma del complottismo per dissimulare le loro incapacità» o magistrati che vanno oltre la ricerca delle responsabilità individuali. Per ‘complottismo’ lo storico intende l’invenzione di cospirazioni immaginarie per nascondere la realtà e le responsabilità individuali. Un comportamento che, emerge dalla «controstoria anticomplottistica» narrata nel libro, affligge l’Italia da tutta la sua vita repubblicana, fino ai giorni nostri. Ieri erano soprattutto il Partito comunista e la Democrazia cristiana, oggi soprattutto i berlusconiani e il Movimento 5 Stelle.

Nella prima Repubblica, scrive lo storico, usava il complottismo «la parte più antiquata della sinistra, devota al tormentone della reazione in agguato», che era ossessionata dall’idea di una congiura ordita dagli Stati Uniti e sfruttava teorie complottistiche «per giustificare gli errori politici e le insufficienze teoriche del Partito comunista»; la Democrazia cristiana, per parte sua, usava lo spauracchio dell’eversione di destra e di sinistra per mantenere stabile il proprio potere. Nella seconda Repubblica invece, afferma lo storico, soprattutto Berlusconi e i suoi hanno fatto uso del complottismo, ma oggi anche i membri del Movimento 5 Stelle «annaspano tra i complotti di cui accusano mezzo mondo e le accuse loro rivolte di essere agenti di cospirazioni internazionali». Di questo decennale groviglio di allarmi e accuse abbiamo parlato con lo studioso.

 

Professor Teodori, lei scrive che si ricorre al semplicismo del complotto per scaricare su altri le proprie insufficienze, ed è un comportamento che ritiene trasversale, dal Pci degli anni ’60 fino al Berlusconi di oggi che definisce “colpo di Stato” la propria condanna nel processo Mediaset. Che prezzo ha pagato l’Italia per questa tendenza dei suoi politici?

Il complottismo è la conseguenza della cattiva politica. Ricorre al complotto chi rifiuta di analizzare la realtà politica del momento e cerca una semplificazione con la quale scaricare su presunti nemici la colpa di qualche insuccesso. Evocare la cospirazione è tradizionalmente il mezzo con cui si rifugge dalla realtà e dall’analisi accurata degli eventi.

Berlusconi e i suoi sono stati i politici più complottisti della seconda Repubblica, lei afferma nel libro. È ancora così, oggi?

Premettiamo che nella prima Repubblica il complottismo fu l’arma della peggiore sinistra, quella che io definisco ‘complottomane’, che sempre addossò le sue insufficienze e i suoi insuccessi a trame e complotti. Nella seconda Repubblica devo constatare che questa tendenza della sinistra più rozza è continuata, come dimostra tutta la teoria del ‘doppio Stato’ riguardo ai misteri d’Italia. Anche Berlusconi e il berlusconismo, tuttavia, hanno evocato il complotto per giustificare i propri insuccessi e le proprie insufficienze; pensiamo alle accuse mosse di volta in volta ai vari alleati di un tempo che hanno rescisso le proprie responsabilità, cioè Fini, Casini e Follini, o al ‘complotto dei magistrati’. Riguardo a questo, ci può essere stato accanimento di alcune procure su Berlusconi e i giudici possono aver aperto più procedimenti del necessario contro di lui ma l’insuccesso della sua politica, che avrebbe dovuto essere liberale e moderata, non può essere riversato sulla magistratura.

Ai magistrati che dovevano giudicare sul suo affidamento ai servizi sociali Berlusconi ha detto che le sue accuse ai giudici sono in realtà semplice propaganda, non attacchi diretti alle loro persone. Che ne pensa?

Il compito degli osservatori non è analizzare se i politici di primo piano credono in ciò che dicono oppure no, ma notare quali strumenti usano nel discorso pubblico e nella propaganda. Da questo punto di vista Berlusconi fa sempre più ricorso al complottismo, e negli ultimi tempi è arrivato addirittura ad attribuire responsabilità al presidente della Repubblica, accusa del tutto irrealistica.

Del Movimento 5 Stelle lei scrive che sono sia complottisti sia vittime del fenomeno.

Il gruppo di Beppe Grillo fa ricorso al complottismo spessissimo, per il suo carattere di movimento fuori dal sistema, e Casaleggio usa tutti i mezzi tipici del complottomane. Molti, però, ritengono che Grillo sia egli stesso uno strumento di qualche cospirazione per affossare il Paese; non a caso ho intitolo il capitolo su di loro nel mio libro ‘Grillo & Casaleggio. Carnefici e vittime’.

In quanto al Partito democratico?

In quello schieramento si insiste con la favola che i progetti di riforma costituzionale degli ultimi trent’anni sarebbero quelli della P2. A parte che quanto messo in circolazione da Gelli, volontariamente, consisteva in quattro stracci di idee già circolanti nel dibattito costituzionale, è una fantasia continuare a invocare la P2 come hanno fatto la sinistra più radicale, certi costituzionalisti e persino Grillo. La P2 ha avuto il suo peso in Italia negli anni ’70, poi sono comparsi altri clan e consorterie.

E il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che impressione le ha fatto nei suoi primi tre mesi a Palazzo Chigi? Lo inserirebbe fra i complottisti oppure no?

Renzi usa la retorica del ‘Se non mi fate fare le cose vado via’ come arma di pressione, e dire ‘O si fa così o me ne vado’ non mi sembra un metodo consono alla carica.

Quali ritiene siano i complotti principali sulla scena politica, oggi?

Per esempio c’è quello evocato da Friedman (Alan Friedman, giornalista statunitense, nda), in un suo recente libro, a proposito della nomina di Mario Monti a presidente del Consiglio al posto di Berlusconi: sarebbe stata il frutto di una cospirazione ordita dal presidente della Repubblica con il sostegno delle forze oscure della finanza massonica europea. Questa è un’altra leggenda, sappiamo tutti benissimo che Monti fu chiamato mentre il governo Berlusconi faceva acqua da tutte le parti e i conti pubblici erano sull’orlo del baratro. La si ripete ancora, tuttavia.

Il complottismo ha danneggiato anche chi lo ha impiegato?

No, ciò che fa questo strumento su chi lo usa è rivelarne la pochezza. Chi usa il complottismo per spiegare determinate realtà è incapace di analizzare i fatti.

Il fenomeno è evoluto nel tempo o le sue caratteristiche sono rimaste le stesse?

Il fenomeno non è uguale nel tempo, nello spazio e nelle persone: è un’abitudine che, lo ribadisco, denota una pochezza degli attori politici che ne fanno ricorso. Soprattutto in momenti di crisi come quello attuale ricorrere a spiegazioni semplicistiche per scaricare insuccessi e responsabilità su qualcosa di oscuro è il modo peggiore di agire.

Il complottismo è una malattia che corrompe la politica italiana, lei scrive. Anche i giornalisti la veicolano?

Il complotto piace al pubblico e fa vendere giornali e libri.

Lei scrive che anche i magistrati hanno usato il complotto per distorcere la storia d’Italia e che i giudici delle indagini ‘P3’ e ‘P4’ hanno usato quei nomi solo per attirare l’attenzione. Quali comportamenti della magistratura alimentano il complottismo e che cosa li motiva?

Anche in questo caso il problema è che non ci si attiene ai fatti reali, ed è già accaduto in passato. P3, P4, magari domani P5… La magistratura deve perseguire reati specifici, non grandi trame e complotti dai confini oscuri. Non è quello il suo mestiere.

Sia la prima sia la seconda Repubblica sono state affette dal complottismo, in base a quanto lei racconta. Lo sarà anche la terza?

Speriamo di no.

 

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