sabato, Settembre 18

Otto marzo a marcia indietro field_506ffb1d3dbe2

0

mimose 

 

Scritto nottambulo per un articolo che varrà anche per il fatidico 8 marzo, in cui ci autoprendiamo per i fondelli a botte di mimose e cene only for women.

Giornata in cui ci illudiamo che abbiamo fatto dei grandi passi in avanti rispetto ad un mitico ‘quando si stava peggio’, ma ci troviamo di fronte al quotidiano che ci sbatte in faccia che non stiamo certo meglio, ma che ci arrabattiamo fra mille parti in commedia, oltre che per:  «tenere  pulita la casa, ilmarito, ifigli, ilcane, ilgatto, ilcanarino (perchicel’ha), cucire, cucinare, andare a lavorare accudire i genitori anziani nostri e del compagno della nostra vita, fare il genitore due per lascuola (che è poi sempre quello dicorvée) e magari fare un minimo di vita sociale, perché non si può stare chiusi in casa come porcospini».

Avrei voluto scrivere senza spazi questo spaccato giornaliero della vita di una donna  -qualunque donna, tranne quelle che hanno Mamie e il Maggiordomo Jeeves per rendere graficamente il ritmo senza respiro della sua vita, questo spazio non me lo permette, ma voi immaginatelo.

Molto raramente una donna può abbandonarsi all’ozio, all’atarassia, al sabbatico dai maiora premunt’ che costituiscono la regola dell’urgenza e dell’emergenza sempre in agguato.

E, allora, secondo voi, cosa ci sarebbe da festeggiare? Di essere una lavoratrice in nero perenne  -perché, è un lavoro riconosciuto quello che si svolge in casa?.

Per di più, se, nella scelta del compagno di vita, non si è avuto l’occhio lungo nell’identificarne uno semplicemente assente nella condivisione dei compiti familiari (e, il massimo della presa in giro, che ci si concede nel weekend, con somma degnazione, a spolverare i lampadari) e si è cascate nell’energumeno che non ama ma mena  -salvo farsi un’amante con cui è una pecorella di zucchero-, allora non c’è proprio niente da celebrare, quanto piuttosto da autofustigarsi per la propria cecità.

Sì, lo so, la frase m’è venuta lunga una cifra e voi mi perdonerete.

E’ solo che, quando sono agitata, le parole mi vengono fuori come torrenti in piena e non so arginarle.

E sono alcuni giorni che adirata mi sento assai, come può testimoniare lo strano braccialetto di fettuccia a righe bianche e rosse che porto al polso destro e che esibisce la scritta ‘50/50 – Se non ora quando’.

Un segno della mia adesione completa, senza se e senza ma, alla lotta anche parlamentare in atto per l’introduzione degli emendamenti di genere a quel bolinus brandaris  -ovvero il napoletano sconciglio’, termine usato in vernacolo come metafora di cosa storta e mal riuscita- della riforma del sistema elettorale, per gli amici l’Italicum.

Ieri sera è avvenuto un altro stop all’iter della legge alla Camera, che sta ad indicare quanto si trami sottobanco per fermare la lobby trasversale al femminile (PD e donne di FI, oltre ad altri) che spinge per ottenere tale variazione al testo originario.

Chi, se non un Gruppo che si chiama Fratelli d’Italia  -mica Sorelle-  poteva fare il gioco della resistenza maschile alla novità?

Un nome, una garanzia: e ci dispiace per Giorgia Meloni, che ci sembrava una personcina dabbene, presa dippersé, ma che scivola sulle firme agli emendamenti; d’altronde il Gruppo si era pure rifiutato di firmarli, insieme, in questo diniego, con i finti rivoluzionari di M5S. Dunque, hanno dato un gancio, con la scusa del loro congresso, a coloro che volevano avere un week end di respiro per fiaccare la resistenza del fronte pro-emendamenti. E pensare che, mi diceva in chat una giovane deputata all’Assemblea Costituente tunisina, Imen Ben Mohamed che la parità, nel suo Paese, è ormai stata introdotta per legge e, al momento, in Commissione, stanno discutendo sulle garanzie di alternanza fra capilista (un uomo, una donna)  almeno per il 30% (o il 50%) delle liste.

Sul fronte di Montecitorio, si riprenderà lunedì la discussione e sono certa che, circumnavigato il Capo Horn dell’8 marzo, ci troveremo di fronte ad un abbandono dei buoni propositi. Ma, insomma, queste donne che vogliono?

Ha ragione la mia amica  -prima di tutto reale-  Angiola Pitzalis ad aver scritto pubblicamente, su FB: «Chiedo scusa, sto eliminando chi mi invita l’8 di marzo a manifestazioni che non hanno come tema le giuste cause per le quali si sta lottando da sempre, è ora di finirla».

Ha ragione Angiola a voler stigmatizzare chi ha ridotto l’8 marzo ad una sfilata di carri del Carnevale di Viareggio o alla diaspora delle femmine in pizzeria.

Ha ragione e sarebbe ancora più irritata  -usiamo metafore gentili, se leggesse la notizia in cui mi sono imbattuta sul quotidiano ‘Il Mattino’ (che ci volete fare, è la voce del sangue…) e che vi riporto. Viene dagli USA ma, per quanto siamo acritici imitatori, può avvenire da un momento all’altro che ci ritroviamo con lo stesso sconcio giuridico (oltre che etico). Leggete qui: «Ragazze americane incrociate le gambe! Una sentenza dell’Alta Corte del Massachusetts ha stabilito che ‘l’upskirting’, la pratica voyeuristica dello scattare foto sotto le gonne, è legale. La decisione ribalta la precedente legge dello stato che l’aveva giudicata fuorilegge. La nuova sentenza giudica legali quelle foto, se le donne indossano le mutande»

Più che dalla Corte Suprema del Massachusetts, sembra una sentenza scritta dall’ufficio stampa di Victoria’s Secret, nota azienda di intimo che produce slip assai fru fru (nessuno si offre volontario a regalarmene? 3° taglia…). Notizie di ‘upskirting’ in Italia non mi pare che ce ne siano: appena si saprà, vedrete, prolifereranno come funghi…

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->