venerdì, Maggio 14

Ostaggi in Iraq: la risposta dell’India e le sfide future field_506ffb1d3dbe2

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Il destino degli indiani che vivono e lavorano in Iraq è finito spesso sulle prime pagine, nell’ultimo mese e mezzo. E questo è comprensibile. Con un sistema democratico fragile imposto da forze esterne ed essendo un paese nel quale, come è per quasi tutti gli stati vicini, il concetto di rispetto della pluralità e della convivenza pacifica non è radicato a fondo, l’Iraq non vede solo verificarsi gravi forme di instabilità politica, ma si trova di fronte ad una guerra civile. Normalmente, per uno straniero, vivere in un Paese del genere è sempre difficile. Non c’è da stupirsi, dunque, se molti degli indiani residenti in Iraq sono stati fatti rimpatriare dal governo indiano. Governo che chiede a gran voce di sperimentare “tutte le vie” per il rilascio sicuro di quegli indiani in ostaggio nelle mani delle forze di ISIS.

L’evacuazione degli indiani dai Paesi dell’Asia occidentale e dal Nord Africa in tempi difficili non è, naturalmente, un fatto nuovo per il governo dell’India. Il Ministero degli Affari Esteri (MEA), la Marina indiana, l’Indian Air Force e Air India hanno svolto ruoli importanti nel Libano del 2006 e in Libia nel 2011, allo scopo di riportare in patria gli indiani in situazioni difficili. Inoltre, l’India detiene il record del Paese che ha intrapreso la più grande evacuazione della storia civile. È successo nel 1990, e il Paese in questione non era altro che lo stesso Iraq. In due mesi, nel 1990, l’India è riuscita a far evacuare oltre 110.000 cittadini dall’Iraq e dal Kuwait (allora sotto l’occupazione irachena), attraverso un ponte aereo di quasi 500 voli di Air India. Per essere precisi, Air India ha operato 488 voli in oltre 59 giorni, riportando a casa 111.711 passeggeri. Questo ponte aereo è stato straordinario, anche se gli storici occidentali – che spesso scrivono in grande dettaglio del ponte aereo di Berlino, che in quasi due anni ha spostato circa 48.000 persone – ne parlano poco. Nel caso dell’India ci sono voluti solo due mesi per trasportare un numero di persone più che doppio.

Va osservato che in ciascuna di queste operazioni, l’India ha utilizzato il suo “soft power” per raggiungere l’obiettivo. La buona reputazione dell’India in tutti i Paesi della regione in generale e dei Paesi sotto agitazione, in particolare, ha facilitato notevolmente il compito dei diplomatici indiani. In Iraq, l’allora sovrano Saddam Hussein ha avuto un approccio morbido verso gli indiani e ha aderito senza fare difficoltà alle richieste del governo indiano di cooperare allo spostamento degli indiani bloccati tra Iraq e Kuwait, che per qualche tempo restò sotto il suo controllo. Naturalmente, la visita in Iraq del ministro degli affari esterni I K Gujral e il suo “famigerato” abbraccio con l’uomo forte iracheno, hanno accelerato il processo di evacuazione. La visita di Gujral attirò molte critiche, ma vista in retrospettiva, fu una strategia da fine statista, dal punto di vista dell’India. Perché senza il tacito sostegno di Saddam, non sarebbe stato possibile per gli indiani salire a bordo di un volo da Bassora, da Baghdad e, infine, da Amman, dove molti indiani si radunavano da tutto l’Iraq fino al confine giordano.

Nel 2004 e per la prima volta l’India affrontò una crisi degli ostaggi nazionali in Iraq. Gli americani avevano invaso l’Iraq nel 2003 per spodestare Saddam, con il conseguente deterioramento politico ed economico dell’Iraq, che, a sua volta, ha fatto nascere e diffondere sette e signori della guerra. Questi gruppi avevano bisogno di risorse e trovarono nei rapimenti un ottimo mezzo per procurarsele. È in questo contesto che, nel luglio 2004, tre autisti indiani, insieme a tre keniani e un egiziano, sono stati rapiti a Falluja e tenuti in ostaggio per quasi sei settimane. Lavoravano per una società kuwaitiana che li aveva mandati in Iraq con un camion che trasportava attrezzature militari e forniture per le forze americane.

I  7 autisti non avevano passaporti o visti, né erano forniti di strumenti di sicurezza, e nessuno li guidava verso la loro destinazione, il distaccamento dell’esercito statunitense che assediava Fallujah. Si può osservare che molti di questi indiani lavoravano per l’esercito americano in zone di guerra in cambio di retribuzioni più elevate. Sia come sia, i diplomatici indiani hanno fatto un ottimo lavoro, negoziando per oltre un mese con un interlocutore che rappresentava i rapitori, e impegnandosi in questi dialoghi per diverse ore al giorno. Secondo l’ambasciatore Talmiz Ahemad, le discussioni vertevano anzitutto su una dichiarazione politica che criticava l’occupazione degli Stati Uniti, seguita da lunghe discussioni sulla quantità e le modalità di pagamento del riscatto, per la liberazione degli ostaggi. «Il fatto che i rapitori si siano lasciati convincere a ridurre la loro richiesta, da diversi milioni di dollari a una somma più modesta offerta dalla società kuwaitiana, è un merito della capacità di negoziazione del team indiano e delle capacità persuasive dell’allora ambasciatore in Kuwait», dice.

Vediamo la situazione attuale in Iraq. Secondo i briefing del nostro portavoce ufficiale del Ministero degli Esteri, gli indiani in Iraq possono essere classificati in due categorie:  quelli che si trovano in zone di combattimento e quelli che sono in zone dove non si combatte. Tra di loro sono inclusi coloro che sono tornati al Paese incolumi, nell’ultimo mese. Ecco perché userò le parole “sono stati” piuttosto che la parola “sono” nelle cifre seguenti. Non possiamo dire che le stime siano al 100 per cento precise, perché molti indiani sono entrati illegalmente in Iraq dagli Emirati Arabi e Kuwait. Tuttavia, per citare il ministro degli Esteri Sushma Swaraj, un numero stimato di 22.000 cittadini indiani si trovavano in Iraq all’inizio del conflitto. 500 erano a Baghdad, 2.300 a Najaf, 1.000 a Karbala e 3.000 a Bassora. Nella regione del Kurdistan c’erano 15.000 indiani e circa 200 vivevano in altre città irachene.

Nella zona di combattimento, in particolare nel nord dell’Iraq, gli indiani erano circa 100, di cui 17 sono stati fatti evacuare prima dei 40 lavoratori, per lo più originari del Punjab e dell’Haryana, catturati come ostaggi a metà giugno. Uno di loro è sfuggito, ora è tornato nel Punjab. Poi ci sono stati 46 infermieri, che sono stati fatti prigionieri e successivamente rilasciati. Sono di nuovo nel Kerala, i loro stati di origine. Ciò significa che al momento, ci sono 39 lavoratori indiani ancora ostaggi nelle mani di IS, e si troverebbero da qualche parte attorno a Mosul.

Dalle zone dove non c’è conflitto, soprattutto a Najaf, Karbala, Bassora e Baghdad, oltre 3.500 cittadini indiani sono stati assistiti per farli tornare in India. Inclusi 2.500 biglietti aerei fatti a loro nome. Il governo indiano ha preso accordi elaborati per il loro ritorno e gli indiani continuano a rimpatriare. Ancora una volta, la Marina indiana ha schierato due navi nelle acque del Golfo -INS (Indian Naval Ship) Mysore e INS Tarkash- e, se necessario, entrambe le navi possono essere impiegate nelle operazioni di evacuazione. L’IAF (Indian Air Force) ha messo i suoi aerei in standby e, se richiesto, può rapidamente schierare i suoi aerei C17 e C-130J Super Hercules. Ci sono state squadre mobili a Najaf, Karbala, Bassora e Baghdad. Il ministro degli Affari Esteri le ha autorizzate a contattare i cittadini indiani nei loro luoghi di residenza per comunicare che è meglio lasciare i loro luoghi di lavoro e ritornare in India. Gli aeroporti di Erbil, Baghdad, Najaf e Bassora sono stati aperti al traffico commerciale normale. Se ci fossero problemi a tornare in India -per la copertura di biglietti andata e ritorno- il governo indiano si rende disponibile a provvedere.  Questioni relative alla natura contrattuale o giuridica, relative al visto per esempio, oppure altri obblighi contrattuali, l’ambasciata indiana a Baghdad li assiste nelle discussioni con i loro sponsor e con le autorità irachene per l’immigrazione. Attualmente India e Iraq hanno istituito un comitato congiunto per affrontare tutte le questioni relative ai problemi dell’immigrazione per i cittadini indiani che vogliono tornare in patria.

Passiamo alla questione della liberazione dei 46 infermieri indiani. Bisogna riconoscere al governo dell’India che le sue agenzie si sono dimostrate all’altezza della situazione. Mentre il ministro degli Esteri Sushma Swaraj ha impegnato i suoi omologhi a livello politico in Asia occidentale, compresi i ministri degli Esteri delle sei monarchie petrolifere del Consiglio di cooperazione del Golfo, la strategia viene dettata dai diplomatici presenti sul terreno. Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale (NSA) Ajit Doval ha fatto il suo lavoro. Si ritiene che sia andato in Iraq e in altri Paesi vicini per una specifica missione, cosa che il governo non conferma, né nega.

Alcuni giorni fa, è stata posta una specifica domanda al portavoce del MEA, se l’NSA avesse avuto un ruolo nei negoziati. Cito qui la risposta del portavoce: «Vi ho spiegato due cose. A livello diplomatico questi negoziati hanno coinvolto il nostro ministro degli Affari Esteri. Sul campo, ovviamente, non vi posso dare informazioni, come già ripetuto in precedenza, perché la diplomazia sta dalla porta principale. L’avevo già detto, stiamo operando anche dalla porta posteriore (altri livelli informali). Il resoconto di come siano state aperte e di come stiano lavorando quelle porte è una storia che sarà raccontata, ma in un altro momento. Per ora possiamo dire che una di quelle porte è aperta, tanto da permetterci di far uscire fuori dall’Iraq i nostri concittadini. Si dovrebbe apprezzare il fatto che è meglio non approfondire, ora, chi, dove, quando, cosa e come le cose stiano accadendo. Non funziona così; funziona che uno sforzo enorme è stato profuso sia all’interno, sia all’esterno dell’Iraq. Non abbiamo condiviso i dettagli con voi in precedenza per il semplice motivo che c’è un’operazione in corso e non possiamo farlo».

In una precedente occasione, quando gli fu chiesto del rilascio dei 39 operai indiani, aveva risposto che la questione ruota attorno a tre porte: porte anteriori (che significa la diplomazia); porte posteriori (l’uso dei buoni uffici di potenze straniere, principali attori in Iraq come Arabia Saudita, Iran, Qatar, e, naturalmente, Stati Uniti e Russia); e caditoie (altre opzioni). È evidente che le prime due porte sono state usate per la liberazione degli infermieri. Attraverso l’uso di queste porte, l’India si è messa in vantaggio nella lotta tra le fazioni rivali dei gruppi jihadisti e gli ex baathisti fedeli all’ex presidente Saddam Hussein, che sembrano aver forgiato un’alleanza tattica con IS. Dopo tutto, l’India ha legami vecchi di decenni, con gli ex baathisti. Poi c’è stata la collaborazione di Amnesty International e della Mezzaluna Rossa Internazionale irachene, impegnate nei colloqui con i rapitori.

Ma per quanto riguarda la terza porta, quella che include “altre opzioni”? Il portavoce non le ha spiegate. E questo ha lasciato spazio a speculazioni sul fatto che ai rapitori possa essere stato pagato un pesante riscatto, per ottenere la liberazione degli infermieri, cosa già successa anche nel 2004 Attualmente, Khalsa Aid, organizzazione umanitaria internazionale con sede nel Regno Unito, ha apertamente dichiarato che i suoi mediatori in Iraq avrebbero pagato per ottenere la liberazione dei 39 indiani, ancora in ostaggio.

Altre opzioni potrebbero includere le opzioni militari. Ma l’India è o no in grado di salvare i 39 ostaggi, tramite i suoi combattenti addestrati, cosa che Israele e gli Stati Uniti sono famosi per saper fare? Questa domanda è particolarmente interessante, dato che non molto tempo fa l’India ha acquistato sei aerei da trasporto C-130 Hercules attrezzati per le operazioni delle forze speciali. È poi opinione diffusa che il governo Modi stia per autorizzare la creazione di una forza SOC (Special Operations Command) per contrastare il terrorismo e condurre azioni di guerra non convenzionali e operazioni segrete, interne e esterne negli stati vicini. Il ministero della Difesa in linea di principio ha approvato la SOC. Una volta messo in forma, quello che sarà un Comando per Operazioni Speciali integrerà forze speciali dell’Esercito, dei MARCOS della Marina (Marine Commandos), e aeronautiche Garud (IAF). Si occuperanno di contingenze ‘fuori area’.

Anche se personalmente sono a favore della creazione del SOC, sarà poco realistico aspettarsi che possa conseguire risultati già nel prossimo futuro. A mio parere, il SOC avrà delle difficoltà iniziali e ci vorranno anni perché possa diventare efficace. E tutto sommato, se la US Navy Seals è riuscita a condurre un’operazione del tipo di Abottabad (che ha ucciso Osama bin Laden), è stato perché la CIA ha fornito input adeguati di intelligence all’operazione. Al contrario, le capacità di intelligence indiane sono piuttosto limitate, nonostante le affermazioni contrarie del settore Analysis Research (RAW). Un’altra cosa sulla quale dobbiamo essere realistici al riguardo è che noi semplicemente non abbiamo gli asset tecnologici degli Stati Uniti, per queste operazioni. Abbiamo enormi vincoli politici, nel senso che la nostra classe politica non è famosa per saper prendere decisioni difficili.

Rebus sic stantibus, penso che la scelta più saggia per affrontare al meglio le crisi degli ostaggi in terre straniere, oggi in Iraq o altrove in futuro, sia quello di affinare ulteriormente i meccanismi o gli strumenti del “soft power” dell’India. La chiave qui è quella di guadagnare una buona reputazione dell’India, all’estero, che a sua volta possa essere sfruttata dai nostri diplomatici nei loro negoziati. La diplomazia uno-a-uno svolgerà inoltre un ruolo di supporto.

Come misura preventiva, possiamo intanto tutelare le persone che lavorano legalmente nei Paesi in guerra. Certo, nessun governo può controllare l’emigrazione per lavoro, in questa epoca di globalizzazione, specie in mancanza di posti di lavoro remunerativi per i lavoratori meno qualificati. Ma poi bisogna essere sicuri che tutto vada bene. Sorprendentemente, nonostante la sua volatilità, il numero complessivo di ECR (Emigration Check Not Required, forma di autorizzazione all’espatrio apposta al passaporto in caso di richiesta di emigrazione per motivi di lavoro – soprattutto verso i paesi mediorientali) verso i Paesi del Golfo è aumentata nel corso degli ultimi tre anni. I numeri sono triplicati. Per quanto riguarda l’Iraq, gli ultimi dati ufficiali mostrano che il movimento dei lavoratori indiani con ECR in Iraq è cresciuto vertiginosamente durante 2013-14 rispetto agli anni precedenti. A ben 7.379 persone è stato concesso il nulla osta per andare in Iraq, da parte delle autorità, nel 2013-14 (rispetto ai 1.903 dell’anno precedente). Solo 1.074 persone avevano chiesto l’ECR nel 2011-12. Ora, se è così, perché molti lavoratori tornati in patria nel corso dell’ultimo mese si lamentano del fatto di essere stati sottopagati, denutriti e, talvolta, nemmeno pagati dai loro datori di lavoro?

Le condizioni dei diritti umani per i lavoratori indiani nei Paesi del Golfo non ricevono la stessa attenzione rispetto ai più prosperi migranti indiani che si rivolgono ai Paesi occidentali. Questo tema deve essere affrontato dal governo indiano in modo globale, perché è un fatto evidente come chi non sia in possesso di contratti di lavoro e permessi di entrata regolari rappresenti la categoria delle persone maggiormente vulnerabili ed esposte alle azioni di terroristi e sequestratori.

 

Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli

 

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