lunedì, Novembre 29

Ostacoli e sfide lungo la via della seta africana

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La via della seta africana potrebbe spingere le potenze occidentali ad impegnarsi seriamente nelle infrastrutture del continente,  diminuendo cosi gli investimenti diretti dei vari governi e rafforzando le basi per lo sviluppo industriale. Un aumento degli investimenti occidentali nelle infrastrutture in Africa è reso necessario per evitare che l’Occidente rimanga escluso dai mercati africani. Gli investimenti che verranno decisi nel breve termine avranno il vantaggio di porre i Paesi occidentali finanziatori come partner attivi nel processo di trasformazione commerciale e industriale dell’Africa, e assicureranno ricadute positive in termini di profitti e occupazione per le industrie e la classe operaia europea e americana.
Un esempio tangibile dellaforzatacollaborazione occidentale nei progetti di infrastrutture ideati dai governi africani e la Cina è il potenziamento dell’aeroporto internazionale di Entebbe (Uganda). Il potenziamento dell’aeroporto permetterà l’atterraggio di grossi aerei cargo e l’aumento del traffico import export delle merci che si assesterà sulle 100.000 tonellate all’anno. L’investimento totale è di 200 milioni, garantito per il 60% dalla Cina. Un pool di investitori occidentali e asiatici si è inserito nel progetto. La Norvegia garantirà il rafforzamento della gestione delle valige passeggeri e delle merci stoccate giunte dall’estero o in attesa di essere esportate. Il Commonwealth assicurerà l’espansione del Terminal passeggeri, mentre la Corea del Sud ha stanziato 9,5 milioni di dollari per potenziare il sistema di navigazione aerea e controllo radar dell’aeroporto di Entebbe.

Strategiche multinazionali occidentali come la General Electric e Siemens hanno deciso di partecipare al progetto OBOR in veste di contractors, in quanto il progetto planetario cinese è già alla sua nascita tra i principali settori trainanti dell’economia mondiale capace di generare immensi profitti e grandi opportunità di mercato.

Nonostante la necessità per le multinazionali di collaborare con la nuova via della seta, non mancano gli investimenti di disturbo‘. Dubai, attraverso una sua ditta specializzata, la DP World, investirà 442 milioni di dollari nel potenziamento dello storico porto commerciale di Berbera, nel Somaliland, l’ex regione somala sotto la Gran Bretagna durante l’epoca coloniale, che si è resa indipendente agli inizi della guerra civile nel 1991. Lo statuto della Somaliland come Nazione non è mai stato riconosciuto dalle Nazioni Unite e Unione Africana, mentre il Governo centrale di Mogadiscio difende l’integrità territoriale ed è disposto a concedere alla Somaliland solo lo statuto di regione ad amministrazione speciale.  Il potenziamento del porto  è un ambizioso progetto che mira a ricostruire l’antico porto commerciale. I cronisti dell’Impero Romano inserivano Berbera nel network di porti commerciali africani che univano Africa, Asia e Mediterraneo assieme al porto di Lamu, Zanzibar e Madagascar. Il porto sarà ampliato, arrivando ad una superficie totale di 400 km quadrati,  con l’obiettivo di trasformare Berbera in un hub logistico per le importazioni ed esportazioni del Corno d’Africa e Africa Orientale, in diretta concorrenza con il progetto OBOR a Djibouti. La partecipazione della DP World (multinazionale che gestisce 75 porti mondiali) è sostenuta dalla Arabia Saudita, Emirati Arabi, Francia, Gran Bretagna, Italia, Norvegia, Brasile, Turchia, Giappone, Sud Corea e Thailandia.

Il problema di fondo per la partecipazione dell’Occidente al progetto cinese rimane politico. I fondi europei e americani assicureranno quote di mercato africano, ma saranno soggette al piano continentale di Pechino, che li obbliga ad una sudditanza favorevole per le strategie cinesi, che comporta una diminuzione del potere di contrattazione occidentale e di controllo sulle materie prime africane.

Il Paese occidentale che ha maggior possibilità di diventare partner paritario del OBOR è la Gran Bretagna, che può contare sulle risorse finanziarie del Commonwealth. Accenni ad una futura alleanza sino-britannica sono già presenti. La Cina sta investendo nel settore industriale britannico diventando un partner importante per Londra. Alcune azioni politiche comuni sono in atto, tra le quali il sostegno politico e finanziario alla campagna elettorale del Presidente keniota uscente Uhuru Kenyatta.
Il rafforzamento dell’alleanza sino-britannica aumenterà le distanze che si stanno progressivamente creando tra Gran Bretagna e Unione Europea. Un effetto non considerato negativo da Londra, in quanto considera che maggiori saranno le prese di distanza con la UE maggiori saranno le opportunità di acquisire nuovi mercati mondiali. Se Londra può giocare il ruolo del outsider europeo, mantenendo una forte influenza sull’Unione Europea, pur avendo perso lo statuto di Stato membro, deve far attenzione che l’alleanza con la Cina non comprometta i rapporti con l’alleato naturale e storico, gli Stati Uniti.
La guerra politica e commerciale iniziata dall’Amministrazione Trump contro la Cina rende difficile per Londra  mantenere gli equilibri con Washington e Pechino allo stesso tempo. Se costretta Londra sceglierà gli Stati Uniti. Forse questa scelta non sarà necessaria in quanto, dietro le bellicose dichiarazioni di Trump, vi è la consapevolezza che una guerra fredda contro la Cina non può essere vinta dagli Stati Uniti, come successe con l’Unione Sovietica. Anche un conflitto è improponibile, in quanto gli Stati Uniti, per la seconda volta nella loro storia, rischierebbero di essere colpiti nel loro  territorio. Dopo le disastrose campagne militari in Afganistan e Iraq, gli Stati Uniti non hanno la capacità economica di sostenere una guerra mondiale di lunga durata, anche se fosse limitata all’uso di armi non nucleari.

La grossa spada di Damocle sull’Africa è rappresentata dagli ingenti indebitamenti pubblici per sostenere la realizzazione delle infrastrutture. Debiti prevalentemente contratti con la Cina. L’unico lato positivo di questi debiti è che sono stati creati per investimenti produttivi. Questo, però, non esclude l’obbligo del rimborso. Le infrastrutture rafforzeranno i mercati interni e di conseguenza le entrate fiscali, ma i governi saranno comunque costretti ad attuare tagli su sanità, educazione, assistenza sociale, lotta contro la povertà per convogliare i  fondi sul saldo dei debiti. L’alternativa è quella di concedere alla Cina parte della sovranità nazionale sulle materie prime rallentando il processo di industrializzazione.

Nonostante le accuse lanciate dai media occidentali di aver trascurato l’Africa nel progetto OBOR, il continente rappresenta un tassello importante nel gran puzzle della via della seta. Un tassello collegato al lancio della rivoluzione industriale cinese in Africa. Il Presidente Xi Jinping con il OBOR offre un Nuovo Ordine Mondiale in alternativa di quello americano ed europeo. Un progetto destinato al successo in quanto basato sulla globalizzazione inclusiva, equilibrata e conveniente per le parti. Un concetto di globalizzazione opposto a quello occidentale, basato su superiorità decisionale unilaterale dell’Occidente, sistemi di alleanze e di Nazioni dichiarate ‘nemiche’ che rivela l’animo aggressivo del capitalismo occidentale, fonte di continua instabilità in Africa.

La sezione Africa del OBOR faciliterà anche il processo di riconoscimento internazionale della valuta cinese, lo Yuan, già convertibile in vari Paesi africani. Aumenterà anche il peso della Cina presso nel contesto delle Nazioni Unite, potendo contare su alleati di un continente emergente.
All’Occidente rimane la scelta di ostacolare il piano OBOR in Africa, attraverso i classici metodi  -azioni eversive, terrorismo islamico finto, creazione artificiale di conflitti-, oppure associarsi alla Cina e condividere suo Nuovo Ordine Mondiale. Un segnale distensivo giunge proprio dagli Stati Uniti. Alla cerimonia di lancio della nuova via della seta –il Belt and Road Forum di Pechino di due settimane fa- il Presidente Donald Trump ha inviato Mattew Pottinger, Senior Director for Asian Affairs, National Security Council.  Un chiaro segnale che la  Casa Bianca sta valutando la possibilità di raffreddare le tensioni con la Cina. Meglio tentare di raggiungere accordi convenienti con Pechino per la suddivisione delle zone di influenza mondiale  che avviare una nuova Guerra Fredda, con scarse possibilità di successo e costi altissimi per i quali non ci sono i fondi.

(la prima parte del dossier One Belt On Road – Africa è stata pubblicata il 30 maggio 2017)

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