giovedì, Dicembre 2

Orlando parla, nessuno lo ascolta

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Peccato. L’intervento del Ministro della Giustizia Andrea Orlando, in occasione dell’ultimo ‘saluto’ tributato dalla Camera dei deputati a Marco Pannella merita l’invocazione di un tempo: ‘Pubblicazione! Pubblicazione!’. Una ‘scena’ che un giornalismo pigro e distratto non ha colto,  tutto preso com’è dai  ‘retroscena’. Un intervento, quello del Guardasigilli, che contiene una quantità di spunti e di elementi per utili riflessioni.

«Ha condotto battaglie che alla società italiana sembravano lunari, distanti», dice Orlando. «Al servizio di queste battaglie ha messo la sua capacità di comunicare e di utilizzare anche strumenti nuovi, non per ricercare il facile consenso ma persino per seminare inquietudini, per porre delle domande, perché erano l’altra faccia di quelle torrenziali comunicazioni, di quei discorsi fatti di parentetiche e di incidentali, di digressioni di cui con difficoltà si cercava di seguire il filo, perché erano il contrario della banalizzazione, erano il tentativo di rendere la complessità del tempo che stavamo e che stiamo attraversando…In un articolo che apparve anzitutto su un giornale spagnolo, nel 1987, Leonardo Sciascia -che di Pannella fu amico e che fu vicino ai Radicali fino al punto di accettare da essi la candidatura sia al Parlamento europeo che alla Camera- scrisse: «Pannella, e le non molte persone che pensano e sentono come lui (fra le quali mi onoro di stare) si trovano ad assolvere un compito ben gravoso e difficoltoso: ricordare agli immemori l’esistenza del diritto e rivendicare tale esistenza di fronte ai giochi di potere che appunto, nel vuoto del diritto, o nel suo stravolgimento, la politica italiana conduce». Non era un giudizio lusinghiero, per la politica italiana, mentre lo era certamente per Pannella. Ma è vero: Pannella ha dedicato la sua vita alle battaglie per lo stato di diritto e la legalità, ed è vero anche che diffidava del potere, che spesso travolge o stravolge, con la sua componente innegabile di violenza, distorce o calpesta le regole del diritto e della democrazia… Ma corre anche l’obbligo di ricordare che il metodo nonviolento dei radicali e di Pannella ha dato all’Italia pagine che rimangono scritte indelebilmente nella storia di questo Paese. Ha dato alla coscienza civile dell’Italia il caso Enzo Tortora. Tortora fu arrestato per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico alle quattro del mattino del 17 giugno 1983, insieme a centinaia di altre persone, sulla base di dichiarazioni di pentiti rivelatesi in seguito del tutto false e infondate. Pannella ne sposò immediatamente la causa, e lo candidò al Parlamento europeo, con enorme rumore dell’opinione pubblica. Un’opinione pubblica, allora come adesso, spinta spesso a condannare prima ancora di comprendere. Dopo la condanna in primo grado, a oltre due anni dall’arresto, Tortora venne eletto Presidente del Partito radicale, ben prima di essere definitivamente scagionato da ogni accusa. Bisogna dirlo: Pannella aveva visto giusto. E i Radicali condussero un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati la cui onda lunga è arrivata sino in questo Parlamento, con la nuova disciplina approvata in materia lo scorso anno».

E’ la cronaca quotidiana a dire quanto tutto ciò sia di amarissima attualità. Questa è la storia di Michele Caccamo, protagonista-vittima di una vicenda che con espressione logora s’usa definire ‘kafkiana’. Logora l’espressione, allucinante la vicenda.

Poeta e scrittore, Caccamo era proprietario di una impresa che operava nel porto di Gioia Tauro, in Calabria. Un ex dipendente gli muove pesanti accuse di collusione con i clan della ‘ndrangheta, e Caccamo finisce in carcere. Preventivo. Per tre anni. Prove concrete non ne vengono fuori, l’accusatore si rivela del tutto inaffidabile. Alla fine Caccamo viene completamente assolto. Intanto il carcere se l’è fatto: tre anni da innocente; l’accusatore non è mai stato indagato. Caccamo racconta la sua storia in un libro, ‘Pertanto accuso‘. Racconta gli abissi del carcere, li descrive; ed è lettura che sgomenta, soprattutto per il fatto che simili vicende non suscitano più ‘scandalo’, e sono al contrario, accolte, accennate come inevitabili maledizioni.

Effetti collaterali di un ‘sistema’, qualcuno potrebbe esser tentato di dire.

Il ‘sistema’. Nei tribunali mancano quasi novemila cancellieri; la conseguenza è che ogni giorno, saltano, o vengono rinviati, dai nove ai dodici processi per notifiche sbagliate o fuori tempo. Può così accadere che il processo per disastro ambientale all’Ilva di Taranto (47 imputati, più di 100 avvocati, migliaia di potenziali parti civili) dopo quasi un anno ancora non si schiodi: difetto di notifica a uno degli imputati; poi mancata indicazione sul verbale d’udienza del cognome di un avvocato chiamato a sostituire gli assenti difensori d’ufficio di 11 degli imputati; oppure un difetto di notifica… Calcolando una media di 250 giorni lavorativi l’anno, e dieci processi rinviati per notifiche sbagliate o fuori tempo…beh i conti fateli voi. Più che Giustizia è una lotteria, una decimazione.

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