venerdì, Dicembre 3

Ordinari paradossi giudiziari Se sei al 41bis, niente riviste osé

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L’accusa, il semplice sospetto che l’accusa sia fondata, è qualcosa di orribile, infamante: aver abusato sessualmente delle proprie figlie. Un macigno che opprime un muratore di 59 anni fino a quando il tribunale lo proscioglie definitivamente. L’incubo però è durato per nove interminabili anni, tre dei quali trascorsi in carcere, per non parlare del periodo trascorso presso apposite strutture di accoglienza. Contro l’uomo le accuse della moglie, con cui si stava separando; e di una delle due figlie.

  L’uomo è accusato di abusi sessuali nei confronti delle figlie, una di quattro, l’atra di otto anni. Violenze consumate in casa, e mascherate da giochi innocenti. Sicuro della propria innocenza, chiede il rito immediato; ne ricava una condanna a sette anni e mezzo di carcere; l’appello conferma. Viene riformulato il calcolo della pena, che “scende” a cinque anni. La Cassazione annulla, per contraddizioni contenute nelle motivazioni. Nuova condanna in Appello; nuovo annullamento in Cassazione. Accade poi che l‘unica sezione della Corte di appello che ancora non si era espressa sul caso, pronuncia una sentenza di assoluzione: evidenzia incongruenze tra il racconto della donna e quello di una delle due bambine; l‘altra, fin da subito, nega ogni violenza.

  La Corte valuta che il giudice di primo grado non ha dato conto, “se non in maniera parziale“, dei risultati di una perizia svolta sulle piccole, e la loro capacità di testimoniare. Una perizia in cui si esprimonoperplessità su alcune delle domande fatte alla più grande delle due bambine: “Il perito ha rilevato l’uso di domande suggestive, guidanti o coercitive, si legge nelle motivazioni, osservando che l’intervista è stata connotata da un elevato numero di domande di questo tipo. Ha evidenziato che è possibile leggere in più punti che l’intervistatore introduce termini e conclusioni a cui ancora la bambina non ha fatto riferimento. Che sono presenti domande chiuse (si e no) e domande che con tengono sollecitazione per il tipo di risposta“.

  A distanza di quasi dieci anni dalle prime indagini, la Cassazione conferma l’assoluzione. Il paradosso: sette processi in poco meno di dieci anni significa che per ogni procedura il tempo necessario a completarla è stato breve; anche se la somma dei giudizi ha portato ad un periodo di dieci anni per accertare l’innocenza.Insomma, poco ci manca che il muratore debba pure dire grazie.

   La seconda storia di questa nota sembra uscita da un racconto di un umorista che indulge nel grottesco. E’ noto che la realtà non ha però necessità di essere forzata.

  Protagonista della vicenda un affiliato alla ‘ndragheta. Di un certo spessore criminale se è ristretto da una decina d’anni al regime speciale del 41-bis. Per esigenze che non serve dettagliare, chiede che gli siano recapitate riviste osé. Consueta “domandina”, che viene inoltrata al tribunale di sorveglianza. L’autorizzazione alla rivista chiesta viene concesso, a una condizione: che siano rimosse le parti scritte: possono veicolare messaggi”; di tutta evidenza che al detenuto in questione, di leggere interessa poco; è guardare, vedere, quello che gli preme. L‘amministrazione penitenziaria è di diverso avviso, e ricorre in Cassazione; quest’ultima, un anno dopo, accoglie il ricorso: ritiene illegittimo e pericoloso il pronunciamento del Tribunale di sorveglianza di Roma, che riconosce il diritto dei detenuti a ricevere riviste pornografiche in cella.

  La Suprema Corte ribalta la sentenza e decreta lo stop ai giornali sessualmente espliciti nelle case circondariali. L’opposizione della direzione del carcere si giustifica con il timore di un possibile utilizzo del giornale osé come strumento per trasmettere messaggi criptati al criminale. I legali del boss cercano un accomodamento: si eliminano dal giornale tutti i testi, si lasciano solo le fotografie. In questo modo si sarebbe escluso ogni dubbio sui possibili “pizzini“. Il Tribunale di sorveglianza acconsente; e “a spese dell’interessato” il boss può sottoscrivere l’abbonamento a una rivista pornografica; da consegnargli solo dopo occhiuto e attento esame del contenuto, e apposita rimozione di ogni parte scritta. I dirigenti del carcere però sono di differente avviso, e portano la questione all’attenzione della Corte di Cassazione. Gli ermellini si riuniscono, e infine stabiliscono che il diritto alla sessualità del detenuto cui si appella il tribunale di sorveglianza, non è sufficiente agiustificare la concessione della rivista pornografica: “…l’autoerotismo esula da questo tipo di problematica, non è un presupposto indispensabile e quindi negare la possibilità al carcerato di ricevere giornali osé non lede alcun suo diritto fondamentale. Inoltre, soprattutto in circostanze come quella del caso specifico, ossia di un detenuto al 41bis, ci sono anche motivi di sicurezza pubblica a suggerire una maggiore prudenza.

  Se sia il caso di ridere o di piangere, lo stabilisca il lettore.

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