venerdì, dicembre 14

Orange Economy: la sfida della Colombia La sfida di Iván Duque sull’Orange Economy e la grande opportunità per l’economia della Colombia e dell’America Latina

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In Colombia, l’economia sta ormai prendendo una piega diversa. Emblematica l’asta di titoli della scorsa settimana in cui i presenti, invece che contendersi strade, autostrade ed aeroporti, hanno puntato su investimenti culturali. Offerte che sono spaziate dai prestiti ai produttori di gioielli, allo sviluppo di software, fino alle reti in fibra ottica; un’asta unica nel suo genere, nonché la prima del suo genere in tutto il mondo.

Il progetto, inoltre, è stato supportato dall’IDB (Inter-American Development Bank) e dal Governo olandese, avendo il pregio di inserirsi negli obiettivi di sviluppo delle Nazioni Unite fissati per il 2030. Salari vivibili e sviluppo, innovazione, infrastrutture e sostenibilità.

Tutto fa parte del piano strategico messo a punto dal Governo per garantire lo sviluppo di industrie focalizzate su sport, benessere e cultura. Stiamo parlando della nota ‘economia arancione‘. Il termine orange economy descrive le industrie culturali e creative, che includono le attività più disparate come architettura, arti audiovisive, servizi digitali, moda, grafica e design industriale, artigianato, musica e software. Parliamo di industrie che in tutta l’America Latina hanno generato già tre anni fa oltre 124 miliardi di dollari di guadagni e fornito posti di lavoro a oltre 1.9 milioni di persone in tutta la regione.

La Colombia ha captato tutto il potenziale. Il presidente Iván Duque ne ha fatto una delle sue proposte chiave durante la campagna elettorale e nei suoi primi 100 giorni di amministrazione (dopo che il 7 Agosto è stato eletto). Ed anche se la teoria all’origine dell’economia arancione è riconducibile al britannico John Howkins, Duque può vantare un merito; non solo per avervi fatto un cavallo di battaglia politico ma perché, insieme al collega e compatriota Felipe Buitrago Restrepo, ha scritto un manuale per esporre i dogmi della orange economy durante il decennio dell’Inter-American Development Bank (IDB). Da quel momento, Buitrago è diventato il consigliere della sua amministrazione.

Durante l’asta, Duque ha affermato di non volere, però, che le industrie creative crescano senza essere domate; l’idea è quella di canalizzarle in modo che gli operatori possano ottenere il credito dovuto e il Paese possa sfruttare la produzione e le esportazioni del settore. L’obiettivo di Duque è chiaro: far sì che l’orange economy rappresenti il ​​10% del PIL della Colombia, un aumento cospicuo se si pensa che attualmente lo Stato è al 3,3%. Significherebbe porlo alla pari di una delle industrie più rosee, quella manifatturiera. Ambizioso ma non troppo.

Ma vediamo bene in cosa consiste l’economia arancione e perché è così importante per il benessere di un Paese che si raggiungano determinati risultati.

Stiamo parlando, lo abbiamo già accennato, del settore della creatività, i cui beni e servizi sono basati sulla proprietà intellettuale, qualcosa che si stima rappresenti circa il 6% del PIL mondiale. Possiamo suddividere l’orange economy in industrie culturali suddivise in tre categorie: le opere tradizionali dalle quali consegue un artefatto come libri, giornali, riviste, biblioteche, film, televisione, fotografia, radio, altri lavori basati sull’esperienza come arti visive, danza, opera, moda, design, musei, architettura, gastronomia e i nuovi lavori, quelli digitali o multimediali nel mondo dei videogiochi, dei software, del marketing e dei social media.

Insomma, il quadro è a dir poco ampio. E se parliamo di infrastrutture relative alle industrie creative, a cosa ci riferiamo? Ad esempio, a spazi fisici come piazze, centri commerciali, parchi e stadi, ma anche a infrastrutture virtuali come antenne radio, antenne satellitari e reti in fibra ottica. E in un mondo che si sta sempre più modernizzando e, soprattutto, digitalizzando, si comprende subito l’importanza che riveste questo settore.

Una caratteristica distintiva di un prodotto orange –per così dire- è che il proprio creatore ne  puo rivendicare la proprietà intellettuale; in altre parole, per quanto il prodotto finale passi da luogo in luogo, il suo ideatore conserverà sempre una qualche forma di proprietà. Scendiamo nei dettagli per capire meglio. Prendiamo uno sviluppatore di un’app protetta da copyright e concessa in licenza: ogni volta che qualcuno la scaricherà, lo sviluppatore riceverà una royalty, la quale contribuirà ad accrescerà al PIL del Paese in questione.

Ma torniamo alla Colombia.

Duque e Buitrago, tra le categorie, hanno puntato soprattutto sull’ecoturismo e sullo sport; un esempio interessante che sembra stare già funzionando bene. Le due sottocategorie, però, non vanno a braccetto con il riconoscimento della proprietà intellettuale, motivo per cui ci si chiede se facciano parte dell’economia Orange. Il dubbio resta e se si dice che i creativi dovrebbero essere riconosciuti formalmente e pienamente compensati per ciò che fanno, è vero anche che si discute della necessità che i governi riconoscano l’industria in ogni suo angolo e regolamentino il tutto nei dettagli.

Ma perché in America Latina hanno capito che è così importante regolamentare il settore?

Duque e Buitrago lo sottolineano costantemente: il subcontinente deve considerare due cose. La prima è non può competere con la forza lavoro a basso costo della Cina; la seconda è che a causa degli alti tassi di urbanizzazione latinoamericana, i residenti tendono ad essere collegati digitalmente. Per questo l’economia arancione è un chiaro vantaggio per tutta la regione.

Uno degli obiettivi affinché l’economia arancione si sviluppi sempre più è la riduzione della dipendenza del Paese dalle risorse naturali; un bene enorme sì, ma anche una variabile incostante e pericolosa in quanto possono cadere in preda alla volatilità. Il presidente colombiano, nel suo discorso di insediamento ad Agosto, lo ha sottolineato più volte; il petrolio, che rappresenta un quinto delle entrate del Governo colombiano, ha avuto un periodo migliore dopo il crollo del prezzo al barile risalente al 2014 ma certo rimane una variabile rischiosa.

Prendiamo anche l’oleodotto Caño Limón, attaccato ben 68 volte solo nel 2018. Non solo questo, ma anche altri grandi progetti infrastrutturali tradizionali sono stati colpiti negli ultimi anni: per il progetto di Ituango Dam da 4 miliardi di dollari, ad esempio, sono stati spesi altri 2,2 miliardi a causa di una crisi ad Aprile scorso che ha portato al licenziamento di 25.000 persone e alla fine di quasi tutto il progetto.

Insomma, è sotto la luce del sole: per le infrastrutture tradizionali dobbiamo calcolare dei rischi che altri investimenti -come quelli in infrastrutture tecnologiche, ad esempio- non hanno. Una rete in fibra ottica, ad esempio, porta benefici a basso rischio, come sostengono gli esperti, permettendo contatti semplici e scommesse più sicure. Inoltre, dicono i gestori di denaro, c’è un crescente interesse per gli investimenti socialmente responsabili.

La Colombia lo ha capito e grazie alla spinta su sport e turismo sta diventando una destinazione  di punta per i ciclisti di tutto il mondo che cercano un allenamento in alta quota.

Alla fine dell’asta di cui parlavamo all’inizio, oltre 320 investitori hanno fatto un’offerta per ben 124 milioni in obbligazioni. La richiesta degli investitori nel settore arancione è aumentata visibilmente, stando al rapporto ufficiale. L’offerta minima era di circa 3.100 dollari.

L’occasione è stata anche un test, una sorta di prova dei primi 100 giorni per il presidente colombiano. Duque, che in quei giorni ha affrontato uno sciopero studentesco universitario e che è stato costretto a sospendere un aumento delle tasse dopo che il tasso di favoritismo è sceso al 28% -secondo il sondaggio di Datexco– sta tirando un sospiro di sollievo.

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