sabato, Maggio 15

Ora l’indipendentismo unito guidi la nazione verso la libertà Ma cos'è veramente la storia?

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L’11 settembre milioni di catalani sono scesi in piazza per la Diada, la giornata della patria che commemora la caduta di Barcellona del 1714 per mano dei Borbone. Il 18 settembre milioni di scozzesi, comunque vada, voteranno “aye” (si, in gaelico scozzese) al referendum per l’indipendenza dall’Inghilterra. 13 settembre migliaia di sardi hanno raggiunto i cancelli del poligono di Capo Frasca per rilanciare con forza e senza mezzi termini la lotta per liberare l’isola dall’occupazione militare italiana.

A Capo Frasca abbiamo sfatato un vecchio e fastidioso luogo comune sulla marginalità dei sardi e delle loro rivendicazioni.
Siamo nella storia e siamo al centro di una trasformazione epocale che sta facendo scricchiolare i vecchi assetti, i vecchi tabù che fino ad oggi hanno mantenuto il popolo sardo in una condizione di quiescenza e di fatalistica accettazione dei soprusi e dell’ingiustizia. I sardi dunque non sono ai margini della storia, come generazioni di professori imbottiti di retorica risorgimentalista hanno insegnato ai loro studenti. Ma la storia dicevano i contadini in armi nella Spagna rivoluzionaria del ’36  – è una vacca che va fatta partorire subito, ci vuole determinazione.

La manifestazione del 13 a Capo Frasca inaugura una fase nuova della vita politica sarda. Vediamo brevemente perché. Portare migliaia di persone a Capo Frasca, in una giornata ancora estiva, in un luogo non facilmente raggiungibile in piena campagna e lontano dalle principali arterie stradali, in maniera totalmente autofinanziata senza le risorse di grossi sindacati e partiti, non è cosa ne ovvia ne scontata. Una manifestazione totalmente autorganizzata dai movimenti indipendentisti e dai comitati dimostra che la vera democrazia al tempo degli oligopoli politici e del pensiero unico è ancora possibile, anzi è di estrema attualità.

Altre volte i movimenti indipendentisti si erano fatti sentire e avevano condizionato il dibattito politico e sociale in Sardegna. Ma mai era accaduto che l’indipendentismo indirizzasse così nettamente un grande movimento di opinione. Anche nel caso della mobilitazione del 26 marzo 2011 in vista del referendum regionale consultivo contro il nucleare la componente indipendentista era stata massiccia ma non egemonica, sebbene la raccolta delle firme e l’intera campagna casa per casa fosse stata organizzata appunto dagli indipendentisti. Stessa cosa per quanto riguarda la battaglia contro l’occupazione militare dell’isola il cui messaggio veniva sempre filtrato in termini pacifisti, no global, genericamente antimilitaristi. E poi, in un angolo colorito, gli indipendentisti, con i loro sogni irrealizzabili. Lo scorso sabato no, c’era la parte migliore della nazione in piazza, chiamata dall’indipendentismo e poi certamente anche pacifisti, antimilitaristi, e varie altre sensibilità che hanno arricchito ma non egemonizzato il dibattito. Questa volta a marcare la linea non erano no global, girotondini, occupy o altre mode tanto travolgenti quanto estemporanee, ma il popolo, il nostro popolo, finalmente risvegliato e riunito dall’indipendentismo! E questo si è percepito ascoltando gli interventi che si sono sussegguiti sul palco che non hanno lasciato spazio ad ambiguità e hanno fatto storcere infatti qualche nasino. Chi credeva di fare la sua passerella ha fatto male i conti. Chi credeva di confondere il messaggio parlando di riduzione delle servitù e altre parole d’ordine di conciliazione con lo stato straniero occupante e il suo esercito ha sbagliato. Chi credeva di giocare ancora una volta al divide et impera è rimasto deluso. Anche le due testate giornalistiche più diffuse non hanno potuto fare altro che fare emergere il segnale forte e chiaro uscito dalla mobilitazione: no all’occupazione militare, senza compromessi e senza mediazioni.
Novità nella novità anche l’indipendentismo era finalmente riunito, con le sue tante bandiere, spesso felicemente confuse e festanti, con i suoi diversi linguaggi e i suoi tanti colori. Ma per dare l’idea di quello che sto dicendo riporterò un piccolo passaggio dell’intervento di Gianluca Collu (segretario di Progres) che forse quasi nessuno ha notato: «siamo qui con le nostre due bandiere nazionali – ha detto – quella dei quattro mori e quella dell’albero deradicato d’Arborea. Le uniche due bandiere che rappresentano i sardi e questa lotta». È un passaggio vibrante che seppellisce, spero per sempre, lunghi anni di masturbazioni mentali divisioniste sulla “vera bandiera sarda” e sui “veri indipendentisti” che hanno affossato per più di un decennio qualunque discorso di convergenza nazionale relegando l’indipendentismo in un confino settario ed iper ideologico. Ho motivo di credere che quella fase sia superata e che finalmente si possa procedere ad una laicizzazione dell’ideale e della prassi indipendentista che ci porterà giocoforza ad un tavolo permanente per affrontare e risolvere alcune questioni di fondamentale importanza nazionale. Tavolo aperto agli indipendentisti, ai movimenti sociali, a comitati e associazioni ma a cui non siederanno tutti coloro i quali hanno deciso di percorrere la scorciatoia dell’alleanza con i partiti coloniali, di centro destra e di centro sinistra.

Il primo passo lo stiamo facendo con l’azione di contrasto all’occupazione militare. Mi auguro che le prossime tappe siano il sostegno ai comitati per la moratoria energetica ed il contrasto alla destinazione della nostra isola a piattaforma energetica dell’Italia, il bilinguismo perfetto in tutti i luoghi ufficiali della formazione e dell’istruzione, dei servizi pubblici, dell’informazione e l’istituzione dell’agenzia sarda delle entrate. Ovviamente non necessariamente in quest’ordine e con il beneficio d’inventario per l’aggiunta di altri punti riguardanti altrettanti nervi scoperti della questione nazionale e sociale sarda.

Le fusioni a freddo non servono a nessuno, ma neppure gli orticelli e la tifoseria calcistica declinata nella politica.
È l’ora dell’unità e unire l’indipendentismo su questioni urgenti e concrete che toccano le tasche, la salute e la dignità dei sardi è una buona strada per unire la nazione e rovesciare il tavolo da gioco su cui l’Italia e i suoi numerosi gangli politici, economici, sociali e culturali ha finora sempre stravinto.

 

Cristiano Sabino

 

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