mercoledì, Giugno 23

Oppressione e massacro di civiltà: da Biancaneve alla Palestina Il divieto ovvio di insultare e aggredire qualcuno o qualche idea o comportamento, diventa divieto di 'parlare' in un certo modo di quelle cose. E ciò è diventato patrimonio del ceto dominante

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Nello scrivere ieri  sulla questione della Palestina e nel rileggermi ho avuto un momento di perplessità, non proprio di timore ma quasi: non di essere definito antisemita, ci sono abituato, ma di essere definito non so come dire … ‘anti-femmine’. Infatti ho trattato un po’ rudemente la signora Lia Quartapelle, ironizzando anche sulle troppe pelli del PD, per le parole vergognose, secondo me, che ha detto a proposito di ciò cui stiamo assistendo in Palestina, o meglio per il modo, il tono.
Ma io sono uno rotto a tutti i rischi e quindi l’articolo è partito lo stesso; il direttore, tra l’altro, è una donna, avesse avvertito toni ‘anti-femmine’ il telefono avrebbe squillato.

Poi, però, mi cade sott’occhio l’intervista al professor Giovanni Orsina a proposito delle accuse rivolte ad alcuni docenti universitari (Marco Bassani, Giovanni Gozzini e Marco Gervasoni) per ‘opinioni’ espresse, se ben capisco, su quelle cose oscene che si chiamano ‘social’. Si può discutere di quelle affermazioni, che in ogni caso sono di cattivo gusto, ma la domanda è se si tratti di ingiurie o, ecco il punto, di affermazioni di carattereideale‘ o filosofico o quel che volete, che di fatto si rivolgono contro certe categorie di persone o contro certe persone: i neri, anzi, i negri, gli ebrei, gli arabi, i terroristi, i froci, ecc….
Comincio a preoccuparmi, anche perché mi sono recentemente espresso molto duramente contro l’idiotico articolo 4 della legge Zan, dove si afferma (o cerca di affermare, molto confusamente e rozzamente) che parlare male degli omosessuali e altre categorie non si può. Dissi che è una sciocchezza, lo ripeto, bastano le leggi che ci sono: così si intasano solo i tribunali.

Ma poi, mi ricordo di Venerdì sera. Quando, ho sentito, confesso stralunato, un lunghissimo e farraginoso e imbarazzato discorso di ‘Zoro’, perfino con aria colpevole, a proposito del fatto che la signora Rula Jebreal si era rifiutata di partecipare alla trasmissione per parlare di Palestina perché era l’unica donna tra otto uomini: diciamola bene in italiano, unica femmina tra otto maschi. Essere uomo o donna è cosa da dimostrare, sempre. E dunque, siccome ora c’è la parità dei sessi o non so cosa, ogni cosa deve essere fatta in modo ‘paritario’: tre invitati femmine e tre maschi; tre ministri femmine e tre maschi; tre amministratori femmine e tre maschi, lo stesso, spero, vale anche per gli imbecilli.
Eh no, proprio no. Ora basta, finiamola!

L’altro giorno è stata nominata a capo dei servizi segreti la signora Elisabetta Belloni. ‘Epocale’ ha gridato, saltando sulla sedia, Lilli Gruber, e così moltissimi altri. Epocale? E perché? No, proprio no, lo ripeto: intanto è femmina, e se è donna lo vedremo, anche se ha svolto certamente alcuni atti di puro eroismo, avendo cercato (con alterno successo) di fare sembrare il Ministro Luigi Di Maio un uomo. Questo è indubbiamente un grande merito (un po’ meno non essersi opposta alla redazione di quella assurda lettera congiunta Blinken-Di Maio, un attentato alla Costituzione, secondo me) ma, senza offesa signora Belloni -che non ho l’onore di conoscere mentre molto mi piacerebbe per capire qualcosa del Ministero degli Esteri, non degli spioni italiani e italo-americani-, non trovo che sia un merito che lei sia donna, che tra l’altro deve prima dimostrarlo. A me, e spero agli italiani, interessa che lei sia brava, competente, capace, seria e (non si stupisca, per favore) onesta e leale.

Ho scritto ‘merito’. Non l’ho scritto per errore. Ma solo per segnalare due cose, la prima delle quali terribile: oggi sta rischiando di diventare un meritoessere femmina. Per cui c’è il rischio (e sottolineo: il rischio, ma fortemente sollecitato da certi atteggiamenti anche di giornalisti) che perequilibraresi scelga una femmina, o, peggio, che al momento della scelta tra maschietto e femminuccia, la seconda prevalga perchè femminuccia. Sapete cosa? Io non credo che una donna la pensi così, penso (mi illudo?) che la signora Belloni pensi e sappia di valere e di valere più di altri, sesso a parte. E penso (non mi auguro) che una donna, femmina, voglia (non solo sappia) essere più brava di un altro, maschio o femmina che sia.

Ma comincio a pensare di essere un illuso. Proprio tornando all’intervista con cui ho iniziato. Da cui il discorso si allarga, e si allarga ad un tema fondamentale per la nostra sopravvivenza come umani (donne e uomini): la libertà di pensiero, in tutti i sensi, e quindi in particolare in senso scientifico, culturale. Perché il problema vero di questi tempi è diventato (non sta diventando) proprio quello, con particolare riferimento alla ricerca scientifica in entrambi i due grandi campi della ricerca scientifica: quella nelle scienze diciamo così naturali o esatte, e quella delle scienze umane.
Quando -correndo, per tenersi in perfetto esercizio fisico, nel tunnel che collegava Ginevra alla Majella, la signora Mariastella Gelmini fece quella spaventosa riforma dell’Università, inventò (in realtà inventarono i suoi consiglieri e mentori effettivi: in gran parte leghisti della prima ora) un meccanismo per il quale la carriera universitaria era tutta un susseguirsi di valutazioni burocratiche dei lavori fatti. Per cui un lavoro che so più lungo valeva di più, una monografia di meno (per un umanista questa è una bestemmia da lavare nel sangue!), un lavoro in uno studio collettivo un’altra cosa e così via.
A questo meccanismo, già in sé assurdo (doveva servire a cancellare i ‘baroni’, che erano già spariti da tempo e si volevano sostituire con nuovi baroncini, che infatti oggi fanno il bello e il cattivo tempo) la burocrazia, sempre pronta a creare orpelli inutili, ma specialmente dannosi, ha aggiunto una serie di assurdità che non tengono minimamente conto della diversità tra le scienze esatte e quelle umane.
Nelle prime, è effettivamente possibile procedere pubblicando via via i risultati (è solo un esempio), cioè irisultatisono visibili, valutabili: quel virus lo hai isolato davvero, quella prova di vaccino la hai fatta davvero, ecc… Nelle scienze umane non è così. I lavori che si fanno, oltre a richiedere molto più tempo, a meno di farne di brevissimi e quindi di pochissimo valore, è difficile valutare quanto valgano, altro che in maniera soggettiva. Trovo convincente e ben scritto il libro di quel filosofo e meno quello dell’altro; mentre un mio collega la pensa diversamente.
Per evitare questi problemi, validi in tutti i campi scientifici esatti e non ma principalmente in quelli umanistici, la burocrazia ha inventato l’idea super: si valuta sul numero delle pubblicazioni, tenuto conto che quelle pubblicate su certe riviste valgono per definizione di più di altre, indipendentemente dal contenuto e dalla ampiezza. Forse, per le scienze esatte funziona. Per quelle umanistiche è devastante. Per poter pubblicare su quella rivista sei inevitabilmente costretto (ci sono anche dei meccanismi burocratici per costringerti: i referee, cioè le valutazioni di studiosi ‘terzi’) a pensarla o a ragionare come quelli che fanno la rivista, che sono evidentemente inseriti in un certo sistema, altrimenti la classificazione non la ottengono. Come dire: se vuoi scrivere sulla rivista teologica dei Gesuiti che Dio non esiste, è molto probabile che ti rifiutino il lavoro. Tu puoi pubblicarlo altrove, certo … ma dove? Perfino gli editori sonoclassificati’: se stampi con quello sei bravo, se stampi con quell’altro sei un fesso.
Risultato, un sempre maggiore conformismo, per usare un termine molto edulcorato. La mancanza di ‘novità’, il rischio che se fai o dici novità fuori del coro, sei fuori del coro … appunto.
È un rischio terribile che si vive nel mondo accademico. E che ha dei risvolti, appunto, nei tentativi sempre più spudorati e sempre più marcati, diobbligareal pensiero dominante. In questo il CNR non è senza peccato, e, visto che è ora diretto da un personaggio super, una femmina, ne vedremo delle belle.
Per cui il divieto di insultare e aggredire qualcuno o qualche idea o comportamento (che è ovvio e largamente previsto), diventa divieto diparlaremale di quelle cose: il divieto di negazionismo, ad esempio, il divieto di parlare male degli omosessuali o di chi cambia sesso, ecc.

Sarà un caso? Ma questi atteggiamenti e comportamenti stanno diventando dominanti, sono diventati patrimonio del ceto dominante. Non solo nell’accademia, anzi! Quando il bacio a Biancaneve o Cappuccetto rosso o Mozart sono a rischio, come sottolinea con energia Giorgia Serughetti, è la civiltà che è a rischio, e forse si comprende meglio l’indifferenza, specie deipotenti‘, di fronte al massacro di civiltà in Palestina, ad opera di un popolo che alla propria civiltà sembra avere abiurato (… calmi, non è un errore di sintassi!).
E tutto ciò, come i ‘criteri’ accademici, diventa uno strumento di potere, anzi, di oppressione. In compenso, pare, siamo in piena egemonia culturale del grillismo: lo dice un grande giornalista, che dirige forse ‘Libero‘, o ‘il Giornale‘, o ‘Domani‘, o ‘Huffingtonpost‘, non ricordo.
Come direbbe Zaia, non potendolo fare: pensateci!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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