lunedì, Maggio 10

Opinione pubblica e politica in Australia field_506ffb1d3dbe2

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L’Australia è un Paese giovane e indipendente da poco più di un secolo, la cui piramide delle età mostra chiaramente come la popolazione sotto i 35 anni sia la metà della popolazione totale. L’elevato indice di sviluppo umano  -il più alto al mondo assieme alla Norvegia- comporta che in media la popolazione australiana non sia soltanto giovane, ma anche benestante, tecnologica e attenta a ciò che accade nel proprio Paese. Per anni il mondo della politica ha dovuto confrontarsi quindi con un’opinione pubblica cosciente e preparata, educata al rispetto per le istituzioni e poco avvezza a giochi di potere e corruzione.

Allo stesso tempo, l’impostazione federale dell’Australia risulta in una politica radicata nel territorio ed attenta alle istanze locali, presentandosi al cittadino non come qualcosa di remoto e inaccessibile, ma come una risorsa vicina e tangibile. Questo duplice percorso del rapporto politica/cittadini rivela una società ben strutturata e attenta ai diritti dei cittadini che spesso, nel corso degli anni, non hanno mancato di far sentire la propria voce in merito a questioni di rilevanza nazionale. Il primo, importante dato che emerge è che l’Australia, cosi’ efficacemente isolata dal resto del mondo, presta un’attenzione molto ampia ai temi di politica interna, sia a livello nazionale che a livello locale, concedendo invece ai grandi temi internazionali un’attenzione altalenante e meno interessata.

Ad influire su questo approccio degli australiani è senz’altro la posizione geografica del Paese, così lontano dagli scenari internazionali, ma anche la geografia interna, che vede i maggiori centri urbani lontani centinaia o migliaia di chilometri l’uno dall’altro. Questa attitudine a privilegiare gli interessi nazionali viene tuttavia bilanciata dalla politica estera australiana, storicamente molto impegnata anche in contesti geopolitici molto distanti.

L’Australia, infatti, a partire dalla sua indipendenza del 1901, ha partecipato a più conflitti con gli USA del Regno Unito, marcando la propria presenza logistica e militare in tutti i grandi momenti del secolo scorso, dalla Prima alla Seconda Guerra Mondiale, dalla Guerra di Corea a quella del Vietnam, dalle Guerre del Golfo a quella in Afghanistan. Il ruolo dell’opinione pubblica è stato, in questa ed altre vicende, essenziale nel supportare l’operato dei governi o, in diversi casi, per minarlo alla base come nel caso della logorante guerra in Vietnam. Durante quest’ultima, infatti, la popolazione australiana, in linea con quanto accadeva in diversi Paesi impegnati nel conflitto, ha manifestato il proprio dissenso in maniera forte, organizzata e persistente, portando il Governo a ritirare le proprie truppe due anni prima degli alleati americani, complicando non poco i rapporti diplomatici.

L’Australia è inoltre il Paese maggiormente impegnato nell’Arco di Instabilità –un insieme di Stati e Nazioni caratterizzati da instabilità politica, economica e sociale che sovrasta da nord il subcontinente australiano. Se l’interesse dei governi verso questi territori è stato, negli anni, ai massimi livelli, diversamente non si può dire dell’attenzione dell’opinione pubblica australiana, estremamente interessata all’evolversi di situazioni potenzialmente catastrofiche nel proprio contesto geopolitico.

Questo concetto è stato spiegato in un noto discorso del 2008 dell’ex Ministro della Difesa australiano Brendan Nelson: «Non possiamo permetterci di avere stati che falliscono nella nostra regione. Il cosiddetto ‘Arco di Instabilità’, che in sostanza passa da Timor Est a tutti gli stati del sudest del Pacifico, implica per l’Australia non solo la responsabilità di prevenire ed assistere situazioni di emergenza, ma anche che non possiamo permettere che nessuno di questi stati diventi un paradiso per il crimine internazionale, e nemmeno per il terrorismo» e rafforzato dallo Statuto di Sicurezza Nazionale dello stesso anno, che prevede «Capacità di azione indipendente e priva di interferenze esterne, stabilità dei paesi limitrofi, mantenimento di un ordine internazionale fondato sul diritto, sicurezza dei cittadini australiani e opportunità di crescita economica e prosperità».

L’interesse dell’Australia nel pacificare situazioni di instabilità risulta nel lunghissimo numero di missioni di pace effettuate nel corso degli anni, ma ha comportato, parallelamente, un grande numero di atti di terrorismo compiuti nei suoi confronti. Gli attentati suicidi e gli assassinii mirati sono stati decine, soprattutto a causa dell’impegno australiano a fianco degli Stati Uniti e del comando delle operazioni nell’Arco di Instabilità. I più efferati sono stati, tuttavia, quelli rivolti nei confronti dei turisti australiani a Bali, in Indonesia, come quello del 2002, che provocò 202 morti, di cui 88 Australiani. L’attentato, preceduto e seguito da altri di minore entità, scatenò un forte dibattito interno riguardo la sicurezza dei cittadini australiani all’estero e circa gli effetti delle politiche estere australiane nel breve termine.

Altre categorie di eventi che legano indissolubilmente azione politica e opinione pubblica sono rappresentate dalla questione aborigena, storica fonte di dibattito interno, e dal problema dell’immigrazione illegale, un fenomeno di grande portata non dissimile da quanto avviene in Italia. Solo nel 2012 sono stati più di 17.000 gli immigrati irregolari arrivati via mare, mentre un numero imprecisato di morti ogni anno cattura l’attenzione mediatica e politica. Gli australiani sono accomunati dallo sgomento per queste tragedie che continuano a susseguirsi, ma sono divisi circa i metodi da adottare per porvi una fine. Circa il 15% della popolazione ritiene infatti che le politiche migratorie del proprio paese siano eccessivamente dure, non lasciando spazio all’immigrazione in Australia per chi effettivamente ne abbia necessità.

La gran parte degli australiani, tuttavia, è convinta che tali tragedie debbano essere evitate con misure di prevenzione, senza autorizzare quello che sarebbe altrimenti un fenomeno demografico distruttivo per una popolazione di soli 23 milioni di abitanti. Questa visione risulta chiara dai continui sondaggi dei principali organi di informazione australiani, e viene riflessa fortemente dai due principali partiti politici – laburisti e liberali – i quali condividono un’impostazione fortemente protezionistica dal punto di vista migratorio nonostante siedano ai lati opposti del parlamento. Unica, importante eccezione è rappresentata dai Greens, i Verdi australiani, che danno voce a quella parte minoritaria dell’opinione pubblica che chiede maggiore elasticità nel valutare i casi di asilo politico. Le politiche migratorie australiane sono considerate tra le più restrittive al mondo e hanno spesso previsto, come nel caso attuale, misure che prevedono l’utilizzo di navi della marina militare per pattugliare le coste e la costruzione di strutture di detenzione temporanea per gli immigrati arrivati via mare, edifici che sono tuttavia situati in paesi limitrofi e quasi mai sul territorio nazionale.

I sondaggi di opinione mostrano come gli australiani abbiano cambiato idea nel corso degli anni riguardo alle politiche migratorie da adottare. Alla fine degli anni ’70, infatti, circa il 60% degli intervistati dichiarava di tollerare un numero moderato di migranti irregolari nel proprio Paese, mentre nel 1993 il 50% della popolazione chiedeva al proprio Governo di rispedire indietro i barconi di immigrati. Nel 2001 era il 60% a chiedere tolleranza zero nei confronti di questo tipo di migranti, mentre oggi questo numero è ancora aumentato.

In sostanza, i governi statali e federali non accolgono sempre e comunque le istanze del popolo, specialmente in situazioni dove sia necessaria una discussione con partner internazionali, ma cercano di assecondarle sempre quando possibile. Questo è dovuto, in parte, al rapporto sempre più stretto tra elettore ed eletto, possibile grazie ad un uso diffuso e costante dei social network da parte di entrambi. Le discussioni tra politici e cittadini infatti, soprattutto via Twitter e Facebook, sono un meccanismo di comunicazione condiviso e quotidiano ormai da diversi anni. Un’ulteriore causa dello stretto rapporto tra cittadini e politica è rappresentato dalla flessibilità della politica australiana, la quale ha dimostrato spesso di anteporre il consenso dei cittadini alla stabilità politica, come dimostrato dal succedersi di ben tre governi nell’arco dei mesi scorsi.

In sintesi politica e opinione pubblica rappresentano due facce della stessa medaglia in Australia, entrambe con la bussola fermamente puntata verso i temi di immediato interesse nazionale. Storico è stato, ad esempio, il pronunciamento dei cittadini australiani in occasione del referendum del 1999 per trasformare l’Australia da Monarchia Costituzionale a Repubblica, conclusosi con un netto dissenso dell’opinione pubblica per quest’ultima forma di governo. Le conseguenze di questa scelta sono state importanti sotto numerosi punti di vista, compresa la presenza di diversi leader monarchici a capo del Paese, come l’attuale Primo Ministro Tony Abbott.

Il rapporto tra politica e opinione pubblica in Australia è quindi stretto e influenza reciprocamente le due parti, risultando in una duplice gratificazione nel caso di leggi efficaci ma anche in una doppia responsabilità nel caso di scelte improprie da parte dei governi.

 

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