domenica, Aprile 18

OPG, la storia infinita field_506ffb1d3dbe2

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Le indiscrezioni a Montecitorio circolavano da una settimana. Ora sono state ufficializzate, con la presentazione della relazione dei Ministeri della Salute e della Giustizia: serve una nuova proroga, rimandata di almeno un paio d’anni la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG). Dopo mesi di inerzia e di lentezza, molte Regioni hanno consegnato i programmi per realizzare le strutture che devono sostituire gli ex manicomi giudiziari. È quanto emerge dalla relazione sulla chiusura degli OPG, ma comunque sarà impossibile rispettare i tempi fissati a primavera 2014, dalla precedente proroga.

Secondo la relazione che monitora «lo stato di attuazione dei programmi regionali relativi al superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari», inviato ai Presidenti di Camera e Senato, le stime per la chiusura di strutture che lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha definito «autentico orrore indegno di un paese appena civile», non sono realistiche, perché non tengono conto dei ‘tempi congrui’ necessari, dal punto di vista tecnico, per avviare i piani regionali. Piani che, attraverso appalti pubblici, prevedono la costruzione dei cosiddetti ‘Rems (Residenze per l’Esecuzione della Misura di Sicurezza), pensate per ospitare poche persone per volta e di competenza del Ministero della Salute, e non più della Giustizia, come oggi avviene.

Per quel che riguarda i tempi ipotizzati, si va dai 6 mesi stimati dalla Basilicata ai  24 del Piemonte; la Lombardia chiede addirittura quasi tre anni; Abruzzo e Molise non meno di 15 mesi, come Calabria e Campania.

«La nuova richiesta di proroga per la definitiva chiusura degli Opg ci sarà», dice il Sottosegretario alla Salute Paolo Fadda, «per mettere le Regioni nelle condizioni di poterlo fare. Per questo conterrà anche misure per aiutarle a velocizzare l’iter da un punto di vista burocratico e vedrà il massimo impegno per la sottoscrizione di accordi politici tra diversi enti locali». Chissà. «Oltre ai programmi per le spese dovute alla costruzione di nuove strutture», conclude Fadda, «chiediamo alle Regioni anche i programmi per le spese correnti, ovvero quelle destinate a potenziare i servizi territoriali, proprio per sottolineare quanto sia importante una corretta presa in carico del paziente, una volta dimesso».

Virtuoso per la sanità che offre ai cittadini, meno per l’attenzione che rivolge ai pazienti psichiatrici condannati a internamento: il Veneto era la sola Regione che, al 15 maggio 2013, data di scadenza prevista dall’ultima Legge Proroga che fissa al primo aprile 2014 la chiusura degli OPG, non aveva ancora presentato il programma per la costruzione di strutture alternative dove ospitare pazienti presenti negli ospedali psichiatrici giudiziari. Tutte le altre Regioni hanno presentato invece progetti che ora sono al vaglio del Ministero dell’Economia. Molte, come Liguria ed Emilia Romagna, si distinguono per aver utilizzato finanziamenti in modo definito ‘virtuoso’: hanno ridotto la spesa in conto capitale, ovvero per il mantenimento delle strutture, e investito in risorse per la parte corrente, vale a dire servizi sul territorio.

Questa degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari è una storia infinita. Chi scrive ha visitato tutti i sei OPG disseminati nel Paese. Visite e colloqui spesso strazianti, che mi hanno fatto toccare con mano una realtà fatta di dolore e di sofferenza. Persone spesso rinchiuse in quelle strutture per reati futili, e che non riescono ad uscirne più, condanne che si susseguono anno dopo anno, spesso semplicemente perché per queste persone, bisognose di cure e di assistenza, mancano i mezzi, il personale specializzato, le risorse. Così, anno dopo anno, le si lascia vegetare negli OPG: che dovrebbero essere luoghi di cura, e sono, invece, luoghi di tortura e di sofferenza; e questo nonostante medici, volontari, personale, agenti di Polizia penitenziaria cerchino lodevolmente di fare di tutto e di più, per attenuare una situazione che è semplicemente indecente. Gli agenti di Polizia penitenziaria, per esempio: è incredibile che siano mandati allo sbaraglio, senza alcuna preparazione, e imparino ‘sul campo’ a gestire dei malati, dei pazienti che a volte possono essere pericolosi per gli altri e loro stessi. Mi ha molto colpito, per esempio, ad Aversa un agente che spesso doveva fare i turni di notte, da solo controllare una camerata con una trentina di internati, e a un certo punto mi ha detto: “Sa, comincio a sentire anch’io, le voci”…

Difficilissimo uscire da un OPG, facilissimo entrarci. L’internamento si applica in due fattispecie: aver commesso un fatto previsto dalla legge come reato doloro, punito in astratto con la reclusione superiore nel massimo a due anni; essere socialmente pericoloso, e tale è considerata la persona, anche se incapace, che ha commesso un reato, ed è probabile che ne commetta di nuovi. E’ quindi un giudice che deve desumere la pericolosità sociale di una persona, da circostanze indiziarie: alcune riconducibili al cosiddetto ‘fatto di reato’; altre -per usare una formula giuridichese- di ‘natura soggettiva evocative della capacitò a delinquere della persona’. Insomma, si naviga a vista. Così, ecco Antonio: il ‘soggiorno’ nell’OPG di Napoli Secondigliano gli è stato prorogato per ben 28 volte; Francesco da più di dieci anni spera nella libertà che gli viene sempre negata; Leonardo Marco negli OPG c’è da 25 anni, inizialmente la misura di sicurezza prevedeva 24 mesi. E poi forse il caso più noto, quello di Vito De Rosa, internato nel 1955 nell’OPG di Napoli Secondigliano, e da lì non è mai uscito, neppure un permesso di poche ore; se ha lasciato la cella lo si deve al presidente Ciampi che lo ha graziato nel 2003.

Ora mentre la situazione generale del carcere in Italia è disastrosa, anche perché ci si ostina a stipare più di 60mila persone in strutture che ne potrebbero contenere poco più della metà, per quel che riguarda gli OPG si parla di poche migliaia di persone. Alcune di loro certamente hanno commesso reati gravi, delitti raccapriccianti, mentalmente sono disturbati e hanno bisogno di particolari cure e assistenza che comunque non viene loro assicurata; altri, invece, potrebbero essere dimessi subito: certo il loro dire e il loro fare può apparire un po’ strano, ma insomma non fanno nulla che giustifichi quello stato di detenzione. Restano dentro semplicemente perché non si sa dove mandarli, le Regioni che dovevano approntare una rete di assistenza, in buona parte non l’hanno fatto; così da una parte si cancellano gli OPG con un tratto di penna; dall’altra non si assicurano le risorse per poter assicurare a quei malati le cure di cui hanno bisogno.

Gli OPG sono strutture dipendenti dal Ministero della Giustizia per la parte relativa alla sicurezza, e dalle ASL per ciò che concerne l’aspetto sanitario. Stiamo parlando di sei strutture: Napoli, Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino e Castiglione delle Stiviere; la loro popolazione è variabile, diciamo tra  1.000 e 1.500 detenuti. Sono null’altro che prigioni dove sono detenute persone che hanno commesso reati e sono state dichiarate incapaci di intendere e di volere, non responsabili di quello che hanno fatto. In queste strutture il detenuto-malato non viene assistito e aiutato a superare il suo disagio mentale. Vegeta in una cella e basta: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Si sta parlando di poche migliaia di persone, e molti dei detenuti negli OPG si trovano lì semplicemente perché lì sono stati parcheggiati, ma in realtà hanno commesso reati irrisori e non sono pericolosi, dal punto di vista psichiatrico, né a loro stessi, né agli altri. Che un Paese come il nostro non sia in grado di assisterli adeguatamente è da una parte incredibile, dall’altra vergognoso.

 

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