mercoledì, Settembre 29

Opere pubbliche, il silenzio delle incompiute field_506ffbaa4a8d4

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Le cifre si susseguono, si possono fare diverse operazioni e altrettante considerazioni sull’andamento in generale, ma l’algebra può solo disegnare i contorni di uno scenario decadente e avvilente. Per cercare di capire quali sono gli effetti reali di questi dati, occorre chiedersi innanzitutto quali sono i criteri per cui una costruzione è dichiarata ‘incompiuta‘. Il già citato decreto legge n. 42 riconosce un’opera pubblica come incompiuta qualora non sia stata completata per uno o più dei seguenti motivi: mancanza di fondi, cause tecniche, modifica o creazione ex novo di norme tecniche o disposizioni di legge, fallimento dell’impresa appaltatrice, mancato interesse al completamento da parte della stazione appaltante, dell’ente aggiudicatore o di altro soggetto aggiudicatore. Poste queste condizioni, rimane da capire se siano stati pensati degli strumenti legislativi utili a combattere l’abbandono dei cantieri e a tal proposito interviene l’Avvocato Marco Parini, Presidente di Italia Nostra, associazione nazionale che da decenni si occupa della tutela del Patrimonio storico, artistico e naturale della nazione: “Per quanto riguarda le opere pubbliche normalmente vengono fatte delle gare d’appalto ed è previsto un termine per la consegna dei lavori e di norma sono previste anche delle clausole penali. Tuttavia può accadere che una fra le aziende che non si vede aggiudicato il lavoro faccia magari ricorso e chieda di bloccare i lavori tramite la sospensiva dei lavori. Accade quindi che volte il Tar debba bloccare i lavori, magari per lungo tempo. Può verificarsi anche un’altra circostanza, ovvero che l’azienda che si aggiudica i lavori finisce nei guai: fallisce, non ha più risorse oppure si trova ad affrontare grossi problemi. Quest’ultimo rappresenta uno dei casi più frequenti di interruzione dei lavori, soprattutto oggi in periodo di crisi, e in cantieri che non sono destinati alla costruzione di opere di grandi dimensioni. Infine le cause sono da rintracciare nei lunghi periodi e lunghi termini per eseguire i collaudi di questi lavori e questo è sicuramente un caso di incuria molto grave della pubblica amministrazione”. Inoltre, la causa forse più preoccupante della sospensione dei lavori edili è il sequestro del cantiere disposta dopo la verifica dell’incongruenza fra il progetto e l’opera che effettivamente si sta realizzando, che quindi non risulta né prevista né tanto meno autorizzata.
Il fenomeno dell’abusivismo edilizio e del corollario consumo del suolo è legato a doppio filo alla proliferazione di opere incompiute e non solo distrugge irrimediabilmente l’ambiente, ricchezza fondamentale dell’Italia, ma alimenta il giro d’affari di organizzazioni criminali e mafiose. Di difficile comprensione è il fatto di come sia possibile che queste operazioni abusive si notino soltanto a metà dell’opera e nessuno si chieda che tipo di costruzione stia per sorgere su quel terreno. Eppure un edificio, anche se al principio del processo di costruzione, si nota facilmente. L’avvocato Parini spiega che: “Questa è colpa dei Comuni che a volte tendono a ‘chiudere un occhio’, mentre dovrebbero effettuare dei controlli con grande attenzione. Si tenga altresì presente che, in base alla normativa vigente, il comune può sequestrare e anche arrivare alla confisca del bene abusivo, ma è raro che i Comuni lo facciano. I motivi possono essere rintracciati nell’incuria, nelle lentezze burocratiche e forse anche, in alcuni casi, in uno stato di colpevole convivenza”. Si capisce quindi come gli organi preposti alla gestione del territorio, perlomeno sotto il profilo urbanistico, e alla valutazione delle richieste di autorizzazione per l’inizio di nuovi lavori siano i Comuni e le istituzioni locali, le stesse che incontrano spesso la fiducia dei cittadini poiché vengono considerate come le più vicine alle esigenze specifiche della comunità e dell’area territoriale di loro competenza.
La vicenda, nel suo complesso, assume caratteristiche ancora più gravi quando si ricorda che l’analisi condotta si concentra sulle opere di interesse pubblico che dovrebbero essere quindi seguite e controllate nel modo più efficace possibile. Stiamo parlando di infrastrutture stradali, scuole, caserme, parcheggi, ospedali e altre installazioni che incidono sulla qualità sociale della cittadinanza e per la realizzazione delle quali lo Stato, anche e soprattutto nelle sue ramificazioni periferiche, dovrebbe mostrare la massima attenzione e incorruttibilità. Tuttavia, non si tratta solo di opere che rappresentano concretamente ciò che viene definito ‘bene comune’, ma anche la questione ambientale è gravemente minacciata dall’abusivismo da parte delle aziende edili e dalla negligenza delle istituzioni.
Interviene nel merito Stefano Lenzi, responsabile dell’Ufficio relazioni istituzionali della sezione italiana dell’associazione internazionale WWF dichiarando che: “Questo nostro Paese viene chiamato impropriamente ‘Bel Paese’ perché a proposito di scempi dalle Alpi alla Sicilia ne abbiamo fatti parecchi lungo il corso del tempo. Basta pensare all’abusivismo edilizio, allo sviluppo incontrollato delle città, alle infrastrutture iniziate e mai terminate, ai svariati porti e porticcioli che sorgono indiscriminatamente lungo la costa e posso illustrare molti altri esempi. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti dovrebbe riflettere su quali sono i meccanismi che favoriscono questo fenomeno. Per esempio, in questi giorni dovrebbe svolgersi la revisione della legge sugli appalti e le norme collegate, fra le quali c’è il fatto di poter costruire non tanto per lotti funzionali, cioè un’opera che si sviluppa all’interno di un progetto a lungo termine,ma per i cosiddetti lotti costruttivi, che tendono ad escludere le considerazioni di logica funzionale e questo si finisce col dare luogo ad opere incompiute”.
Le osservazioni riguardanti l’impatto ambientale delle costruzioni, soprattutto se “la costruzione riguarda un bene che si trova in un area vincolata dal punto di vista paesaggistico o comunque un’area monumentale di interesse storico-artisticoprecisa Stefano Lenzi, risulta estremamente importante oltre che obbligatoria perché fa parte di quel bene comune che dovrebbe essere obiettivo e vettore di tutte le politiche messe in atto da uno Stato democratico.
L’aggiornamento annuale del documento che permette di catalogare tutte le opere pubbliche incompiute  è sicuramente uno strumento utile per le fasi di ricognizione e, se vogliamo, di monitoraggio delle contromisure. Ma quali sono queste contromisure? L’andamento fin’ora non è stato incoraggiante, segnando sempre un incremento del numero totale, ma il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Del Rio, ha dichiarato alla stampa che «Dobbiamo andare oltre la stesura dell’elenco e istituire a cura del Ministero un’apposita task force che, così come avvenuto con l’Agenzia della Coesione per i Fondi europei, segua punto per punto le opere meritevoli di essere completate», come riporta il sito web de ‘Il Sole24ore’. Intento condivisibile, certo, ma lo scenario che si prospetta nei prossimi giorni probabilmente sarà diverso. Il Parlamento, infatti, sta discutendo in merito al disegno di legge promosso dal Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, Marianna Madia, che prevede un profondo cambiamento degli assetti dell’amministrazione pubblica, fra cui anche le procedure di autorizzazione dell’inizio dei lavori per una nuova costruzione. In particolare, il decreto introduce il meccanismo del silenzio-assenso delle istituzioni coinvolte, in nome della solita nenia ‘sveltire le procedure’ oppure ‘snellire la burocrazia’. La soluzione proposta prevede che nel caso in cui gli organi che si occupano della tutela del territorio di interesse paesaggistico, artistico o ambientale non si dichiarino espressamente a favore o contro l’inizio dei lavori entro il limite di 60 giorni, il loro silenzio venga considerato come assenso all’istanza presentata. Numerose sono state le reazioni in opposizione a questa e ad altre disposizioni contenute nel disegno di legge nato su iniziativa del Ministro Madia: il responsabile delle relazioni istituzionali di WWF Italia afferma che: “Non c’entra niente con lo sveltimento delle procedure. Il problema è appunto rispetto alle amministrazioni che si occupano della tutela, come è possibile pensare che non si abbia un parere esplicito quando i beni tutelati costituiscono un patrimonio irrinunciabili per il Paese? Perché si intendono appunto i beni ambientali, paesaggistico –territoriali o i beni culturali. Sarebbe un precedente gravissimo l’ammissione del fatto che si possa bypassare il parere esplicito di queste amministrazioni perché questi sono i beni che fanno grande la ricchezza dell’Italia”. A ben vedere, questa proposta non è nuova. L’idea del Governo guidato da Matteo Renzi assomiglia molto a quella inserita nella legge 80/2005 promossa dall’allora Governo di Silvio Berlusconi, poi respinta per merito dell’impegno e dell’ informazione della società condotte dalle associazioni ambientaliste. Stefano Lenzi lo sa bene e conclude: “Non è la prima volta che ci siano opinioni contrastanti su questi temi spinosi, ma ignorati comunque dal Parlamento. Ci auguriamo in questo caso, visto che il Ministro Marianna Madia sembra concentrata sul suo obiettivo, che ci sia un’azione correttiva magari dello stesso Governo. Tuttavia, se dovessi provare a pronosticare l’epilogo della faccenda, vedendo anche quello che succede su altre materie, non mi pare che questo Governo sia disposto a correggere più di tanto qualcosa. D’altra parte, la speranza è l’ultima a morire”.
Il Presidente di Italia Nostra, infine, aggiunge un particolare: “Tenga presente che ogni città, ogni centro abitato è dotato di strumenti urbanistici che sono il piano regolatore o il piano di governo del territorio, nel caso di Comuni di più avanzata pianificazione territoriale. Ci sono, invece, all’esterno dei centri abitati quelle zone per esempio sottoposte a normative a tutela dei parchi che sono anche parchi di cintura metropolitana o di altra fascia e anche qui si stabiliscono delle norme. Ecco quindi che abbiamo sostanzialmente un’impalcatura normativa che riguarda tutte le varie tipologie del territorio, non esistono territori privi di documentazione, di pianificazione e di regole. Il problema è rispettare le regole”.
Ecco, il rispetto delle regole è l’unica, vera soluzione al problema delle opere incompiute e di tutto ciò che ne consegue, che nasconde i germi delle perversioni sociali: l’abusivismo, il consumo del suolo, il danno ambientale, la proliferazione di organizzazioni criminali e mafiose, la negligenza e la ‘colpevole convivenza’ delle istituzioni, la superficialità con la quale alcuni cittadini ignorano la questione.
Non serve quindi trovare meccanismi nuovi, soprattutto quando assomigliano ad un imbarbarimento delle dinamiche politiche camuffate da idee semplificative, nemmeno l’intervento del ‘salvatore della patria’ di turno. Le leggi non mancano. Manca, forse, la responsabilità da parte di tutti noi. L’esercizio costante della coscienza civica collettiva.

 

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