martedì, Settembre 21

Operazione Stella Azzurra: l'incubo dei Sikh Lungo combattimento con le spade nel Tempio d'Oro di Amritsar

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Akal Takht sikh

Delhi – Sono già passati 30 anni, da quando l’esercito indiano sferrò un attacco feroce contro il santuario Akal Takht, nel famoso complesso del Tempio d’Oro; ma le ferite allora inferte alla comunità Sikh non sono state ancora guarite. Malcontento e rabbia latenti sono sfociati in un lungo combattimento con le spade, che si è svolto il 6 giugno 2014 all’interno del complesso del Tempio d’Oro di Amritsar, città del Punjab. 

L’operazione militare del 1984, la cosiddetta “Operazione Stella Azzurra”, si era svolta là, negli stessi luoghi dello stato indiano del Punjab, ed è ancora un incubo sia per chi ha vissuto quei giorni, sia per chi ha ascoltato il racconto dei testimoni oculari.

Come ha detto in un suo pezzo recente Mark Tully, il corrispondente BBC che si trovava a Delhi nei giorni dell’operazione del 1984 e che ne ha garantito la copertura per BBC radio, «Verso le 7.30 del mattino del 6 giugno 1984 esplode l’operazione Stella Azzurra, una delle più straordinarie battaglie della storia militare. Gli scontri sono iniziati quando i carri armati indiani hanno bombardato il santuario sikh, l’Akal Takht, con proiettili esplosivi da 105 millimetri, ad alto potenziale e testa schiacciabile. Il Tempio d’Oro di Amritsar si trova esattamente di fronte al santuario dei Sikh.  Il complesso che li accoglie entrambi era stato occupato e fortificato da un predicatore Sikh fondamentalista, Sant Jarnail Singh Bhindranwale, che voleva fondare il Khalistan, la patria dei Sikh. L’assalto ha rappresentato il momento culminante delle ben nove ore di strenui combattimenti tra l’esercito indiano e i seguaci di Bhindranwale, armati e bene addestrati. I Sikh dell’India e dell’Occidente furono scandalizzati da quella che resta, per loro, la profanazione di un luogo sacro. Dopo 30 anni, quella rabbia c’è ancora».

Mentre il governo indiano ammise di aver perso nell’assalto quasi 600 uomini, inclusi 83 membri dello staff militare, fonti indipendenti sostengono che il numero fu di 5000 persone, forse anche di più. La battaglia si trasformò in “un massacro” e lo spazio davanti alla Akal Takht in un “campo di morte”, Tully qui cita le parole pronunciate dal Maggior Generale Kuldip Singh Brar, il generale di corpo d’armata dell’esercito indiano che comandava l’operazione.

Anche se il governo di allora, guidato dal Congresso di Indira Gandhi, giustificò l’attacco militare contro il centro religioso di una comunità come un atto del governo contro un movimento separatista armato, per i membri della comunità “fu un assalto al sentimento religioso”dei Sikh.

L’operazione, che era partita come attacco militare al complesso di Harmandir Sahib, fu in seguito allargata all’intero stato, e anche oltre. Il personale dell’esercito fu autorizzato ad agire contro chiunque fosse sospettato di essere un separatista. I Sikh residenti in ogni parte del mondo considerano invece quest’azione militare come un’umiliazione ai danni della loro comunità religiosa, pertanto la loro ira è ancora più grande.

La domanda è immediata: perché il governo si è dovuto impegnare in una operazione militare così dura solo per frenare un movimento innervato da un forte nazionalismo regionale e culturale? S tratta, a tutti gli effetti, di una questione a sfondo politico.

Sant Jarnail Singh Bhindranwale, l’ideologo che ha ispirato la nascita del movimento Kalisthan (la ricerca di una patria per i Sikh), per molti anni ha affermato come la comunità venisse largamente ignorata, semplicemente perché il governo faceva gli interessi della maggioranza della popolazione indiana, di fede Indù. Ispirandosi alle sue prediche, i giovani seguaci di Bhindranwale crearono un vero e proprio regno del terrore nel Punjab. Anche i poveri abitanti dei villaggi e i lavoratori pubblici, tra cui i membri della polizia, vi furono coinvolti.

Per un suo semplice vantaggio elettorale l’allora primo ministro Indira Gandhi si alleò, politicamente, con Bhindranwale: voleva trasformare la sua popolarità in voti. Non assunse iniziative nemmeno dopo che Bhinderwale ebbe preso il Tempio d’Oro, cominciando a dirigere l’operazione da là dentro. Più tardi, quando le cose sfuggirono al suo controllo e le persone iniziarono a perdere fiducia nel governo, Gandhi dovette rinunciare all’ipotesi di una riconciliazione con i capi della comunità Sikh e ordinò all’esercito e alla polizia di schiacciare il movimento separatista.

In ogni caso, Gandhi avrebbe presto pagato caro il suo legame politico di odio-amore con Bhinderwale e anche la decisione di aver voluto occupare il santuario religioso dei Sikh con un’operazione militare. Il 31 ottobre del 1984 Indira Gandhi sarebbe stata colpita a morte proprio dalle sue guardie del corpo Sikh.

L’assassinio di Indira Gandhi ha giustificato successive e terribili aggressioni contro i Sikh. Le rivolte anti-Sikh sono costate la vita a oltre 2000 persone, nella sola capitale di Delhi. Molti ritengono non sia stato altro che un genocidio, progettato da un partito politico che voleva vendicarsi dell’assassinio del suo leader.

Indagini condotte da Cobra Post, centro e agenzia di giornalismo investigativo, hanno svelato che i leader dei partiti di governo si servirono della polizia federale per impartire una lezione ai Sikh.

Sono passati 30 anni, ma tra i leader del partito del Congresso, oggi al potere, che sono stati accusati di avere avuto un ruolo nelle violenze contro membri della comunità Sikh, nessuno è stato condannato. Un altro motivo perché la rabbia continui a ribollire, all’interno di una comunità che ancora oggi attende giustizia.

Il solo risultato di tutto questo è che il movimento Khalisthan per una patria separata è entrato nella storia. Perché il malcontento si possa spegnere, bisogna però impegnarsi ancora seriamente per placare i sentimenti dei Sikh, ancora feriti.

 

(Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli)

 

 

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