lunedì, Ottobre 25

Opera, che passione field_506ffb1d3dbe2

0

opera

Chi sono i melomani? Quelli che hanno la mania per le mele (una mela al giorno toglie il medico di torno), che bevono solo sidro e mangiano solo marmellata di cotogne? Oppure quelli che hanno le mani così grasse da averle a forma di mela? Oppure quelli che hanno la mania del miele (latino: mel-mellis) come dolcificante al posto dello zucchero (prevalentemente salutisti fissati per le tisane serali …)? O coloro i quali senza melatonina non riescono ad avere un sonno regolare?

Nulla di tutto ciò. I melomani sono gli appassionati del melodramma, quelli cioè che hanno la passione o la mania per l’Opera lirica. Appassionati, quindi, del teatro musicale, delle sue vicende, dei suoi protagonisti, del suo ambiente.

Consideriamo melomani tutti coloro che indistintamente amano l’opera, dal semplice appassionato di un certo autore o di un certo titolo, a quello rimasto folgorato da un certo artista in una qualche rappresentazione o in una qualche registrazione, fino al collezionista di cimeli o di dischi a 78 giri; come pure il conoscitore di tutte le registrazioni esistenti che cita con precisione impressionante gli artisti, le date, i luoghi, o il presenzialista che spende cifre notevoli per viaggiare ed essere presente alla prima tale in quel teatro o al nuovo allestimento tal’altro in quel festival.

Qualcuno penserà: “Non sono tanti”. Certo, considerando quanto scarsa sia la produzione di Opera in Italia (che ne è la patria!), quanto poca se ne veda in televisione, o quanto per nulla se ne parli a scuola vien da pensare che ormai interessi solo ad un gruppo veramente esiguo di persone. E invece no, sono molti di più di quanto non si immagini. Basti pensare che mediamente una trasmissione televisiva su un canale nazionale che trasmetta un opera lirica o parti di essa, in orari normali, supera il milione di spettatori! Non sono poi così pochi, magari un numero inferiore a quello dei tapini che vengono intrattenuti per interi pomeriggi da chiacchiere inutili e pettegolezzi irriverenti (il cosiddetto gossip), ma comunque una cifra considerevole (i tapini guardano le trasmissioni di gossip anche perché non c’è  niente di meglio in televisione …).

A girovagare sui social si incontrano decine di pagine create da gruppi di appassionati, ciascuno con migliaia di iscritti e con uno scopo “sociale” ben definito: celebrare un certo cantante o un certo repertorio, ricordare gli interpreti di un’epoca passata o più semplicemente creare una personale vetrina per esprimere le proprie opinioni sull’argomento della passione.

Ovviamente, non essendo più l’Opera lirica lo spettacolo per eccellenza, quale era in passato, non riscuote più l’attenzione costante dei mezzi di comunicazione come avveniva fino ad alcuni decenni fa. Allora i divi del teatro musicale erano amati come le star del cinema e sui rotocalchi impazzavano storie di rivalità vera o presunta tra dive o veniva immortalato, da una sequenza fotografica, l’arrivo del tenore tale al teatro d’oltreoceano, o si vedevano i fan impazziti che si tuffavano in mare per accompagnare la nave che salpava dal porto per riportare in patria una diva … L’Opera continua, però, a esercitare il suo fascino sugli animi degli appassionati e la rete ed i social rappresentano lo sfogo privilegiato per tanta passione musicale.

I melomani, naturalmente, si possono dividere in più categorie: quelli legati ad un recente passato, quelli entusiasti del presente, quelli che cercano una mediazione tra recente passato e attualità, quelli che si rifugiano in un mondo fatto di registrazioni storiche, scricchiolanti ma suggestive, arricchite da foto in bianco e nero e dalla patina del mito consolidato. Ognuno trova la sua sintesi, il suo coinvolgimento, il suo appagamento.

A voler essere più sintetici, però si può dividere il popolo melomaniaco in tre grandi categorie: i passatisti, i presentisti (ci si passi il neologismo) e chi non si sente coinvolto più di tanto in simili diatribe (per cui su questi c’è poco da dire).

I presentisti sono ovviamente quelli che non credono al carducciano “Sol nel passato il bello. Essi ritengono che ogni epoca proponga il suo meglio, e che pensare al passato come oasi felice sia da laudatores temporis acti. Essi credono che sia solo un’illusione quella che fa ritenere che l’epoca d’oro del melodramma sia definitivamente trascorsa e che il presente possa essere da meno rispetto ai tempi andati. Ritengono che il tempo abbia scremato l’eccellenza e che il buono delle epoche remote sia tale in quanto non lo si confronta con le sue scorie ormai già belle che eliminate. Quindi, coraggio e si cerchi di individuare il buono anche nell’attualità che è comunque in grado di garantire gli stessi livelli del tempo che fu.

I passatisti, invece, ritengono: di non aver sentito un cantante “come si deve” da molto tempo a questa parte; che le voci di oggi dovrebbero essere quasi tutte “sottotitolate per i non udenti” visto che in teatro non si sentono neanche dalla prima fila (la Caniglia si sentiva da fuori i cancelli di Caracalla …) e che è per questo che si diffonde l’uso dell’amplificazione (orrore!); che i divi in circolazione oggidì siano quasi tutti inventati dalle case discografiche o da altri potentati, in base a valutazioni di carattere extramusicale; che nei teatri circolino prevalentemente raccomandati e che il generale abbassamento del livello consenta più agevolmente di far lavorare questi ultimi, e che se si presenta qualcuno bravo lo caccino immediatamente; che quasi tutti i cantanti siano totalmente fuori ruolo cantando repertori più drammatici delle loro vere possibilità; che certi direttori impongano cantanti scarsi per essere loro gli unici divi; che quasi tutte le voci di oggi siano senza colore e che abbiano quasi tutte gli stessi difetti: mancanza di omogeneità, vibrato lasco, settore acuto carente, pronuncia incomprensibile, repertorio sbagliato e che, pertanto, i cantanti attuali sembrano la caricatura del cantante lirico.

E poi costatano che in passato c’erano contemporaneamente decine di voci straordinarie ed oggi nessuna, che quelli di una volta cantavano tutti alla stessa maniera e che anche le registrazioni di voci minori erano perfette (tra l’altro nelle registrazione del passato doveva essere “buona la prima” e non esistevano le banche degli acuti …), che il pubblico sarà pure aumentato ma che si tratta di frequentatori casuali che quindi non capiscono nulla o quasi e bevono qualunque cosa.

E poi ritengono: che le rappresentazioni operistiche odierne siano diventate noiose nell’aspetto musicale per eccesso di filologia (imposta prevalentemente dalle case editrici che con le “nuove edizioni originali” riacquisiscono i diritti, decaduti per le opere divenute di pubblico dominio), quando, invece, al teatro di regia (quello che attualizza l’ambientazione delle Opere: Don Giovanni in un bordello o la Tosca con i nazisti) sia consentito tutto nonostante sia una sciocchezza infantile e banale, e rappresenti il tradimento dell’opera d’arte (come colorare il Mercurio del Giambologna di celeste per farlo apparire più leggero …); che a certi divi di oggi, solo trent’anni fa avrebbero fatto dire al massimo: “La cena è pronta”, visto che non hanno la voce neanche per gridare “Aiuto!”; che la gran parte dei baritoni in circolazione è composta in realtà da tenori che non sanno fare gli acuti e che per i mezzosoprani è lo stesso; e che…

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->