lunedì, Giugno 21

Open Source Seeds per salvare la biodiversità Il mercato delle sementi è governato dalle multinazionali e dal sistema dei brevetti, l'open source può essere una rivoluzione

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Open Source Seeds

 

Migliorare la qualità e la funzionalità del prodotto consentendone il libero scambio, la condivisione e la partecipazione da parte di tutti. È questa la filosofia che sta alla base del concetto di ‘open source‘, principalmente applicato in ambito informatico per la libera condivisione e modificazione dei software, che oggi viene usato in molti altri ambiti, tra cui quello agricolo. In agricoltura sono nati alcuni movimenti per mettere fine a un sistema di brevetti per i semi, inizialmente creato come sistema di tutela per le sementi ma poi utilizzato dalle multinazionali per controllare o, ancora peggio, per escludere. Il principale di questi movimenti è quello portato avanti da Vandana Shiva, Presidente dell’associazione Navdanya International, attiva da 25 anni in India e diffusasi in gran parte del mondo.

Secondo Vandana Shiva, «ogni seme è l’incarnazione dei millenni di evoluzione della natura e dei secoli di riproduzione da parte degli agricoltori. E’ l’espressione pura dell’intelligenza della terra e dell’intelligenza delle comunità agricole». Partendo da questa presa di coscienza, l’obiettivo della sua associazione è quello di «creare nei cittadini la consapevolezza del fatto che essi hanno il potere di liberare i semi e loro stessi». Stando alle ricerche condotte dall’associazione, si è assistito negli anni a un’erosione molto rapida della diversità e della sovranità dei semi e alla rapida concentrazione del loro controllo in poche multinazionali. Contemporaneamente, è stato cancellato il lavoro che gli agricoltori hanno condotto da sempre per selezionare e riprodurre i propri semi, rendendo illegale l’autoproduzione e lo scambio dei semi tra loro, una pratica che invece è sempre stata attiva e proficua.

Secondo quanto spiega Vandana Shiva, negli anni «gli agricoltori hanno riprodotto i semi aumentando la diversità, la resistenza, il gusto, il valore nutrizionale, la salute e l’adattamento agli agro-ecosistemi locali. La produzione industriale considera invece i contributi della natura e degli agricoltori come niente, appropriandosi dei brevetti su semi che sono giuridicamente sbagliati, perché i semi non sono un’invenzione, e sono anche eticamente sbagliati, perché i semi sono forme di vita. Purtroppo il fenomeno si sta allargando: ora le aziende stanno assumendo brevetti anche sui semi prodotti in modo convenzionale e sui semi salvati dagli agricoltori. Queste dinamiche dimostrano la tendenza a un controllo totale sull’approvvigionamento dei semi e la vera e propria distruzione dei fondamenti stessi dell’agricoltura. Siamo testimoni di un’emergenza del seme a livello globale».

La battaglia per la liberalizzazione dello scambio delle sementi è iniziata da molti anni, ma recentemente, dall’Università del Wisconsin negli Usa, è arrivato un progetto che potrebbe portare a buoni risultati. L’idea, partita da un gruppo di scienziati e attivisti americani, si basa sulla distribuzione di 29 varietà di sementi a chi si impegna a sottoscrivere un’intesa open source che salvaguarda la possibilità degli agricoltori e dei giardinieri di scambiarsi gli ibridi liberamente, seguendo la stessa logica dei software open source. Si tratta di un progetto che permetterebbe di modificare le regole che negli ultimi decenni governano la produzione del cibo con il netto predominio delle varietà ibride create dalle aziende sementiere.
Le sementi degli ibridi sono attualmente da acquistare ogni anno dal momento che le piante figlie non mantengono le caratteristiche delle piante madri. Al contrario, le sementi provenienti dagli Usa sono da pagare una tantum, data la loro riseminabilità, esattamente come avveniva in passato. Il progetto si chiama Open Source Seed e ha l’obiettivo di creare una sorta di mondo parallelo rispetto a quello delle varietà su cui le aziende detengono diritti, ovvero mettendo a disposizione del materiale genetico ulteriormente migliorabile ad opera di chi vorrà impegnarsi nella selezione e che continuerà a rimanere di pubblico dominio.

Un’iniziativa di alto valore etico, che ha attirato anche l’interesse della Fao. Un tentativo di riportare l’agricoltura ai tempi in cui, fino a una generazione fa, era pratica comune tra gli agricoltori di scambiarsi i semi. Come ha sottolineato Irwin Goldman, esperto di orticoltura all’Università del Wisconsin, «se vent’anni fa altri selezionatori ci chiedevano il nostro materiale mandavamo loro un pacchetto di semi e loro facevano lo stesso con noi. Purtroppo questo magnifico modo di lavorare non esiste più».


La battaglia per riportare la libertà nello scambio
, nella condivisione e nella modifica delle sementi è viva anche in Italia. Lo dimostrano le opinioni di un attivista come Jacopo Amistani, di Open Source Ecology, e di un docente di diritto civile da anni impegnato nella questione dei beni comuni come Ugo Mattei.

Jacopo Amistani è un giovane imprenditore, che da anni ha abbracciato la filosofia dell’open source, vedendone le potenzialità nei vari ambiti di applicazione.

Jacopo, cosa si intende per semi open source?
Partiamo dal concetto più generale di open source, che è una filosofia, un vero e proprio metodo di fare le cose. Si tratta di un modo di pensare che si applica a tutto. Per quanto riguarda i semi, oggi viviamo in un sistema di produzione che prevede passaggi che costano milioni di euro a chi si occupa di agricoltura. Il nostro ecosistema è fatto di autoctonie e di una consistente biodiversità. Per questo il recupero delle sementi tradizionali e delle autoctonie è fondamentale per il futuro della nostra agricoltura. Le grandi multinazionali, invece, stanno facendo un’omologazione delle sementi e dei prodotti, che rischia di portare alla sparizione delle autoctonie. La cosa è ancora più grave se pensiamo che dietro alle sementiere più grandi del mondo ci sono le aziende chimiche. La battaglia che stanno facendo negli Usa, quindi, è giusta, ma non è niente di nuovo, hanno solo rivoluzionato il metodo.

Che valore ha l’iniziativa adottata dagli Usa?
Credo che possa essere un metodo che può funzionare. Ovviamente i risultati non si vedono nell’immediato, ma è proprio questo il concetto dell’open: inizia visibile perché fa rumore, ma poi diventa un substrato e la gente lo assorbe. Seguendo lo stesso principio di diffusione che ha avuto Linux, anche per le semenze diventerà qualcosa di scontato e normale. Rendere aperta la coltura è essenziale per permettere a questa sfida di essere vinta. È necessario dare la possibilità a tutti di partecipare in modo libero, senza avere impedimenti legislativi per la commercializzazione. Non si tratta più di difendere solo i semi ma di avere una struttura legislativa che consenta all’agricoltura di essere competitiva sul mercato. L’Ogm e l’omologazione delle colture per l’Italia è sbagliato: non possiamo vivere di omologazione in una terra che ha come caratteristica la presenza di autoctonie.

Cosa fa, invece, Open Source Ecology?
Si occupa di progettare, creare e condividere macchinari agricoli e industriali, dando la possibilità a tutti di costruirseli da soli. Il nostro progetto vuole uscire dalla logica di mercato tradizionale dando la possibilità a tutti di potersi costruire da soli il proprio macchinario. Noi ci limitiamo a mettere in circolo il progetto, svincolandolo dalla produzione di massa, con risvolti positivi sulle economie locali. Non parliamo a consumatori passivi ma a consumatori di libertà produttiva.

Quale è la condizione attuale dello scambio dei semi in agricoltura?
Il libero scambio di semenze è proibito per legge a livello europeo. Con il passare degli anni le sementi si ibridano e, se non si paga di nuovo per il brevetto, si rischia di perdere il raccolto e il guadagno di un anno, dovendo buttare via tutto. Il film “Behind the label” è un documentario sulla filiera del cotone in India, in cui Vandana Shiva spiega come Monsanto stia monopolizzando il mercato del cotone con le Ogm. La battaglia delle semenze non si gioca solo in agricoltura, ma si fa risentire anche in molti altri ambiti economici, come nel fashion e nel design, perché riguarda tutto quello ciò che viene prodotto in natura. Si tratta di una battaglia a tutto tondo che stiamo facendo contro il patenting. Non è accattabile che cibo e beni di prima necessità siano quotati in borsa. Non possiamo più permettere di speculare sulla vita delle persone. Questa battaglia viene portata avanti in moltissimi Paesi d’Europa. Viviamo di export, non abbiamo altre risorse, non produciamo energia, il legno lo dobbiamo importare e non abbiamo più sovranità alimentare. Ci stiamo conformando a un sistema che sta distruggendo la biodiversità italiana. La battaglia dell’open source non riguarda solo l’agricoltura, ma da qui ai prossimi 20-30 anni sono sicuro che l’open source sarà uno standard produttivo. Si tratta di una rivoluzione culturale che ha bisogno di tempo per realizzarsi completamente.  

In che modo i semi open source potrebbero migliorare il sistema agricolo?
Eliminando le dipendenze dalle grandi industrie, valorizzando l’agricoltura locale e le autoctonie, facendo battaglie a livello internazionale e facendo in modo che i prodotti Made in Italy possano essere veramente tali, con certificazioni visibili in rete che permettano anche all’estero di vedere la filiera produttiva del prodotto. È necessario andare incontro a chi fa biologico e produce in modo sostenibile. Parlare di semi è la base per lo sconvolgimento di tutto il mercato e dell’intera società nel lungo periodo.

 

Ugo Mattei, è docente di diritto civile all’Università di Torino e nel 2011 ha scritto il libro ‘Beni comuni: un manifesto‘, in occasione del referendum sull’acqua pubblica.

Professor Mattei, cosa ne pensa dei semi open source?
Credo che sicuramente rappresentano un’operazione fondamentale, perché sono l’unica reazione che sta dando esiti e che si contrappongono alla natura privatistica della proprietà industriale. L’open source è attualmente l’unica cosa fattibile per opporsi alla logica della proprietà privata. Sono chiaramente una risposta di tipo riformista e non rivoluzionario. Ci troviamo dentro la questione dei creative commons che si muove in spazi residuali rispetto alla proprietà intellettuale. Non so se è una strada sufficiente per far fronte a questo periodo di enclosures, ma al momento è l’unica cosa concreta messa in campo.

Quali aziende potrebbero essere messe in difficoltà dallo sviluppo di un sistema senza brevetti sui semi?
Credo che il sistema dei brevetti abbia una sua funzione economica di rendere riconoscibile un prodotto. La sua funzione economica è quindi legata a uno scopo legittimo di riconoscibilità del proprio prodotto e di avere un periodo di tempo per avere il ritorno garantito. In cambio di questo periodo di monopolio si promette di condividere. Questo sistema è però andato funzionando sempre peggio, perché è andato allungandosi a dismisura il periodo di monopolio ed è aumentato il costo del brevetto. I brevetti non restituiscono una cifra ragionevole rispetto al valore del produttore. Con il sistema dell’open source, l’azienda che ha un rapporto brevettuale per il quale percepisce una rendita ci scapita, ma la rendita va combattuta. Le aziende che lottano per difendere i brevetti spesso lottano per difendere una rendita. Un sistema senza brevetti rappresenterebbe un sistema migliore per raccogliere l’intelligenza collettiva e per incrementare la conoscenza comune. Bisogna incentivare creatività e non tutelare con la scusa dell’innovazione per salvaguardare posizioni di rendita.

In Italia si sta già facendo qualcosa per promuovere il sistema dei semi open source?
In Italia il sistema open source ha tutta una serie di luoghi e iniziative importanti. A livello scientifico e accademico si sta studiando molto su questo tema. A livello politico, invece, mi sembra di ricordare un’iniziativa popolare per introdurre qualcosa di simile in costituzione portata avanti da Rodotà, ma di cui attualmente non ho sentito dire altro.

Il libero scambio di ibridi, con la possibilità di modificarli, non rischia di peggiorare la qualità dei semi?
Lo scambio dei semi è una pratica umana che ha radici profonde e nella quale quasi tutte le conoscenze si sono sviluppate. Ha una sua nobiltà molto marcata. Oggi lo scambio di semi non avviene, perché dietro la tutela della salute si nascondono gli interessi delle multinazionali. Il brevetto dei semi, infatti, è una delle ali del sistema dei brevetti che produce più soldi. Non sono molto fiducioso su un prossimo cambio di rotta, perché qualunque tipo di progetto che va contro alle multinazionali sarà bocciato con strategie retoriche, e una delle più facili e di maggiore impatto sull’opinione pubblica è proprio quella della sicurezza. Nonostante ciò credo sia giusto andare avanti con decisione per impedire al sistema dei brevetti di omologare la nostra agricoltura.

Che tipo di tutela giuridica dovrebbe avere lo scambio dei semi?
La tutela giuridica viene dopo il riconoscimento di un diritto. Quindi prima occorre creare una sensibilità diffusa sia dei rischi che delle potenzialità del libero scambio dei semi, e poi possiamo pensare alle  tecniche per tutelare questa libertà.  

 

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