martedì, Ottobre 26

Open data: i segreti svelati L'intervista a Giovanni Ziccardi: "La politica italiana preferisce l'oscurità e il segreto"

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Giovanni Ziccardi

Modenese, scrittore e giurista, Giovanni Ziccardi ci conduce alla scoperta del mondo open data con i suoi pro e i suoi contro, con le sue potenzialità e le sue contraddizioni. L’argomento è complesso, pieno di sfaccettature e diramazioni, impossibile sviscerarlo completamente ma con Ziccardi, docente di Informatica giuridica all’Università Statale di Milano e coordinatore del corso di perfezionamento in ‘Computer forensics e investigazioni digitali’, abbiamo provato a toccare tutti i punti fondamentali di questa nuova pratica.

Prima di proiettarci nel mondo digitale però è importante aver presente cosa si intenda per open data: con questo termine si indicano alcuni dati resi disponibili agli utenti in maniera libera, senza restrizioni di copyright o limitazioni, dal Governo, dalle pubbliche amministrazioni, da enti e istituzioni, da privati, da ministeri e forze dell’ordine. Queste informazioni non devono solo essere divulgate su piattaforme digitali, è necessario infatti anche che siano rese disponibili al riuso da parte degli utenti.

In pratica i dati di cui stiamo parlando vanno dai bilanci comunali alle formule matematiche, dalle cartografie alle retribuzioni, dai dati medici a quelli anagrafici. Tutte informazioni che se combinate ad hoc possono risultare molto interessanti.

Cerchiamo di capire quindi come l’apertura di questi archivi possa influenzare la vita dei comuni cittadini e come possa condizionare anche la politica e il modo di governare.

 

Trasparenza e condivisione sono due parole chiave in tema di open data e di open government, ma cosa si intende di preciso con questi due concetti?

Per trasparenza io intenderei conoscibilità, ossia la possibilità per il cittadino di essere a conoscenza di ogni momento di un determinato procedimento, soprattutto pubblico, che possa riguardare lui direttamente o il buon andamento della pubblica amministrazione in generale. Il problema è che molto spesso il cittadino può conoscere solo una parte dei dati o dei processi e non, ad esempio, le fasi deliberative o decisorie che sono, invece, le più importanti. Oltre al dato ‘finale’, insomma, occorrerebbe rendere trasparente anche il processo per arrivare a tale dato. Per condivisione s’intende il miglioramento del lavoro di tutti attraverso la circolazione della conoscenza, ossia la possibilità di diffondere dati che possano poi essere rielaborati e dare origine a un nuovo patrimonio culturale. La trasparenza riguarda il procedimento e la pubblicità, la condivisione riguarda la dinamicità del dato, il suo venire a costituire nuova linfa per chi vorrà, ad esempio, riutilizzarlo.

 I dati condivisi dalle pubbliche amministrazioni, dal Governo e dai privati rappresentano un valore aggiunto per i cittadini che vi accedono. Oltre alla democraticizzazione del sapere, l’accessibilità ai dati di cui stiamo parlando quali altri valori può implementare?

Può implementare un potere di controllo nel cittadino su ciò che sta succedendo negli uffici che ad esempio trattano i dati. Comunque ci sarà sempre qualcuno in grado di capire, leggere e interpretare quei dati, anche se sono tecnici, e ciò consentirà di tenere sott’occhio ciò che succede. Inoltre l’essere trasparenti porta anche a un aumento di qualità del lavoro degli uffici: se sanno di essere osservati, di avere uno scrutinio costante sul loro operato, modificano le modalità e aumentano la qualità del lavoro.

 Dal punto di vista pratico invece ci sono alcuni teorici che ritengono che il valore degli open data e dell’open government   sia anche economico.  È d’accordo? Perché? 

La condivisione sicuramente può garantire un risparmio di costi. Il sapere che determinati problemi ad esempio già sono stati risolti in altre sedi, o certi tipi di dati sono stati già raccolti, fa risparmiare attività e permettere di concentrare lo sforzo su altro. Possono poi avere un valore economico nel senso di generare valore in vista di una elaborazione futura, grazie anche all’azione di analisti o all’uso di software che possa elaborare le informazioni e generare nuova ricchezza.

 Quali dati possono avere questo potenziale? E come dovrebbero essere trattati?

Tendenzialmente tutti i dati. I più importanti a mio avviso sono quelli che giustificano spese, che descrivono iter procedurali che per il cittadino sono oscuri, che possono essere comparati per generare ulteriore informazione.

 Nel suo testo ‘Open data, trasparenza elettronica e codice aperto’, fa riferimento alla direttiva 2003/98 CE sul riutilizzo dell’informazione nel settore pubblico. Cita in particolare questo passaggio «Più ampie possibilità di riutilizzo delle informazioni del settore pubblico dovrebbero, tra l’altro, consentire alle imprese europee di sfruttarne il potenziale e contribuire alla crescita economica e alla creazione di posti di lavoro». Com’è possibile questa trasformazione dati in posti di lavoro?

Perché una nuova e chiara base d’informazione apre innumerevoli possibilità per, ad esempio, trattare quei dati, rielaborarli e creare notizie o dossier sull’andamento del settore pubblico e, altro esempio, evidenziare problemi di corsi, verificare la qualità dei processi, individuare possibili azioni di taglio e di risparmio. Può avere insomma incidenza su tutta la vita aziendale e pubblica.

 La condivisione dei dati da sola però non è uno strumento utile e sufficiente a migliorare i processi democratici. Se vengono diffuse una serie di tabelle piene di numeri ma all’utente non vengono forniti gli strumenti per poterle decifrare è come se non quei dati il cittadino non li avesse. Crede che la divulgazione open data debba essere migliorata?

È una osservazione giusta ma non di facile soluzione. I fautori della trasparenza radicale sostengono che il rischio di un fraintendimento è fisiologico. È normale che un cittadino che non abbia esperienze mediche non possa interpretare una tabella riferita agli acquisti, ad esempio, di materiale da parte di un ospedale pubblico. Al contempo, però, unire ai dati un percorso interpretativo che spieghi, non è facile e richiede ulteriore lavoro. A mio avviso è sufficiente la diffusione in base al principio che, una volta reso pubblico il dato, ci sarà qualcuno che capirà quei dati anche se non potrò farlo io, e che interverrà. La diffusione arriva comunque a qualcuno che potrà capire, e già questo è un bene.

 I media come stanno affrontando il confronto con questa nuova fonte continua di informazione?

Mi sembra siano molto attenti ma purtroppo non sempre le informazioni vanno a scavare nell’essenza del problema e quindi possono essere poco utili per i giornalisti. Ma ho visto diversi servizi che generano grafici dai dati pubblici e spiegano con grande correttezza determinati eventi.

 Sempre nel rapporto tra media e liberalizzazione dei dati, come si coniugano gli open data rispetto al concetto e ai limiti della privacy? Qual è il limite?

Il limite è un trattamento dei dati che sia sempre rispettoso della privacy dell’individuo, ossia la diffusione di informazioni che mantengano la loro sostanza ma che siano anonimizzate nel caso non sia necessario citare nomi o riferimenti di una persona.

 E rispetto al segreto di Stato?

La situazione è complessa, ci sono norme che lo tutelano, quindi le azioni che nel mondo hanno fatto circolare informazioni coperte dal segreto di Stato sono state sanzionate, e anche pesantemente. Occorre ripensare a una riforma, data anche la difficoltà di mantenere il segreto nell’era digitale, e trovare un nuovo equilibrio.

 Nelle piattaforme specializzate si parla molto di un Freedom of Information Act’ (FOIA) italiano. Quali sarebbero le norme basilari che questo documento dovrebbe sancire?

Dovrebbe stabilire in qual caso si possono fare richieste al Governo o all’amministrazione per ottenere informazioni su procedimenti o documenti che sono ancora segreti ma la cui divulgazione non causerebbe un danno e potrebbe essere utile per il cittadino perché tali procedimenti incidono sulla sua vita.

 Quali sono i temi più scottanti e controversi, rifacendosi al Foia americano, che si dovrebbero trattare per creare una legislazione adeguata sugli Open Data in Italia?

Corruzione nella politica, destinazione di fondi pubblici, livello di controlli effettuati sulle comunicazioni, monopoli di Stato, limiti reali della data retention e in generale le politiche di conservazione dei dati da parte dei provider.

 La politica italiana sarà in grado secondo lei di adeguarsi a pieno alla liberalizzazione dei dati del settore pubblico?

La politica italiana ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la tecnologia e fa molta fatica ad adeguarsi perché la tecnologia ha grande capacità di far cadere privilegi e segreto, che sono i due fattori più importanti per il mantenimento del potere.

 Le pubbliche amministrazioni sono pronte a questo passaggio, sia tecnicamente che come “pensiero”?

Secondo me no, si stanno facendo molti sforzi ma non vi è, diffusa, un’idea che l’apertura e la trasparenza siano benefiche, si preferisce ancora l’oscurità e il segreto.

 Il Governo italiano ha aderito all’iniziativa di Open Government Partnership, quali sono state le principali azioni proposte e quali crede siano quelle che avrebbe dovuto proporre?

Secondo me la fase più importante sarà una reale creazione di una grande banca dati interoperabile che possa coordinare tutti i dati pubblici permettendo anche confronti intersettoriali, per consentire un quadro veramente completo agli analisti.

 La partecipazione attiva dovrebbe stimolare anche a livello sociale una maggiore attenzione dei cittadini versi i propri diritti e verso i doveri delle istituzioni avvicinando gli italiani al concetto di accountability?

Sicuramente, ma non è un passo culturale facile da fare. Ci portiamo dietro una tradizione di burocrazia e di oscurità nei processi che è molto difficile da superare.

 

 

 

 

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