giovedì, Aprile 22

ONU: torna di moda il peacekeeping

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L’esperienza insegna che, ove si fosse nella necessità di guadagnare punti per l’immediato con l’alleato americano, nulla funziona bene come l’opzione militare. Laddove per opzione militare si intende la contribuzione con uomini e mezzi in contesti internazionali onde alleviare lo sforzo profuso dagli Stati Uniti a oggi. E di contesti oggi ve ne sono bizzeffe: dalla Libia alla Siria, dall’Ucraina all’Africa.

A oggi gli Stati Uniti sono il Paese che continua a spendere di più in missioni internali, anche in scenari di crisi che sono decisamente più vicini all’Europa. Per capire la sproporzione del contributo militare basta prendere il modello NATO, ad esempio: i membri europei contano circa 230 milioni di persone in più rispetto agli Stati Uniti, con un prodotto interno lordo combinato che è leggermente superiore a quello americano. Eppure le Nazioni europee spendono solo il 37 per cento degli Stati Uniti per la difesa: 270 miliardi di dollari contro 735.  Ma nelle politiche nazionali la NATO, molto spesso, rievoca la parola ‘conflitto armato’. Ecco perché se un Governo non vuole generare dibattiti parlamentari troppo infuocati sull’amento delle spese militari, la via d’uscita è quella di investire in ambito ONU, con scopi decisamente più umanitari attraverso le cosiddette ‘forze cuscinetto’.

Occhi puntati sui caschi blu, quindi, una via di mezzo tra la strategia militare e quella di contenimento che potrà forse sembrare un po’ cheap e di scarso respiro, ma che è efficace nondimeno. Al punto che anche il Governo di Matteo Renzi non ha voluto discostarsi dalla tradizione dei predecessori esecutivi, decidendo in questi giorni di cogliere l’opportunità di aprirsi un credito transatlantico mediante un impegno di carattere militare.

La notizia arriva da New York, dove in queste ore si sta concludendo la 70esima edizione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Ed è  proprio in questa sede che l’Italia ha assicurato gli alleati circa l’intenzione di contribuire con un’iniezione di personale (non meno di quattrocento effettivi) alle missioni di pace, cosiddette di ‘peacekeeping’, delle Nazioni Unite.

E non di soli uomini vive l’offerta renziana: oltre agli uomini, il Governo di Roma è pronto a mettere sul piatto anche uno squadrone di elicotteri, un battaglione di fanteria altamente specializzato e a una compagnia del genio costruzioni. Apriamo una doverosa parentesi per chiarire la portata del ruolo e del contributo dei caschi blu. I numeri segnano 118.000 blue helmets‘ dispiegati in 15 missioni nei 4 continenti, e un budget annuale che sfiora gli 8 miliardi di dollari, confermando, quindi, la centralità delle Nazioni Unite per il  mantenimento della pace e della sicurezza nel mondo. Un ruolo quello delle forze cuscinetto -tradizionalmente concepito come interposizione di forze tra le parti- che richiede oggi sempre maggiori capacità di relazione con le popolazioni locali, e, in questa ottica, una pronunciata componente di forze di polizia.

L’impegno delle missioni di pace nel mondo è ormai da molti anni parte della politica estera italiana. Ebbe inizio negli anni ’60 con la partecipazione a numerose missioni ONU, nel corso delle quali l’Italia pagò anche un alto tributo in termini di vite umane, in particolare nel 1963 in Congo. Negli anni ’80, con la missione in Libano, il coinvolgimento dell’Italia sulla scena internazionale aumentò, per poi rafforzarsi nel corso degli anni ‘90 con la partecipazione a molteplici missioni multinazionali autorizzate dalle Nazioni Unite. Uno dei principali teatri d’intervento sono stati i Balcani, Regione alla cui stabilizzazione e sviluppo l’Italia è particolarmente interessata per ragioni geopolitiche. Forte è stata anche la partecipazione alle missioni a fini umanitari soprattutto nel continente africano (Somalia e Mozambico), dove è stato anche necessario evacuare cittadini italiani in pericolo. La volontà̀ italiana di aiutare popolazioni disagiate in tutto il mondo, come in Iraq (Kurdistan) o nel Timor Orientale, è sempre stata costante; ma più di recente l’Italia ha anche effettuato diversi interventi contro il terrorismo internazionale, come in Afghanistan.

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