domenica, Settembre 19

ONU e la questione Iraq – Siria

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Con una raffica di risoluzioni dal n. 2253 al n. 2259, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha affrontato il tema delicatissimo del terrorismo e della situazione specifica della Libia. Come si ricorderà, era previsto che il 17 Dicembre 2015, sotto la presidenza degli USA, si redigesse alle Nazioni Unite una o più risoluzioni in materia, grazie ad una ritrovata possibilità di accordo tra i due maggiori protagonisti mondiali: Russia e USA, divisi in particolare sulla questione Assad.

Il documento da cui risulta l’accordo è, non a caso, alquanto vago sul punto Assad, ma molto preciso sul fatto che si deve combattere l’ISIS e anche le sue propaggini libiche, e si deve farlo in particolare, (ecco il punto saliente) con lo strumento dello ‘strangolamento finanziario‘ dell’ISIS. Che, anche questo lo si ricorderà, trae gran parte del proprio finanziamento sia dalla vendita (di contrabbando) di petrolio, in particolare alla Turchia, sia dalla vendita di reperti archeologici depredati in Iraq e a Palmira.

Premesso che resto convinto che l’ISIS in sé sia solo l’espressione di un problema e di esigenze molto più vasti, e limitandoci per ora all’analisi della questione specifica dell’ISIS per come vista dalle Nazioni Unite. Vengono decise due tipologie di azione: l’una, con la risoluzione 2253 con la quale si adottano una serie di misure estremamente stringenti in materia di finanziamenti, misure che in particolare impongono agli Stati, a tutti gli Stati, il congelamento delle risorse finanziarie private o pubbliche indirizzate (o che i Governi suppongano indirizzate) a detto finanziamento, creando così una vera e propria lista di soggetti sospettati di sostegno al terrorismo dell’ISIS e i cui beni vengono sequestrati, per impedirne l’utilizzazione al fine indicato.

La cosa, come noto, è stata già ampiamente e con alterno successo, sperimentata con riferimento ad Al Qaeda, non a caso spesso richiamata nelle due risoluzioni. Ma, ai fini del discorso di queste righe, ciò che merita di essere sottolineato è che tutti, ma proprio tutti, gli Stati sono obbligati a svolgere le attività conseguenti e quindi a sequestrare quei beni. Anche, certo, sulla sola base di un sospetto, magari derivante dalla segnalazione di un altro Stato o organismo privato, fatta direttamente al Consiglio di Sicurezza e da questo ‘rimbalzato’ allo o agli Stati interessati.

Ripeto: obbligo. Perché la caratteristica di questa risoluzione è di essere stata adottata nell’ambito del Cap. VII della Carta delle Nazioni Unite, dove è prevista la possibilità, solo in questo caso, di decidere (e non solo raccomandare) azioni agli Stati membri, quando, a giudizio insindacabile delle stesse Nazioni Unite (o meglio del Consiglio di Sicurezza) ci si trovi in presenza di una ‘minaccia alla pace‘.

Dunque, primo punto: quella dell’ISIS e delle sue azioni (terroristiche o meno che siano qualificate) sono minacce alla pace, che equivale a dire, atti di guerra. Secondo punto: gli Stati membri sono obbligati (il Consiglio di Sicurezza decide non raccomanda) ad agire secondo quanto prescritto. Ciò, detto solo incidentalmente, implica che ogni Stato è tenuto a determinati comportamenti e quindi, ogni singolo cittadino può legittimamente pretendere dal proprio Stato che dia seguito alla risoluzione stessa e non è cosa di secondaria importanza. Terzo punto: a ciò si è addivenuto solo ed in quanto i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza erano d’accordo, ma su questo tornerò fra breve.

Con l’altra risoluzione, invece, si fa una operazione profondamente diversa: si dichiara che la situazione è una situazione di minaccia alla pace (quindi, di nuovo, guerra) ma non si adopera il cap. VII per decidere azioni. Ci si limita, invece, ad indicare la necessità di agire per sconfiggere militarmente (è guerra, no?) l’ISIS, sulla base di due strumenti: primo, ogni Stato, d’accordo o meno con gli altri che lo vogliano, agisce come vuole e quando vuole; secondo, non si indica in nessun modo se e quale debba essere il destino di Assad, ma si ribadisce con forza non solo che la Siria (ma, nota bene, non si parla dell’Iraq) deve essere garantita nella sua integrità territoriale, ma che il futuro di essa sarà deciso dalla popolazione siriana, sia pure all’esito di una modifica della Costituzione vigente, come deciso nel precedente accordo di Vienna della fine della scorsa estate.

È importante, comunque sottolineare come le due risoluzioni mentre si differenziano sul piano della obbligatorietà, sono fortemente analoghe nel raccomandare sia l’unità e integrità territoriale della Siria, sia la necessità che ad una soluzione si addivenga, diremmo noi, ‘democraticamente’, sia, infine, che l’obiettivo finale è una lotta estrema al terrorismo dell’ISIS e della altre forze in campo, incluse quindi, quelle anti Assad. Ma, e lo ripeto fino alla nausea: se è terrorismo non è guerra, bisogna decidersi!

La domanda da farsi è perché le Nazioni Unite non agiscano direttamente e come mai si addivenga a decisioni così diverse nelle due risoluzioni, a distanza, tra l’altro, di quarantotto ore l’una dall’altra.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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