lunedì, Maggio 10

ONU, dure accuse al Vaticano field_506ffb1d3dbe2

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Papa Francesco Filippine

Le Nazioni Unite lanciano la loro accusa al Vaticano: secondo le osservazioni del Comitato ONU per i Diritti dei Bambini, la Santa Sede non avrebbe riconosciuto la gravità dello scandalo degli abusi sui minori, adottando così misure che avrebbero permesso «la continuazione degli abusi e l’impunità dei colpevoli». Un documento molto severo, quello rilasciato dal Comitato delle Nazioni Unite, che esige non solo la rimozione immediata di «tutti i molestatori di minori noti e sospetti», ma anche di «valutare il numero di bambini nati da preti cattolici, scoprire chi sono e prendere tutte le misure necessarie per garantire i diritti di questi bambini a conoscere e ad essere curati dai loro padri». In aggiunta, pur elogiando Papa Francesco per la decisione di istituire una commissione d’inchiesta, lo si invita ad assicurarsi che questa possa «indagare in maniera indipendente».

Il Comitato esorta inoltre la Chiesa a «fare pieno usa della sua autorità morale per condannare tutte le forme di molestia, discriminazione o violenza contro bambini sulla base del loro orientamento sessuale o l’orientamento sessuale dei loro genitori e a sostenere gli sforzi a livello internazionale per la depenalizzazione dell’omosessualità», un passaggio che, probabilmente, è quello per cui la Santa Sede, nella sua risposta, afferma il dispiacere di «vedere in alcuni punti delle osservazioni conclusive un tentativo di interferire nell’insegnamento della Chiesa Cattolica sulla dignità della persona umana e nell’esercizio della libertà religiosa». Come affermato da Monsignor Silvano Tomasi, le osservazioni verranno comunque sottoposte ad un esame approfondito, benché vengano sollevati i sospetti di una «linea ideologica» per un documento che «sembra quasi che fosse già stato preparato prima dell’incontro del Comitato con la delegazione della Santa Sede».

Proprio un Paese cattolico, la Scozia, ha nel frattempo aperto ai matrimoni omosessuali incurante della disapprovazione dei vescovi locali. Nella serata di ieri, il Parlamento scozzese ha infatti approvato con 105 voti a favore e 18 contrari un testo che riprende la normativa in materia adottata l’anno scorso dal Parlamento di Westminster. Ora l’Irlanda del Nord rimane l’unico membro del Regno Unito a non essere intenzionato a compiere un simile passo.

Il tema dei diritti degli omosessuali non può non richiamare l’apertura delle controverse Olimpiadi Invernali di Sochi. Una notizia di oggi, però, potrebbe caricare l’evento di un ulteriore significato. In queste ultime settimane, infatti, al centro dell’attenzione si era trovata la difficile situazione dei diritti civili nella Russia del Presidente Vladimir Putin: l’insoddisfazione in materia aveva portato molti Capi di Stato ad annunciare la propria assenza alla cerimonia inaugurale tramite dichiarazioni più o meno esplicite. Tra coloro i quali hanno adottato questa tattica, vanno senz’altro citati il Presidente tedesco Joachim Gauck e quello francese François Hollande, nonché il Presidente statunitense Barack Obama. Ora, però, gli sguardi di Europa e Stati Uniti potrebbero rivolgersi all’inaugurazione di questo venerdì per la presenza del Presidente ucraino Viktor Janukovyč.

L’annuncio è giunto in queste ore tramite il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, il quale, oltre a confermare quanto già annunciato dal Ministro degli Esteri ucraino Leonid Kozhara, ha aggiunto che, a margine della cerimonia, Janukovyč incontrerà Putin per discutere delle relazioni bilaterali. La rilevanza della riunione è chiara, considerando che la settimana prossima potrebbe essere nominato il successore del dimissionario Mykola Azarov alla carica di Primo Ministro. La previsione giunge per tramite di Oleksandr Iefremov, capogruppo presso la Verchovna Rada del presidenziale Partito delle Regioni. Bruxelles e Washington, comunque, non rimarranno a guardare: ieri sera è infatti giunta a Kiev l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione Europea, Catherine Ashton, mentre è prevista per domani la visita della Sottosegretaria statunitense per gli Affari Europei ed Euroasiatici, Victoria Nuland.

In un incontro a cena durato tre ore, Ashton ha già avuto modo di interloquire coi maggiori leader dell’opposizione ucraina, quali Vitalij Kličko dell’Alleanza Democratica Ucraina per la Riforma, Arsenij Jacenjuk del partito Patria (la cui leader è Julija Tymošenko) ed Oleg Tiaghnibok, del partito di estrema destra Svoboda. Secondo Kličko, l’Unione Europea potrebbe assumere un ruolo di mediatore tra l’opposizione e le istituzioni rappresentate dal Presidente Janukovyč, con cui Ashton si è incontrata oggi. Al termine dell’incontro, l’Alta Rappresentante ha affermato che la riunione non ha riguardato il nuovo Governo, bensì la disponibilità di Bruxelles a sostenere eventuali riforme economiche e politiche in Ucraina, tra cui quella costituzionale volta a ridurre i poteri dello stesso Presidente.

In attesa dei prossimi sviluppi ucraini, tuttavia, è appunto l’imminente avvio dei XXII Giochi Olimpici Invernali a Sochi ad attirare le maggiori attenzioni. Sul piano della sicurezza, nonostante la già citata assenza ‘politica’ di rappresentanti della propria amministrazione, Barack Obama ha tenuto in giornata una riunione con i propri esperti di sicurezza per assicurarsi che i cittadini americani presenti siano tutelati nella loro incolumità. Il Presidente ha perciò sollecitato alla collaborazione col Cremlino perché l’evento abbia luogo senza problemi. Problemi che rimangono, invece, nell’ambito dei diritti civili. In diverse città del mondo si sono tenute oggi proteste contro le leggi omofobiche approvate in Russia: l’obiettivo dichiarato era la sensibilizzazione sul tema dei maggiori sponsor dei Giochi (tra cui McDonald’s, Coca-Cola, Samsung e Visa) e le manifestazioni hanno avuto luogo, fra l’altro, anche nella città natale di Putin, San Pietroburgo. Stasera, inoltre, a New York avrà luogo il concerto ‘Bringing Human Rights Home’, cui parteciperanno Nadia Tolonnikova e Maria Alyokhina, le componenti del gruppo Pussy Riot uscite dal carcere in dicembre in seguito ad un’amnistia lanciata da Putin. Le due attiviste hanno incitato al boicottaggio dell’evento e leggeranno un brano di accusa al Presidente russo, la cui decisione di scarcerarle fu letta proprio come un atto propagandistico in vista delle Olimpiadi invernali.

Carcere ed Olimpiadi si intrecciano anche in Turchia, dove la procura di Istanbul ha richiesto condanne fino a sei anni di prigione per gli attivisti della Piattaforma Taksim, che nel maggio scorso occuparono la piazza omonima per protestare contro il Governo di Recep Tayyip Erdoğan. Le proteste, con tutta probabilità, influirono sulla scelta di assegnare le Olimpiadi Estive del 2020 a Tokyo, anziché a Istanbul, e si prevedeva una ritorsione da parte delle autorità. Secondo il quotidiano ‘Haberturk’, il capo di accusa principale sarebbe la partecipazione ad una «rete criminale».

Una vera rete criminale avrebbe invece organizzato le esplosioni che, a Baghdad, hanno colpito la zona verde. Benché non vi sia ancora nessuna recriminazione, le bombe che hanno colpito l’area in cui si trovano i maggiori edifici governativi sarebbero da ricondursi ai gruppi militanti sunniti appoggiati da Al Qa’ida. Sarebbero almeno 22 i morti in tre attentati avvenuti a poca distanza sia di tempo che di spazio: il più sanguinoso ha avuto luogo presso il Ministero degli Esteri, uccidendo 12 persone e ferendone 22.

Ferisce invece profondamente i diritti delle donne la nuova legge approvata in Afghanistan: con un leggero emendamento al codice di procedura penale, il Parlamento ha vietato ai parenti di un accusato di fornire testimonianze sfavorevoli, rendendo possibile un ulteriore peggioramento della tutela delle donne in un Paese in cui violenze domestiche e matrimoni forzati non sono eventi rari. Le organizzazioni per i diritti delle donne si stanno muovendo perché il Presidente Hamid Karzai non firmi la legge, nonostante in passato abbia già approvato testi dal contenuto simile.

Tra Iraq e Afghanistan, gli Stati Uniti osservano però l’Iran e muovono rimproveri alla Francia per la sua missione commerciale giunta nel Paese persiano in avvio di settimana. «Teheran non è aperta agli affari, perché il nostro alleggerimento delle sanzioni è del tutto temporaneo, del tutto limitato e del tutto mirato» ha dichiarato la Sottosegretaria per gli Affari Politici Wendy Sherman nel riportare la telefonata del Segretario di Stato John Kerry al Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius. In particolare, Kerry avrebbe sottolineato come l’invio della missione commerciale a Teheran, a cui hanno partecipato rappresentanti di oltre 100 società tra cui Citroën, Peugeot e Total, non sarebbe «utile» nel sostenere la linea statunitense per cui l’Iran deve percepire che le sanzioni non sono state rimosse definitivamente.

Sul fronte estero, l’Italia è impegnata in due delicati confronti. In India, il Ministero degli Interni locale avrebbe dato il via libera all’applicazione della legge anti-pirateria SUA Act nel caso relativo ai due marò italiani, escludendo però la possibilità di invocare la pena di morte, come la normativa prevedrebbe. Starà al Procuratore Generale Goolamhussein Essaji Vahanvati decidere come sarà possibile interpretare la SUA Act secondo queste disposizioni. Frattanto, le autorità italiane continuano a richiedere il sostegno della comunità internazionale: il Ministro della Difesa Mario Mauro, davanti alle commissioni congiunte Esteri e Difesa delle due Camere, ha sostenuto che la futura partecipazione italiana a missioni antipirateria sarà strettamente vincolata all’esito della sentenza indiana, mentre la Presidente della Camera Laura Boldrini ha scritto al Presidente dell’Europarlamento Martin Schulz per esporgli le proprie preoccupazioni riguardo al rispetto del diritto internazionale nel procedimento.

Ma l’Italia è parte anche del Consorzio internazionale incaricato dell’ampliamento del Canale di Panama. Dopo l’interruzione dei lavori minacciata all’inizio del mese scorso in seguito ad un imprevisto aumento nei costi, ad oggi pari a 1,6 miliardi di dollari, i negoziati avviati tra le due parti si sono interrotti per l’indisponibilità delle autorità locali ad accettare le proposte del consorzio Grupo Unidos para el Canal, guidato dalla spagnola Sacyr e partecipato in ampia parte anche dall’italiana Salini-Impregilo. In una nota, il gruppo internazionale ha definito «illogica» la posizione delle autorità panamensi ed ha ricordato che il suo abbandono comporterebbe la perdita di 10.000 posti di lavoro.

 

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