martedì, Settembre 28

ONU: Corea del Nord come i nazisti field_506ffb1d3dbe2

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Kim Jong-un corea

I recenti gesti di distensione non sono serviti, o forse sono arrivati troppo tardi, perché la Corea del Nord potesse evitare la dura reprimenda espressa dalle Nazioni Unite sul tema dei diritti umani. Nonostante Pyongyang abbia recentemente concordato con Seul il ricongiungimento temporaneo delle famiglie divise fra i due Paesi, senza collegarlo alle esercitazioni militari congiunte fra la seconda e gli Stati Uniti, il gesto viene fortemente ridimensionato dalle 372 pagine in cui la commissione d’inchiesta ONU per i Diritti Umani segnala che «sistematiche, diffuse ed evidenti violazioni dei diritti umani sono state e continuano ad essere commesse dalla Repubblica Democratica Popolare di Corea, dalle sue istituzioni e dai suoi funzionari». Pubblicate oggi a Ginevra, le conclusioni erano comunque già note al leader Kim Jong-un, al quale una lettera del 20 gennaio da parte del Segretario della commissione Michael Kirby segnalava anche la possibilità di essere considerato personalmente responsabile per i crimini contro l’umanità rilevati dagli osservatori.

Secondo il documento, infatti, non è da escludere la possibilità di richiamarsi alla Corte Penale Internazionale:  in un anno di lavoro, la commissione di inchiesta avrebbe infatti concluso dalle testimonianze raccolte che «la tortura è parte integrante degli interrogatori», che si svolgono in centri dove molti sospetti muoiono «per effetto di torture, digiuno deliberatamente imposto o malattie sviluppate od aggravatesi per le terribili condizioni di soggiorno». Kirby non ha esitato a sostenere che molti dei crimini imputati alla Corea del Nord risultino «notevolmente simili» a quelli commessi dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Per queste ragioni, la commissione ha richiesto alla Cina di «rispettare il principio di non-respingimento e, conseguentemente, astenersi dal rimpatriare forzosamente persone verso la Repubblica Democratica Popolare di Corea». Ciononostante, in uno scambio epistolare tra Kirby e l’ambasciatore cinese a Ginevra, Wu Haitao, quest’ultimo avrebbe sostenuto che il ripetuto passaggio della frontiera da parte di alcuni cittadini nordcoreani proverebbe che il rischio di tortura non corrisponde a verità. Una posizione chiaramente sostenuta anche da Pyongyang, che, in un documento di due pagine, replica asserendo che le violazioni denunciate «non esistono nel nostro Paese» e che la commissione altro non sarebbe che «una marionetta che corre qua e là per rappresentare i perversi scopi dei burattinai, cioè Stati Uniti, Giappone e gli Stati membri dell’UE».

La comunità internazionale, in realtà, è divisa su un altro fronte caldo, vale a dire quello della Siria. Mentre l’esercito presidenziale continua nella riconquista del territorio (oggi è tornato sotto il suo controllo il villaggio di Maan, dove i jihadisti avevano compiuto una strage di civili due settimane fa), nessun progresso si profila all’orizzonte del Lago di Ginevra. Sabato, il mediatore ONU Lakhdar Brahimi ha dovuto infatti interrompere la sessione di negoziati a causa dell’assenza di concreti sviluppi tra le parti. Quanto il tavolo fosse spaccato, lo hanno dimostrato le reazioni: i delegati dell’Arabia Saudita hanno dato la responsabilità del fallimento al Presidente siriano Baššar al-Asad, così come il Segretario di Stato statunitense John Kerry, secondo il quale il Governo di Damasco «non ha fatto altro che continuare a bombardare la propria gente e a distruggere il proprio Paese. E mi spiace dire che lo stanno facendo col crescente supporto di Iran, Hezbollah e Russia». Russia che non ha esitato a replicare per tramite del Ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, per cui sarebbe chiaro che «certi sponsor dell’opposizione stanno iniziando a creare una nuova struttura» con gli oppositori di Asad fuoriusciti dalla Coalizione Nazionale, in modo da «spostarsi dai binari dei negoziati e puntare nuovamente sullo scenario militare».

Sembra arrivato già al capolinea anche un altro importante negoziato, quello tra il Governo del Pakistan e il Movimento dei Taliban Pakistani. L’annuncio da parte dei ribelli Taliban di avere ucciso 23 soldati pakistani rapiti nel 2010 in risposta ad operazioni militari nel distretto del Mohmand, prossimo al confine afghano, ha infatti spento ogni residua speranza di raggiungere un accordo. Anche se i vertici Taliban partecipanti alle trattative non fossero coinvolti, come appare dalle dichiarazioni di cordoglio espresse da esponenti quali Maulana Yusuf Shah, l’accaduto dimostrerebbe comunque le divisioni interne al movimento e, di conseguenza, l’inutilità dei negoziati al fine di pacificare il Paese: una conclusione, peraltro, già nell’aria dopo i recenti attentati nelle maggiori città pakistane.

Sarebbero «inutili» anche i negoziati sul programma nucleare iraniano, almeno secondo la Guida Suprema Ali Khamenei, secondo il quale le trattative tra Iran e i ‘5+1’ che riprenderanno domani a Vienna «non andranno da nessuna parte». Forse anche per questo, l’Iran potrebbe stringere un accordo con la Russia che saboterebbe le sanzioni economiche su cui i negoziati si reggono. Secondo l’Ambasciatore iraniano a Mosca, Mehdi Sanaei, il Cremlino sarebbe disposto a costruire un secondo reattore presso lo stabilimento nucleare iraniano di Bushehr in cambio di petrolio. Nelle dichiarazioni rilasciate al quotidiano ‘Kommersant’, il diplomatico si spinge anzi a sostenere che lo scambio potrebbe prevedere ulteriori forniture infrastrutturali dalla Russia per una contropartita che potrebbe giungere a 500.000 barili di petrolio al giorno.

Tra Svizzera ed Unione Europea è stato invece congelato uno scambio di tutt’altro tipo. L’impossibilità per Berna di firmare l’accordo di libera circolazione con la Croazia, dettata dal controverso esito del referendum sull’immigrazione, ha portato la Commissione Europea a rinviare i negoziati per l’estensione dei trattati per la Ricerca e per l’Istruzione ‘Horizon 2020’ ed ‘Erasmus+’. Dopo la sospensione dell’accordo in tema di elettricità, per la Svizzera ciò potrebbe comportare una significativa perdita economica: i programmi prevedono complessivamente 95 miliardi di euro di fondi comunitari e, già sotto l’egida dell’ultimo programma avviato, i ricercatori svizzeri avevano ottenuto fondi per 1,8 miliardi di euro.

In Unione Europea, peraltro, si è avuta una giornata di appoggi effettivi e presunti. Mentre l’ex premier britannico Tony Blair ha sostenuto ai microfoni dell’’Ansa’ la necessità per i leader europei di appoggiare il nuovo Governo di Matteo Renzi, la stampa francese si è concentrata sull’imminenza di un possibile incontro segreto tra la Cancelliera tedesca Angela Merkel e l’ex Presidente transalpino Nicolas Sarkozy, il primo di una serie di vertici in vista delle elezioni presidenziali del 2017. Merkel, tuttavia, dovrà innanzitutto badare al suo Esecutivo, che affronta la sua prima crisi per le dimissioni del Ministro dell’Agricoltura Hans-Peter Friedrich. L’abbandono del politico della CSU, già Ministro dell’Interno tra il 2011 ed il 2013, è legato alle accuse di aver informato indebitamente, lo scorso ottobre, la segreteria della SPD su un’indagine sulla pedopornografia che avrebbe riguardato anche il socialdemocratico Sebastian Edathy.

Una crisi istituzionale più profonda è quella che sta attraversando la Libia. Il golpe fantasma di venerdì scorso, che per poche ore ha fatto credere ad un’occupazione militare di Tripoli,  non era infatti un segnale isolato: nel Paese è alta l’irritazione per la paralisi all’interno del Congresso Generale Nazionale, l’assemblea legislativa transitoria che, vittima dei suoi scontri interni, ha dovuto prorogare il termine prestabilito per il proprio scioglimento. Per evitare un ulteriore peggioramento della situazione, nell’anniversario dell’insurrezione contro l’ex Presidente Mu’ammar Gheddafi il Presidente del Congresso Nouri Abusahmain ha laconicamente dichiarato che «elezioni saranno tenute il prima possibile». Intanto, già fra tre giorni i libici saranno chiamati ad eleggere un’assemblea costituente.

Soddisfatte le richieste delle organizzazioni umanitarie in Afghanistan: il Presidente Hamid Karzai ha infatti imposto di emendare la legge approvata dal Parlamento due settimane fa, per cui i parenti di un accusato non avrebbero potuto presentare testimonianze a questo sfavorevoli. Il risultato temuto dalle organizzazioni era l’impossibilità per le donne vittime di maltrattamenti in famiglia di sporgere denuncia. La decisione di Karzai è stata quindi accolta positivamente, benché rimangano dubbi sulle effettive correzioni che il Parlamento effettuerà, ossia se la norma controversa verrà effettivamente eliminata o solo apparentemente modificata: l’ordine di Karzai, infatti, non dava istruzioni precise.

Deflagra, infine, la situazione sociale in Venezuela. Dopo le manifestazioni della scorsa settimana, che hanno contato tre morti e numerosi feriti, è ormai caccia all’uomo: le autorità sono alla ricerca di Leopoldo López, tra i principali organizzatori delle proteste ed ora accusato di incitamento alla violenza e terrorismo. Il Presidente Nicolás Maduro, però, imputa a López soprattutto di averlo voluto destituire, a due mesi dalle elezioni municipali, attraverso un colpo di stato «fascista» sostenuto dagli Stati Uniti. È con questo fondale che, mentre López è scomparso e comunica solo via Twitter, tre funzionari dell’Ambasciata statunitense sono stati espulsi dal Paese in seguito a contatti avuti coi manifestanti: «ho ordinato al ministro degli Affari Esteri di dichiararli persone non gradite e di procedere all’espulsione», ha dichiarato Maduro, «vadano a cospirare a Washington».

Cinquanta persone intrappolate e nove studenti morti invece è il drammatico bilancio del crollo di un edificio sotto il peso della neve in Corea del Sud, a Gyeongju. La costruzione di due piani era usata come auditorium e al momento del crollo vi si trovavano circa 7000 studenti. Le persone rimaste ferite sarebbero circa 70, ma il bilancio è destinato ad aumentare . Un portavoce dei vigili del fuoco ha precisato che 15 dei feriti sono in gravi condizioni.

Infine stanno tutti bene i 138 passeggeri italiani dell’aereo della Ethiopian Airlines partito da Addis Abeba con destinazione Roma che è stato dirottato sullo scalo di Ginevra questa mattina. Il dirottatore, arrestato poco dopo l’atterraggio nello scalo svizzero, era il copilota e il suo scopo era ottenere l’asilo politico in Svizzera. L’aereo ha sorvolato più volte Ginevra prima di atterrare. Il 31enne, di origini etiopi, ha minacciato per due volte di far cadere l’aereo ma per fortuna la situazione non è degenerata. 

 

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